Continuando, acconsenti all'uso dei cookie, ok?OkLeggi tutto

 

Nel nostro percorso riabilitativo presso la Struttura Riabilitativa Psichiatrica il Quadrifoglio di Rosello svolgiamo molte attività cognitive e culturali nelle quali abbiamo occasione di approfondire temi importanti quali le dipendenze, i diritti umani, la legalità, la memoria storica, ma anche la tradizione legata alla nostra terra d'Abruzzo. Proprio sul tema della tradizione abbiamo svolto numerose ricerche e pubblicato diversi articoli sul nostro blog www.unafavolaalcontrario.it, per arricchirci del sapere e dei valori che nel tempo continuano ad essere fondamenta per una vita fatta di conoscenza, di umanità e di resistenza. Ci siamo imbattuti in un personaggio unico, l'anziana pescatrice "sposa del mare" Anna Maria Verzino, che ancora oggi resiste ad un tempo i cui ritmi sembrano essere sempre più veloci e alienanti, figli di una tecnologia che spesso ci rende prigionieri della rete lasciando in noi indifferenza e solitudine. In questo caso siamo rimasti affascinati da un'altra rete, quella della pescatrice di Casalbordino, che con passione e coraggio contribuisce a mantenere viva la tradizione della pesca, scendendo in mare con la propria barca "Gloria" a notte fonda tirando su pesci. Quella di Anna Maria è la storia di una donna forte e gentile da raccontare al mondo intero, l'esempio più sincero che possa esistere per capire quanto oggi più che mai sia fondamentale riscoprire le proprie radici, i propri sogni, i sensi ed i valori di una volta per avere più consapevolezza nel sapere chi siamo e quale direzione prendere. La nostra direttrice, la Dott.ssa Rita Staniscia, ha voluto fortemente inserire nel nostro percorso riabilitativo i laboratori culturali e tante altre attività che fanno del Quadrifoglio una piccola scuola in cui è possibile riabilitarsi attraverso la conoscenza, ritrovando l'ambizione di poter affrontare meglio la vita con un bagaglio culturale più ricco e più fornito che ci prepara a fronteggiare una società in cui sempre più sembrano prevalere l'odio e lo stigma. L'Accademia Nazionale della Cucina, sulla spiaggia di Casalbordino, ha conferito il premio "Giovanni Nuvoletti" ad Anna Maria Verzino, dedicato a chi abbia contribuito in modo significativo alla valorizzazione della buona tavola tradizionale del proprio territorio. Grazie alla disponibilità dell'Accademia abbiamo potuto partecipare alla premiazione e conoscere la "sposa del mare" con cui abbiamo scambiato qualche parola e scattato qualche fotografia. Ad Anna Maria, che ha gli occhi dello stesso colore del mare, abbiamo chiesto come fa a mantenersi così viva e forte nonostante l'età e lei prontamente ci ha risposto: "io amo il mare, è il mare che mi cura, bisogna rispettare il mare". Con queste poche parole ci siamo sentiti pieni di coraggio e di speranza perché ci hanno fatto capire che Anna Maria è una donna che crede ancora nei valori morali più profondi, nel rispetto e nei sensi e che esiste ancora una possibilità di ritrovarci tutti più reali e meno virtuali. Il suo viso, dai lineamenti delicati, è segnato dal passare degli anni, come le sue mani, che si riflettono sulle onde di un mare che accoglie e che dona. Ha un sorriso umile ed uno sguardo lucido, tra ricordi di una vita passata a buttare reti sotto il cielo della costa abruzzese in cui ha raccolto milioni di pesci e miliardi di esperienze. Noi ragazzi del Quadrifoglio prendiamo Anna Maria Verzino come esempio di vita. La scelta di fare la pescatrice, nata magari per gioco o per necessità, ma sicuramente giusta e virtuosa, si è protratta per ben settant'anni. La passione e l'amore per qualcosa ci rendono unici, come è unica questa donna. Lasciamoci quindi affascinare dalla "sposa del mare" e facciamo nostri i suoi insegnamenti, per resistere alle intemperie e combattere con umiltà, mantenendo viva la tradizione e promuovendo il suo esempio.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

https://www.youtube.com/watch?v=d5VDp3FL4CI

 

 

 

 

In questa condizione di isolamento che stiamo vivendo nel periodo dell'emergenza Coronavirus, noi ragazzi del Quadrifoglio di Rosello stiamo facendo degli approfondimenti sulla memoria storica e le tradizioni, per riscoprire valori e radici di un tempo. Abbiamo svolto su questo tema una ricerca sulla Pupa, il Cavallo e il Fiadone abruzzesi, trovando occasione di riportare quanto appreso nell'attività di cucina, rielaborando i dolci tradizionali pasquali della nostra terra. Da quanto raccolto nella nostra ricerca, la Pupa e il Cavallo sono dei dolci molto diffusi e le cui origini non sono poi così certe ma sicuramente riconducono a due percorsi sostanzialmente differenti. Sembra che questo tipico dolce, dalle forme molto curate, veniva preparato in tempi remoti in occasione di fidanzamenti, ovvero quando avveniva la presentazione ufficiale della coppia alle rispettive famiglie. Tale circostanza bisogna immaginarla molto diversa dall’odierna realtà ed era uno dei momenti più importanti ed intensi vissuti dai giovani fidanzati, che non godevano certo delle libertà comportamentali d’oggi. Anche le stesse famiglie vivevano questo momento con particolare attenzione poichè esse, normalmente, concedevano in sposa o acconsentivano all’unione con l’biettivo primario di consolidare la propria posizione sociale. Per questo, lo scambio di doni, dei dolci nella circostanza, avveniva in una cerimonia sontuosa ed importante durante la quale i nuclei familiari, attraverso il rito cerimoniale, ufficializzavano il proprio consenso all’unione tra i futuri sposi. Avveniva quindi lo scambio dei dolci, simbolo della futura unione: il cavallo alla famiglia della fidanzata e la pupa per quella del fidanzato.  Vi è poi una un secondo percorso che riconduce alla tradizione cristiana della Pasqua e della Resurrezione legata a questi dolci. Si racconta che questi dolci tradizionali riconducano simbolicamente all’ultima cena quando il Cristo spezzò il pane e lo diede agli apostoli, in cui la rottura del dolce sta a ricordare il famigerato gesto di amore e di solidarietà compiuto da Gesù. Questa ipotesi viene fortemente avvalorata dal fatto che, nel tempo, i dolci sono poi diventati effettivamente tipici e caratterizzate della Pasqua. Sulla parte superiore di questi dolci, a seconda dei luoghi, si metteva a volte, incastonandolo, un uovo sodo, quale il simbolo della della vita, della rinascita e dell’abbondanza; questa usanza è molto diffusa in altre regioni italiane soprattutto nel Sud. E’ molto importante la decorazione che viene ottenuta montando l’albume delle uova con zucchero e che deve avere sempre la consistenza giusta. Sull’albume vengono poi apposte le coloratissime ed accurate decorazioni fatte con granellini colorati che molte volte le nonne lasciavano alla fantasia dei nipotini che appassionatamente aspettavano il loro momento per poter personalizzare il proprio dolce, il che li rendeva ancora più orgogliosi quando lo mostravano ad altri. La Pupa e il Cavallo possiamo definirli i dolci pasquali tradizionali abruzzesi e sono stati indissolubilmente legati alla Pasqua dei bambini in quanto sono poi diventati queste innocenti creature i destinatari di tali doni, soprattutto da parte delle nonne; ai grandi era ed è tuttora tradizione donare i classici “Cuori” in pasta frolla. Ai grandi è riservato anche un altro prodotto eccezionale della tradizione pasquale, il fiadone, ovvero quello che forse più di tutti, in Abruzzo, della Pasqua ne riassume l’essenza. I fiadoni sono un prodotto rustico da forno tipico abruzzese. Si tratta di una sorta di grosso raviolo preparato durante le festività pasquali, ma ormai si trova tutto l’anno. In passato, quando non tutti avevano il forno in casa, venivano portati a cuocere nelle panetterie del paese: le donne facevano a gara per confezionare i ravioli più grossi, dal momento che la dimensione del fiadone e la ricchezza del ripieno simboleggiavano l’agiatezza della famiglia, che li aveva preparati. L’origine del fiadone risale ai tempi di Messisbugo, un famoso cuoco italiano del ‘500 che lavorò presso la corte di Ferrara; la ricetta arriva in Abruzzo perché prevedeva come ingrediente lo zafferano già prodotto d’eccellenza dell’aquilano. La pasta per realizzarli è preparata con un impasto a base di farina, uova, olio e vino. Il ripieno è ricco di uova e prevede l’uso di diverse tipologie di formaggi a pasta dura, tipicamente il rigatino, il pecorino e il parmigiano. È possibile insaporire il ripieno con lo zafferano, versione molto diffusa nella zona dell’aquilano. Alcune varianti prevedono anche l’aggiunta nel ripieno di salsiccia o salame. Esiste anche una versione dolce dei fiadoni con ripieno a base di ricotta, zucchero e scorza di limone o cannella, che può essere arricchito con uvetta e canditi. Sulla superficie dei fiadoni è praticato un piccolo taglio con le forbici e proprio da questo deriva il loro nome in quanto il piccolo taglio permette al ripieno di fare “fiato” durante la cottura e far fuoriuscire il profumo e una parte del ripieno stesso. I fiadoni sono ottimi serviti ben caldi e si possono gustare come antipasto o come saporito stuzzichino. Sono perfetti anche freddi da portare al picnic e per questo sono molto utilizzati nelle classiche gite di Pasquetta.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

