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Il litorale abruzzese in provincia di Chieti è caratterizzato da calette, promontori, scogliere alte e frastagliate, questo tratto, che si estende da Ortona a San Salvo, comprendendo San Vito Chietino, Rocca San Giovanni, Fossacesia, Casalbordino e Vasto, è noto come “Costa dei Trabocchi” e assume il nome, appunto, dal trabocco, antica e tipica costruzione marinara, che è frequente incontrare sulla costa e ne è diventata il simbolo. I trabocchi sono strane e complesse macchine da pesca, issate su palafitte con una ragnatela di cavi e assi. Non hanno una forma sempre uguale, ma, nelle loro parti essenziali, consistono in piattaforme, composte da tavole e travi non completamente connesse, elevate su primitivi pilastri conficcati sul fondo del mare o su scogli, e congiunte alla vicina riva da esili passerelle di legno. Dalle piattaforme si staccano le antenne, che sostengono le reti (