Nonostante le profonde trasformazioni socio-economiche verificatesi nell’arco di mezzo secolo, la vita in Abruzzo resta legata ai valori espressi dal mondo rurale di un tempo e considerati per il settore gastronomico e folkloristico fondamentali ed irrinunciabili. Tra le molteplici tradizioni possiamo riscoprire la festa S. Antonio Abate, in dialetto "lu Sand'Andonie".

Essa solitamente si svolge a partire dal tardo pomeriggio della vigilia (16 gennaio) per concludersi il 17 (dies natalis del Santo) fino a notte fonda, fra un tripudio di canti, suoni e sacre rappresentazioni (“Le Tentazioni di S. Antonio”) messe in scena anche nell’entroterra abruzzese da bande giovanili fino alla fine di gennaio, con spirito ricreativo ma, a volte per le nuove generazioni, senza rendersi conto del profondo significato storico e antropologico che hanno tali rituali. In alcune località si svolgono inoltre  sfilate di “maschere”, poiché, com’è noto, il 17 gennaio segna anche l’inizio del periodo di carnevale.

La festività di S. Antonio Abate, meglio conosciuto nel mondo rurale abruzzese come Sant’Andonie de jennàre o de lu porche, è ricca di riferimenti sociali e religiosi nonché di significati antropologici che meritano di essere analizzati  anche sotto il profilo storico.

A tal riguardo va inanzitutto ricordato che sull’argomento esiste un fondamentale studio del compianto Alfonso Maria Di Nola, con il quale noi abbiamo collaborato nel suo periodo di docenza all’Università di Arezzo nella registrazione dei Canti di questua e nelle inchieste condotte sul campo in varie località abruzzesi, confluite nel saggio Gli aspetti magico – religiosi  di una cultura subalterna italiana ( Boringhieri, 1975). 

Sant’Antonio, come è noto, è rappresentato specie nelle immagini votive attorniato da molti animali da cortile, fra cui il maiale, definito da sempre ‘la grascia’ e la ricchezza della casa contadina. Di questo animale infatti non si buttava nulla e le stesse setole venivano utilizzate per la confezione di pennelli da barba.

Ma chi era questo Santo, chiamato in molte località lu varvùte (il barbuto), perché raffigurato con una lunga barba che gli scende fino al petto?

Antonio è un eremita nato a Koma in Egitto nel 251 e morto in un convento nei pressi del Mar Rosso nel 356. Di lui abbiamo una biografia redatta da un monaco dello stesso Convento, Atanasio, nella quale Sant’Antonio tutto appare fuorché protettore degli animali domestici, considerati dal Santo eremita creature del demonio che inducono in tentazione gli asceti o comunque coloro che si ritirano in luoghi deserti, più consoni ad un colloquio diretto fra l’uomo e Dio.

Oggi, nell’Europa occidentale, questa realtà viene completamente sconvolta e Sant’Antonio diventa una specie di Signore degli animali in base ad un episodio che può essere così riassunto: alla fine dell’XI secolo le reliquie del Santo, che nel frattempo erano state trasferite a Costantinopoli, erano state trasferite in Francia nella diocesi di Vienne (e precisamente in una cittadina che ancora oggi si chiama Bourg Saint’Antoine) da un nobile pellegrino, Gastone, che scioglie così un voto da lui fatto per la guarigione miracolosa di suo figlio. Ma non è tutto. Egli infatti organizza nell’ambito del locale convento dei Benedettini una comunità ospedaliera laica che ne accettava la Regola ed indossava una tonaca sulla quale era cucita la lettera Tau, diciannovesima dell’alfabeto greco, di color celeste, simbolo della potenza di Sant’Antonio. Sorse così nel 1297 l’ordine questuante degli Antoniani, il quale si richiamava alla regola di Sant’Agostino e si diffuse in seguito per tutta l’Europa.

Una singolare specializzazione terapeutica degli Antoniani era quella di curare l’ergotismo cancrenoso, detto “ignis sacer” o fuoco di Sant’Antonio, mediante il grasso di maiale misto ad alcune erbe. Questa terribile malattia, che “addolorava come il fuoco” soprattutto gli arti inferiori, era causata da un fungo che si sviluppava nella farina di segale cornuta, largamente impiegata nel basso medioevo dai ceti rurali ed indigenti per confezionare il loro pane quotidiano. Il pane di grano, o ‘bianco’ è stato infatti fino agli albori dell’Unità d’Italia una sorta di ‘sogno proibito’ per i ceti subalterni ed ancora oggi, in molti paesi della Maiella, per indicare che una persona è moribonda si dice che ‘l’hanno messa a pane bianco’ ( o ‘di grano’). Sicché le comunità rurali provvedevano ad allevare i maiali, fornendo agli Antoniani  il prezioso grasso con cui i  frati curavano l’ergotismo.

Cominciano a diffondersi le prime immagini che raffigurano sant’Antonio con un porcellino ai suoi piedi e che, ancora nel XVII secolo, creavano non lieve imbarazzo ai teologi della chiesa di Roma, i quali non riuscivano a spiegarne i motivi. Nella prima metà dell’800, con lo sviluppo dell’arte grafica, i santini prodotti in serie con l’immagine di Sant’Antonio si diffondono ovunque e data la struttura prevalentemente rurale della nostra società, non v’era una stalla che ne fosse priva, dovendo il Santo esercitare il suo patronato sia sulla peste suina  che contro gli incendi. 

Fin dal periodo medievale, i cosiddetti porci di Sant’Antonio andavano in giro liberamente, allevati dalle comunità, anche se alcuni Statuti Comunali, per motivi igienici, lo vietavano espressamente. E’ interessante notare che in alcuni paesi abruzzesi vige ancora l’usanza di acquistare il 17 gennaio un maialino che viene nutrito dalla comunità e custodito di notte in una stalla o in un altro locale idoneo. L’anno successivo il maiale, ben ingrassato, viene venduto all’asta ed il ricavato è destinato a coprire le spese sostenute dal comitato che organizza la festa.

Ma come si riconosce il porcello (lu purchìtte) di Sant’Antonio che è allevato dalla comunità per l’intero anno?

In Abruzzo sussiste una duplice tradizione ereditata da antichi rituali Antoniani: si lega al collo dell’animale un nastro rosso al quale viene appeso un campanello, oppure si recide l’orecchio sinistro del maialino, come segno di distinzione.

Nel contempo in ogni rione si formano spontaneamente dei comitati che provvedono alla raccolta della legna. Questa è accatastata in modo da formare una grande pira che viene accesa alle prime ombre della sera. E’ un tripudio di fuochi accesi, attorno ai quali ovunque in Abruzzo si riunisce la gente festante. 

Questi enormi falò hanno anche una funzione da ricollegarsi ad antichi riti di solstizio d’inverno. In alcune località, i fuochi di S. Antonio sono accesi la sera della vigilia della festa, cioè il 16 gennaio. A Fara Filiorum Petri (Ch) vengono costruite, come è noto a cura di ogni contrada, delle enormi torce rivestite di canne secche, larghe 2 metri ed alte talvolta più di dieci, che assumono il nome di farchie. Esse vengono disposte mediante funi in posizione eretta in modo da sembrare delle possenti torri.

I centri della Marsica, del medio ed alto corso del Sangro e dell’alto Vomano vanno annoverati fra quelli in cui la festività di S. Antonio Abate è particolarmente sentita. Per l’occasione viene lessato il granturco, che assume il valore di cibo sacrale come le  panette di S. Antonio. I chicchi vengono chiamati per lo più granati cicerocchi, e ripassati talvolta in padella con olio e peperoncino vengono offerti devotamente nella giornata del 17 gennaio ad amici e parenti.

La tradizione, ancora oggi viva in alcuni paesi dell’area della Maiella, ha tuttavia radici non molto antiche e si ricollega storicamente in Abruzzo a periodi successivi all’introduzione della coltivazione del mais (“grano d’India”, donde la voce dialettale grandinie), prezioso cereale che è testimoniato per la prima volta da un documento notarile rogato nel 1720 a Casoli. Prima della diffusione del mais il rituale avveniva mediante la cottura delle fave, ritenute cibo sacrale per eccellenza. L’usanza persiste a Pollutri, dove il 16 gennaio vengono lessate le fave in capienti caldai e distribuite alla popolazione ed ai turisti. 

Non è del tutto svanita in Abruzzo la tradizionale benedizione degli animali che si svolge nel pomeriggio del 17 gennaio. Nella preghiera recitata dal sacerdote secondo il rituale romano, viene invocata l’intercessione di S. Antonio Abate affinché gli animali, un tempo indispensabili all’attività dei contadini sui campi, siano salvati ab omni malo, da tutti i mali, fra i quali vanno annoverati anche eventuali maltrattamenti nei loro confronti. Infatti secondo un’antica credenza, e non solo abruzzese, S. Antonio, nella notte del 16 gennaio, visita tutte le stalle e chiede agli animali se siano stati ben trattati dai loro padroni. Dopo la benedizione degli animali non tarda a scendere la sera e per gli abitanti di ogni rione si entra nei nostri paesi montuosi nel vivo della festa, con l’accensione di enormi cataste di legna, raccolta in precedenza con questua. Esse arricchiscono la simbologia del “fuoco” di S. Antonio Abate e richiamano antichissimi riti solari nel periodo del solstizio d’inverno.

Frattanto attorno ai “fuochi” si degustano con il vino i salumi confezionati a gennaio, mese in cui avviene di norma l’uccisione del maiale, e che risultano già sufficientemente essiccati dalla fredda temperatura invernale. Si diffonde così un’allegra atmosfera di festa, che si protrae generalmente fino alle prime ore del giorno successivo. Nelle case resta sempre qualcuno, in attesa dei giovani questuanti che davanti alla porta intonano un “canto folkloristico” ed eseguono una rappresentazione denominata per lo più “Le tentazioni di S. Antonio”.

Gli “attori” principali ( oltre al Santo eremita che si presenta con saio e barba molto lunga di stoppa) sono i cosiddetti “Romiti” (cioè eremiti) camuffati come S. Antonio, il diavolo (con corna e vesti rosse) ed alcune ragazze vestite da angeli. Una di esse rappresenta di norma il “diavolo tentatore” in vesti femminili.

I canti eseguiti dal gruppo vertono sui tentativi operati dal demonio per indurre il Santo al peccato o per metterne a dura prova la pazienza. I testi di tali canti  presentano di luogo in luogo vistose ‘varianti’ sia sotto il profilo musicale che nei testi dialettali.

Alla fine è sempre S. Antonio a spuntarla ed il diavolo, malgrado le sue continue tentazioni, resta sempre sconfitto. Il bene trionfa così sul male e la vittoria del santo sul demonio diventa propiziatoria anche per la casa e pregna di rassicuranti auspici.

Abbiamo descritto così solo alcuni tasselli del complesso mosaico relativo al culto di Sant’Antonio Abate nelle nostre contrade abruzzesi. Essi ci permettono comunque di riflettere sui valori e sulle tradizioni di una volta, che i nostri ragazzi dovrebbero conoscere, grazie anche alle esperienze tramandate oralmente.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

I costumi folkloristici rappresentano un patrimonio culturale, che svela il cammino della storia, delle tradizioni e dei gusti locali, esprimendo usi ed abitudini del popolo e la volontà di quest'ultimo di conservare nel tempo un mondo di valori, che cementa ed unifica. L'Abruzzo, più di altre regioni italiane, tende a conservare gli antichi costumi. I costumi femminili abruzzesi posseggono la grazia e l'opulenza tipica dell'abbigliamento della festa, momento in cui si era soliti sfoggiare gli abiti più belli, mantenuti integri per generazioni e destinati alle occasioni più importanti per il popolo: le ricorrenze religiose, i riti matrimoniali, le feste del patrono.

 

 

Il costume femminile abruzzese è costituito, come tutti i costumi tradizionali, da elementi essenziali: gonna ampia, corpetto e camicia vaporosa. La gonna, di colore nero o rosso, di stoffa pesante, bordata da ricami dorati, è ricoperta davanti da un grembiule bianco di lino con applicazioni di merletti. Il corpetto, di solito in velluto nero, può presentare applicazioni di passamaneria (insieme dei vari tipi di tessuti e intrecci utilizzati per guarnizione nell'abbigliamento, come bottoni, fiocchetti, merletti, ecc.) più o meno ricche. Sotto il corpetto si indossa una bianca camicia con pizzi ricamati a mano, reminiscenza dei rinascimentali indumenti femminili, mentre copre la testa un ampio fazzoletto bianco, abbellito da inserti di altra stoffa, solitamente quella della gonna. Indumento tipico del costume tradizionale femminile abruzzese era un panno rettangolare color vinaccia, che veniva avvolto stretto al corpo dal petto alle gambe e fungeva da sottoveste (“Lu Fasciatore”). Era in lana e tessuto in casa. Identico al “fasciatore”, ma di dimensioni più grandi, era un mantello o scialle rustico da usare in inverno per coprirsi dal capo in giù. Per il lavoro nei campi si calzavano le “ciocie”. Si calzavano anche delle ciabatte di cuoio o di gomma. Pochi ma caratteristici i gioielli, come le sontuose catene d'oro a vaghi (elementi sferici o ovali) d'oro, chiamate "cannatore", forse di origine longobarda; oppure i tipici ciondoli in filigrana, "la presentosa", a forma di stella con due cuori intrecciati al centro, dedicati agli innamorati; infine gli orecchini pendenti a navicella, "le sciacquaje", tra le forme più arcaiche di gioielli.

 

 

L’abito nuziale femminile della tradizione abruzzese prevede: in testa il velo o un fazzoletto di tulle bianco lungo fino alle spalle; il corpetto in seta rossa con maniche lunghe e polsini allacciati con bottoni dorati; la gonna bianca e il grembiule azzurro in lino o altro tessuto; le scarpe nere di cuoio e le calze bianche.

Più semplici i costumi maschili, come accade in quasi tutti gli abbigliamenti tradizionali: sono realizzati in panno o in velluto nero, con pantaloni al ginocchio, calzettoni bianchi, giacchetta corta con o senza bottoni, panciotto e camicia con colletto ricamato. Ai piedi le "ciocie", i cui lacci si legano intorno ai polpacci, coperti da grosse calze di lana bianca o scarpe di cuoio con fibbia d'argento.

 

 

L’abito nuziale maschile della tradizione abruzzese prevede: la giacca in velluto color verde bottiglia o blu; i pantaloni corti fino al ginocchio con bottoni dorati all’allacciatura; la camicia bianca con colletto allacciato con nastrino di seta rossa; le calze bianche a maglia; le scarpe con la fibbia.

Da segnalare a Sulmona il “Museo Civico del Costume Popolare Abruzzese Molisano e della Transumanza”, ospitato nella sala del Campanile del complesso della Santissima Annunziata, dove sono esposti un corpus di acquerelli e stampe di costumi tipici abruzzesi e molisani, che vanno dal 1790 al 1861, e una collezione di vestiti e oggetti della vita pastorale.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

La transumanza è la migrazione stagionale delle greggi, delle mandrie e dei pastori che si spostano da pascoli situati in zone collinari o montane (nella stagione estiva) verso quelli delle pianure (nella stagione invernale). Per transumanza si intende quindi lo spostamento periodico del bestiame, soprattutto ma non esclusivamente ovino, fra due pascoli che vengono sfruttati stagionalmente, situati rispettivamente in pianura, dove d’inverno il clima è più mite e c’è abbondanza di nutrimento, ed in montagna, dove il bestiame trova un buon pascolo in primavera, ma soprattutto in estate. L’ambiente e il clima sono quindi la ragione della transumanza. La parola transumanza deriva dal verbo transumare, ossia: attraversare, transitare sul suolo. Il verbo è costituito con l'accostamento del prefisso latino “trans” che vuol dire: al di là, attraverso, e della parola latina “humus”, che vuol dire suolo, terreno.

La transumanza avveniva lungo le strade pubbliche al bordo delle quali gli armenti potevano pascolare, ma specialmente lungo i tratturi, grandi vie erbose, pietrose o in terra battuta, sulle quali viaggiavano anche per qualche centinaio di chilometri greggi, pastori e cani. I tratturi principali erano larghi da 55 m fino a 111 m: da essi si dipartivano poi i tratturelli, larghi fino a 37 metri, che servivano da smistamento ed erano collegati tra loro da bracci larghi circa 18 metri e mezzo. I tratturi principali erano quattro: il tratturo L’Aquila-Foggia (il cosiddetto “Tratturo Magno”, lungo 243 km), il tratturo Pescasseroli-Candela (lungo 211 km), il tratturo Celano-Foggia (lungo 207 km) e il tratturo Castel di Sangro-Lucera (lungo 127 km).

Per descrivere le fasi, in cui si compiono gli spostamenti che danno luogo alla transumanza si usano i termini di: "monticazione" e "demonticazione".

Con monticazione si indica la fase iniziale della transumanza, che si compie nel periodo primaverile, quando avviene il trasferimento degli armenti e dei pastori dalle zone di pianura ai pascoli di alta quota ed ha inizio l'alpeggio (l’alpeggio comprende tutte le attività che si svolgono con gli animali da allevamento in montagna nei mesi estivi).

Con demonticazione si definisce il successivo trasferimento che, nel periodo autunnale, riporta gli animali e i pastori dai pascoli in quota a quelli di pianura nella fase di discesa successiva al periodo estivo dell'alpeggio.

In Italia questa usanza, di cui si hanno testimonianze già ai tempi dell’antica Roma, prese le mosse principalmente tra l'Abruzzo e il Tavoliere, con diramazioni sia verso il Gargano che verso le Murge, passando per il Molise. Consisteva nel trasportare gli animali dai monti abruzzesi e molisani, ai ricchi pascoli del Tavoliere e del Gargano. L'importanza economica di questa attività era tale da essere gestita da due specifiche istituzioni del Regno di Napoli: la Regia Dogana della Mena delle Pecore di Foggia e la Doganella d'Abruzzo.

Dopo il 1447 divenne la principale fonte economica per molti paesi abruzzesi e tale rimase fino alla fine del 1800. A riprova della rilevanza di tale pratica nell'economia e nella società, è stato calcolato che nella metà del XV secolo, non meno di tre milioni di ovini e trentamila pastori percorressero annualmente i tratturi, e che l'impatto che la pastorizia esercitava era tale da fornire sussistenza a metà della popolazione abruzzese, direttamente o indirettamente. Nel XVII secolo i capi coinvolti erano circa cinque milioni e mezzo. Il viaggio durava giorni e si effettuavano soste, anche di tre giorni, in luoghi prestabiliti, dove c’era abbondanza di erba e di acqua. I pastori percorrevano a piedi la strada, ognuno col suo gregge, e la sera si stava insieme, riuniti, esposti al freddo e alla fatica, mangiando pan cotto, poco formaggio e tanto vino, che scaldava la strada e il cuore lontano da casa. La transumanza, quindi, non era solo uno spostamento di greggi dai pascoli estivi a quelli invernali, ma anche l'incontro tra antiche tradizioni e usanze diverse. I pastori erano soggetti a continui pericoli come furti di bestiame, assalti di lupi, morsi di serpenti, perciò nella tradizione orale i pastori vengono rappresentati mentre dormono “con un occhio solo”. Le mogli dei pastori restavano sole nel periodo in cui la campagna ha ancora tanto da essere lavorata e c’era anche la casa da portare avanti, e tutto andava fatto bene e in fretta e da sole.

 

 

Con l'unità d'Italia i contadini poterono riscattare i terreni dedicati ai pascoli e dedicarli alla coltivazione. Questo portò alla diminuzione dell'economia legata alla transumanza, per i pastori fu un duro colpo e molti di loro furono costretti a emigrare in altre parti del mondo.

L’usanza della transumanza nei secoli scorsi era dovuta al fatto che il pastore non poteva contare sulla presenza delle strutture tipiche dell'allevamento moderno, quali la stalla e gli impianti di foraggiatura, mungitura e refrigerazione del latte. Ad oggi con l'avvento della moderna zootecnia e l'allevamento intensivo direttamente negli allevamenti l'attività di transumanza si è fortemente ridotta e il trasferimento degli animali avviene spesso attraverso l'autotrasporto utilizzando appositi camion.

Ci sono diversi progetti per realizzare una rete europea, in cui gli oltre 3000 km di piste erbose che collegano cinque regioni italiane (Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata) e decine di comuni, borghi e comunità rurali si colleghino a loro volta alle reti tratturali europee, dalla Spagna e dal Portogallo, alla Francia fino alla Slovenia e all'Ungheria, passando per la Germania meridionale.

Un ricordo particolare della transumanza è stato dato da Gabriele D'Annunzio nella poesia “I pastori”, contenuta nella raccolta di liriche “Alcyone”, pubblicata nel 1903, in cui si legge:

“Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori

lascian gli stazzi e vanno verso il mare:

scendono all'Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti.

 

Han bevuto profondamente ai fonti

alpestri, che sapor d'acqua natia

rimanga né cuori esuli a conforto,

che lungo illuda la lor sete in via.

Rinnovato hanno verga d'avellano.

 

E vanno pel tratturo antico al piano,

quasi per un erbal fiume silente,

su le vestigia degli antichi padri.

O voce di colui che primamente

conosce il tremolar della marina!

 

Ora lungh'esso il litoral cammina

La greggia. Senza mutamento è l'aria.

Il sole imbionda sì la viva lana

che quasi dalla sabbia non divaria.

Isciacquio, calpestio, dolci romori.

 

Ah perché non son io cò miei pastori?”

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

Nell'immaginario collettivo l'infanzia è legata allo svago, al divertimento e soprattutto al gioco. Nel corso dei secoli sono cambiati i mezzi e gli strumenti per giocare, ma la creatività e l'aspetto ludico sono rimasti intatti. Ci sono però dei giochi, che oggi purtroppo non si praticano più. Conservarli nella memoria significa mantenere viva una parte della nostra infanzia e consente di custodire per le generazioni future un ricco patrimonio: giocare è sempre stata un'ottima preparazione alla vita. È significativo che in dialetto il “giocare” si dica “le pazzià” e, di conseguenza, gli strumenti del gioco siano “pazziarèlle”: è come voler sottolineare la stravaganza, l'originalità dei gesti e delle parole dei bambini.

Nella tradizione popolare abruzzese si sono conservati i giochi ereditati dal passato, alcuni dei quali tramandati addirittura dal mondo romano: nel Museo Archeologico di Teramo sono esposte pedine di pietra normalmente usate nei giochi da tavolo; ad Amiternum, presso L'Aquila, alcune fossette scavate in una soglia testimoniano giochi semplici e divertenti quali quelli con le noci; un poppatoio di terracotta, in forma di galletto, che fungeva anche da sonaglino, è stato rinvenuto ad Ocriticum (Cansano - AQ) presso il deposito votivo del tempio italico. Spesso i sonagli, otre ad avere la funzione di gioco, fungevano anche da amuleti contro il malocchio. Dunque il gioco con le noci era molto diffuso: nel mondo romano si usava normalmente l'espressione “lasciare le noci” per indicare la fine dell'infanzia. In un poemetto, chiamato appunto “La Nux” (La noce), erroneamente attribuito ad Ovidio, si descrivono i giochi che con esse si potevano effettuare: uno dei più diffusi era quello detto “dei castelli”, nel quale uno dei ragazzi cercava di gettare la sua noce sopra un gruppetto di altre tre noci radunate per terra. Vinceva chi riusciva a lanciarla sopra il mucchietto senza scomporre le altre, venendo così a formare una piccola piramide detta il “castello”. Un altro gioco era quello della “fossetta”, anticamente chiamato “tropa”, gioco che consisteva nel centrare o la stretta bocca di un orcio o una buchetta scavata nel terreno o nella pietra dei lastricati. Lo studioso Paolo Toschi, in Pagine Abruzzesi si occupò delle tracce del culto della Dea Angizia in un gioco infantile chiamato appunto a”ngizie, praticato dai bambini di Ortucchio nella Marsica. Esso veniva fatto per avere una protezione per sé stessi e per i propri familiari contro il temporale. Nella tradizione dell’Abruzzo contadino presso le comunità agro-pastorali i giocattoli erano creazioni dei bambini: attrezzi semplici, costruiti con mezzi di fortuna, con materiali di scarto come coperchi, rocchetti di filo da cucito, cassette della frutta, manici di scopa, scatole di latta, cerchioni di biciclette, fili di ferro, corde, elastici, tappi e via dicendo. Giochi e relativi giocattoli, chiamati in modo diverso nei vari paesi d’Abruzzo, ma praticamente gli stessi nella forma e nella sostanza, che testimoniano l’abilità manuale e la creatività dei fanciulli delle passate generazioni. Spesso quei giocattoli erano miniaturizzazioni di oggetti tipici degli adulti: carriole, culle, fucili di legno, carretti, trenini e attrezzi da lavoro. Per divertirsi andavano bene anche aeroplanini, barchette, cavalli a dondolo, zufoli, girandole ad aria calda, fischietti con noccioli d'albicocca, bambole di pezza, fionde, cerbottane, carri con cuscinetti a sfera, fucili di legno, aquiloni con telai di canne, monopattini, carri armati semoventi e cannoncini. Gli anziani raccontano che un tempo i bambini custodivano gelosamente un contenitore, una scatola dei tesori dove tenevano le cose più disparate: sassi, foglie essiccate, conchiglie, pezzetti di stoffa e così via. Negli anni ‘50 alcuni giochi tradizionali erano ancora praticati dai numerosi gruppi di bambini e ragazzi che animavano le vie dei paesi, le piazze, i cortili e le aie. Poi, con il passare del tempo sono scomparsi quasi completamente e continuano a sopravvivere nella memoria dei più nostalgici.

I giochi del passato sono tanti, vediamone alcuni.

Il gioco “A 'ppìccicamure”, chiamato anche “accanduscià” (avvicinare, accostare) si svolgeva solitamente durante le feste patronali, quando per i ragazzi era più facile possedere piccole somme di denaro, sotto forma di spiccioli, da utilizzare nell'esecuzione di questo passatempo. Scelto un muro con un bel marciapiede davanti, i partecipanti si ponevano ad una certa distanza dalla parete verticale e tra un numero indefinito di ragazzi, si estraeva a sorte chi per primo doveva mettere a rischio la propria moneta; essa doveva essere lanciata in modo tale da mandarla il più vicino possibile al muro (“appiccicate a lu mure”). Il possessore della moneta caduta più vicina al muro poteva tentare di vincere tutte le monete in gioco: le raccoglieva tutte tenendole in una mano; le disponeva nello stesso verso; le poneva una sull'altra, a castelletto, e le teneva strette tra pollice ed indice. Prima di lanciarle abilmente da una certa altezza diceva “testa” o “croce”, indicando così il verso che le monete dovevano mostrare una volta cadute a terra e vincendo così tutte quelle che mostravano il verso precedentemente indicato. Le monete restanti rimanevano a disposizione degli altri giocatori, che tentavano a turno di impossessarsene nella stessa maniera.

Il Cocuzzaro (“cococciara”, “cucuzzare”, “cuzzele”) è un gioco di gruppo che prende il nome dalle zucche, dette in dialetto “cocòcce” o “cucuzze”. Si giocava fino allo sfinimento, senza che ci fosse un premio finale: uno dei partecipanti veniva nominato Cocuzzaro e tutti gli altri interpretavano le cucuzze, identificandosi con un numero. Una volta disposti in cerchio, il Cocuzzaro recitava una filastrocca nella quale citava un numero. II giocatore nominato doveva rispondere e chiamare a sua volta un altro numero; chi si fosse distratto avrebbe pagato pegno, consegnando un oggetto di sua proprietà e se voleva riaverlo, doveva fare ciò che il capo gioco gli ordinava, o direttamente, o attraverso il volere di un ragazzo prescelto che, bendato, valutava la penitenza da dare al proprietario dell’oggetto in pegno.

Un altro gioco è il “Santill” che prende il nome dal pezzo di mattone usato per giocare; questo veniva posto in posizione verticale con sopra delle monete: ogni giocatore con il suo pezzo di mattonella o coppo, la “sdazzall”, deve colpire il “santill” per vincere le monete cadute più vicine al suo pezzo di mattone.

Nel gioco dei “Bottoni”, antenato del gioco con le monetine, potevano però essere usati bottoni di ogni tipo, che erano oggetto di scambi tra bambine. Predisponendosi al gioco le ragazzine si disponevano in cerchio. La prima bambina poneva il bottone sull’unghia del pollice rivolta verso l’alto, tra la falangina e la falangetta del dito indice, pronto a scattare. Il pollice allo scatto liberava il bottone che cadendo mostrava una delle due facce. Se il bottone mostrava la faccia posteriore la seconda bambina diceva “péte” (ossia piede) e il bottone era suo, se mostrava la faccia anteriore diceva “cape” (ossia testa) ed il bottone restava in possesso della padrona. Al turno successivo toccava alla seconda bambina mettere a rischio il suo bottone giocando con la terza bambina e così di seguito, secondo le stesse modalità, fino a comprendere nel gioco tutte le partecipanti. Un diverso modo di giocare a bottoni era in uso a Pratola Peligna (AQ), dove i bottoni in dialetto venivano chiamati “lemelle”. Si usavano i bottoni con un bordo a rilievo, solitamente utilizzati per le giacche o pantaloni. Il bambino collocava il proprio bottone per terra e, dopo aver umettato il dito indice con la propria saliva, lo poneva sul bottone sollevandolo e girando velocemente la mano, tentava di ribaltarlo; riuscendovi ne restava in possesso, fallendo il bottone passava di proprietà del vicino compagno di gioco.

Il gioco della “Campana” è molto antico, sembra risalire addirittura ai Babilonesi. A Roma era noto come gioco del “clàudus” (gioco dello zoppo) ed era tra i più popolari e diffusi tra i bambini. Destinato alle femminucce, ma non disdegnato dai maschietti, veniva praticato principalmente all'aperto, ovunque si potesse disegnare per terra la campana, una serie di riquadri numerati e posti di seguito. La forma della campana, il numero dei riquadri e la loro disposizione variava da luogo a luogo: si poteva creare con sette riquadri disposti a croce latina; con cinque riquadri disposti in serie di cui l'ultimo suddiviso, per mezzo di diagonali, in quattro triangoli; con tre riquadri disposti in serie, di cui l'ultimo suddiviso in quattro triangoli e l'ultimo spazio numerato avente forma semicircolare. Si giocava in piccoli gruppi di tre o quattro bambine al massimo. Le giocatrici, dopo aver disegnato la campana con un gessetto, una pietra gessosa o un pezzetto di carboncino, si preparavano al gioco munendosi di una piastrella di coccio o una pietra piatta; la piastrella veniva gettata nel primo riquadro, dove si entrava saltellando su un piede; con lo stesso piede, girandosi, si doveva spingere la piastrella fuori dalla campana. La piastrella veniva poi, di volta in volta, lanciata nei successivi riquadri numerati seguendo le stesse modalità e ripercorrendo tutto il tragitto al contrario. La bambina che iniziava il gioco si arrestava in presenza di errori: se la piastrella non centrava il riquadro voluto o usciva sui lati del disegno e non sul davanti; se saltellando si finiva sul disegno della campana. L’abilità consisteva nel riuscire a fare tutto il percorso senza commettere errori e nel minor tempo possibile, segnando così un punto a proprio favore. Infatti chi riusciva a completare l'intero percorso dopo l'esecuzione di tutte le giocatrici, voltava le spalle alla campana e gettava la piastrella all'indietro tentando di centrare una casella. Se il tentativo riusciva, la giocatrice si impossessava della casella sbarrandola con una croce; da quel momento quel riquadro doveva essere saltato, nel corso del gioco, dalle altre partecipanti. Vinceva colei che riusciva ad impossessarsi del maggior numero di caselle. Si conoscono altre varianti come raccogliere la piastrella con la mano stando in equilibrio su una gamba invece di farla uscire colpendola con il piede; entrare contemporaneamente a gambe divaricate in due caselle affiancate; fare il percorso di uscita con gli occhi chiusi.

Nell'antichità decine di giochi, praticati dai fanciulli greci e romani, si avvalevano dell'uso della “Corda”, che richiede agilità e resistenza. Si può giocare da soli, saltando a piedi uniti la corda che, tenuta a due mani per ciascuna estremità, viene fatta roteare intorno al corpo, partendo da dietro. Imprimendo il movimento rotatorio dal basso verso l'alto, la corda passa sopra la testa e, in direzione dei piedi, per evitare di inciampare, il giocatore deve fare un salto. Si può saltare alternando l’uno o l’altro piede; saltare su un piede solo, tenendo sollevata l'altra gamba. Per rendere più difficile il gioco si possono fare salti a piedi incrociati, tenendo gli occhi chiusi o giocando in coppia. Naturalmente vince chi riesce a saltare più a lungo senza interruzioni. Nel gioco di gruppo la corda è più lunga ed è tenuta da due bambine che, sincronizzate, imprimono il movimento rotatorio dal basso verso l'alto mentre scandiscono con una cantilena i nomi di vari frutti (es. arancia, limone, mandarino, mela, ecc.). Ogni fanciulla infatti prende un nome convenzionale ispirato ad un particolare frutto. Le concorrenti devono scavalcare la corda a piedi uniti mentre viene recitata la cantilena; sbagliare significa bloccare il movimento della corda, in tal caso il gioco viene fermato e subentra la bambina che porta il nome convenzionale pronunciato in quel momento; si può ripetere per due volte il gioco, senza passare la mano, se esso viene interrotto al nome del frutto corrispondente alla bambina che sta giocando.

 

 

Il Cucco è una versione molto rudimentale della briscola, questo gioco tipicamente natalizio nasce in provincia di Teramo. Detto anche “Cucù” o “Stu”, una volta era diffuso in gran parte d'Italia e d'Europa. Per iniziare occorre un mazzo di 40 carte speciali con 20 valori diversi: due serie identiche di 20 carte, quindi. Ogni gruppo è composto da una serie di 10 carte numerali, contrassegnate dai numeri romani da I a X e due raggruppamenti di figure. Il primo rappresenta i valori positivi con i numeri dall’XI al XV, mentre il secondo, dal XVI al XX, quelli negativi. La partita inizia con i giocatori “vergini” ognuno con 3 gettoni. Il mazziere mescola il mazzo e dà una carta a tutti i partecipanti restando in attesa; il giocatore esamina la carta ricevuta e decide di “stare” se intende tenerla o “passare” se vuole liberarsene. Nel primo caso il turno passa al giocatore successivo e così via. In situazione di “passo” il successivo è costretto ad accettare la carta del passante, a meno che non abbia un “trionfo” ossia una carta con valore dall’XI al XV. Terminato il primo giro i giocatori scoprono le carte e chi ha il valore più basso paga uno dei suoi gettoni. Chi perde tutti i gettoni è eliminato. Fino a quando c’è un “vergine” vi è la possibilità per gli eliminati di rientrare in gioco. Il gioco rispecchia la vita: una tavolata di giocatori (una società umana); a ognuno una carta (una sorte); a ognuno una possibilità di cambiarla (di mutar destino); ma ognuno è bloccato dinanzi a un trionfo (è sconfitto dai potenti); si scoprono le carte e la più bassa (il capro espiatorio) paga per tutti.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

Musica popolare abruzzese

 

La tradizione musicale abruzzese appare ricca e varia e nel corso della sua lunga storia è stata influenzata soprattutto dalle culture meridionali e mediterranee; nelle sagre e feste della regione non può mancare la famosa fisarmonica diatonica o organetto (chiamato in dialetto du bott); di solito viene suonato per eseguire quadriglie, tarantelle, ballarelle e saltarelli. Altri strumenti musicali utilizzati sono: la zampogna, antico strumento aerofono con boccaglio ad ancia doppia della famiglia delle cornamuse, composta da una sacca di pelle di capra nella quale sono inserite 4 o 5 canne e 2 di queste sono munite di fori per le dita. La ciaramella, strumento aerofono della famiglia degli oboi, suonato spesso in coppia con la zampogna, che possiede un'imboccatura con un'ancia doppia fatta di canna da cui il suonatore immette l'aria, e dei fori, il cui numero varia da otto a nove.

In Abruzzo si svolge ogni anno il Festival Regionale della Canzone Abruzzese. Una manifestazione tra le più longeve nel territorio regionale abruzzese capace di mantenere in vita la musica folkloristica e riunire in una gara itinerante numerosi cori e gruppi folk nel segno della tradizione e dell’amore per la musica.

L’iniziativa, organizzata dall’associazione “Settembrata Abruzzese” che da oltre 50 anni lavora costantemente per promuovere e far conoscere l’anima poetica e musicale abruzzese, si avvale del patrocinio del Consiglio Regionale dell’Abruzzo.

L’iniziativa prevede quattro tappe e la serata dedicata alla finalissima. Ogni coro esegue un programma a libera scelta con canti d’autore della tradizione e un canto inedito di autori contemporanei. I premi finali da assegnare sono due: uno al coro per il programma scelto, l’altro alla nuova canzone.

 

 

Quadriglia

La quadriglia è una danza tradizionale italiana, diffusa su tutto il territorio nazionale, particolarmente nel centro-sud.

I danzatori si mettono generalmente in 2 file disposte l'una di fronte a l'altra o, altrimenti disposti in quadrato (da cui sembrerebbe derivare il nome del ballo), in gruppi da due a cinque danzatori.

La quadriglia si suddivide in 5 fasi dette figurazioni (originariamente erano 9 alternate da una sempre uguale, poi fu deciso di semplificare il ballo in 5 figurazioni) che il coreografo decide il modo di disporre (non è il compositore che decide la sequela delle fasi, ma il coreografo, facendo divenire così, ogni ballo un fatto a sé stante ed originale).

Anche la musica che accompagna viene chiamata quadriglia, la quale è generalmente in tempo pari e prevalentemente suonata con strumenti folcloristici, generalmente fisarmonica o organetto diatonico.

Le coppie eseguono figure, anche complesse, che vengono proposte dalla coppia che conduce e seguite da tutte quelle che seguono. Se il numero di coppie è elevato la danza può diventare molto lunga per permettere a tutte le coppie di eseguire le figure.

La quadriglia deriva da danze contadine francesi (in inglese country dance, da cui contraddanza) che ebbero poi il nome francese originario quadrille, da cui deriva il nome odierno italiano, originatesi a partire dal XVII secolo e poi sviluppatesi nel XIX secolo in Inghilterra e negli Stati Uniti.

 

 

Tarantella

Con il termine tarantella vengono definite alcune danze tradizionali e le corrispondenti melodie musicali prevalentemente del sud Italia e l'Argentina, che sono prevalentemente in tempo veloce, in vario metro: le varie tipologie hanno una metrica dei fraseggi melodici e ritmici in 6/8, 18/8 o 4/4, sia in modo maggiore che in modo minore, a seconda dell'uso locale.

La prima fonte storica risale ai primi anni del XVII sec. e sin dal suo primo apparire il ballo è legato al complesso e rituale fenomeno del tarantismo pugliese. Mentre conosciamo alcuni motivi sei-settecenteschi di tarantella, non è possibile conoscere con sicurezza le forme coreutiche di quei secoli per mancanza di notazioni coreografiche dell'epoca e riferibili alle classi popolari che praticavano tale danza.

Nel XIX sec. la tarantella è divenuta uno degli emblemi più noti del Regno delle Due Sicilie ed il suo nome ha sostituito i nomi di balli diversi preesistenti di varie zone dell'Italia meridionale, diventando così la danza italiana più nota all'estero. La diffusione di moda del termine spiega il fatto che oggi varie tipologie di balli popolari e musiche da ballo recano il nome di "tarantella".

Molti compositori colti si sono ispirati tra il XVIII e il XX sec. ai motivi e ai ritmi delle tradizioni meridionali, componendo e costituendo un genere a sé di tarantella colta. La trasposizione "colta" più famosa è probabilmente quella composta per pianoforte da Gioachino Rossini, intitolata La danza, che fu arrangiata per esecuzione orchestrale, insieme ad altri brani pianistici di Rossini, da Ottorino Respighi nel secolo XIX per il balletto La boutique fantasque, coreografato da Léonide Massine per i Ballets Russes di Serge Diaghilev.

Secondo alcuni studiosi il nome "tarantella" deriva da "taranta", termine dialettale delle regioni meridionali italiane per designare la tarantola o Lycosa tarentula, un ragno velenoso diffuso nell'Europa meridionale. In quelle zone il ballo della tarantella è in parte legato alla terapia del morso della tarantola. La tradizione affidava al veleno di questo ragno effetti diversi, a seconda delle credenze locali: malinconia, convulsioni, disagio psichico, agitazione, dolore fisico e sofferenza morale.

Chi veniva morso o credeva di essere stato morso da una tarantola (ma anche da scorpioni, insetti o rettili vari) tendeva ad un esagerato dinamismo e ricorreva a terapie coreo-musicali, particolarmente efficaci durante la festività dei santi Pietro e Paolo che, mediante l'insistenza della pratica della danza, provocassero l'espulsione del veleno attraverso sudori ed umori. Non tutte le forme di danza erano comunque legate a questo fenomeno: si danzava anche in occasioni pubbliche (festività religiose, pellegrinaggi ai santuari, ricorrenze agricole) e private (matrimoni, battesimi, ecc.) come espressione di religiosità e gioia.

Non è trascurabile l'ascendenza che alcuni storici della musica attribuiscono alla città di Taranto per le origini del ballo, chiamato anticamente Tarantedde.

 

 

Saltarella e ballarella

La saltarella è un ballo tradizionale di area abruzzese, in parte del Molise e in alcune aree del Lazio fino al 1927 sotto l'amministrazione abruzzese (Amatriciano, Cicolano e Sorano), molto affine con le tarantelle meridionali. La forma più diffusa è la saltarella in coppia (non necessariamente eterosessuale), ma si conservano anche esempi di saltarella a quattro persone o in cerchio. Sono stati individuate delle sottotipologie coreutiche che si esprimono con varianti ritmico-melodiche e coreutiche ben evidenti; ne sono stati individuati almeno cinque modelli differenti: quello frentano, teatino, teramano, alto-sabino e la ballarella della Val Pescara, spesso considerata famiglia a sé, cerniera tra saltarella, spallata e tarantella.

La saltarella dovrebbe discendere direttamente dalla “saltatio”, il ballo più diffuso nella Roma antica, assieme alla danza della "ballicrepa" e al ballo cantato della "corea".

Le prime fonti certe riguardo l'origine del saltarello sono comunque da ricercare nel XIV sec. Nel 1465 il Comazano lo indica come “ballo da villa” molto frequente fra gli italiani. Tra il XIV e il XVII sec. il saltarello è uno dei quattro modi basilari della danza di corte italiana (bassadanza, saltarello, quaternaria, piva): gli ambienti aristocratici erano soliti ispirarsi ai balli popolari per poi effettuare trasposizioni in stile aulico di musiche e coreografie. Nel XVIII e XIX sec. si è sviluppata per mano di numerosi artisti italiani e stranieri una ricca iconografia con scene di saltarello. In ambito popolare attuale, il genere musicale del saltarello ha molte affinità con la tarantella dell'Italia meridionale e viene eseguito generalmente dall'organetto, ma originariamente l'organico era costituito da zampogna, ciaramella, tamburello e tammorra. Viene chiamato al femminile “saltarella”, secondo un'usanza molto diffusa nel Regno di Napoli, così come per la Zumparella, la Ballarella, la Tammurriata, la Pizzica, ecc.

È un ballo di corteggiamento nel quale le coppie si dispongono in cerchio e, a turno, si portano al centro per eseguire il rito della seduzione. Le coppie si danno costantemente il cambio in una sorta di gara di resistenza che aumenta al ritmo incalzante della musica. Quando sono all'interno del cerchio i due “amanti”, cercando di mantenere una certa sincronia nei movimenti, non si toccano, ma si sfiorano con continue allusioni. Nel ballo di coppia, dopo il consueto invito, i ballerini cercano di sincronizzarsi a tempo di musica per poi effettuare passi incrociati saltati, posizionando sempre un piede dietro l'altro che è fatto strisciare in avanti prima di ricevere il peso di tutto il corpo. Il passo può essere anche semplicemente saltato ed il piede, scaricato dal suo peso, viene scalciato energeticamente in avanti per poi essere affiancato nuovamente all'altro che ripete la sequenza.

Le braccia sono protese in alto, frontalmente, composte sui fianchi o dietro la schiena per gli uomini. La coppia danzante può afferrarsi frontalmente con le mani guardandosi negli occhi ed alternare abili movenze di fughe, rifiuti, rincorse, con mimiche a dispetto e di corteggiamento. L'uomo può dare esempio della sua abilità a seguito di una precisa variazione musicale introducendo un passo calciato in avanti chiamato “spuntapiede”, imitato non necessariamente dalla donna. Il tutto si conclude quando i due ballerini, tenendosi per le braccia, decidono di darsi reciproca intesa, come ad esempio saltando su ambo le gambe, ed eseguono con passi laterali un tragitto circolare allargato fino alla loro uscita di scena.

 

I ragazzi del Quadrifoglio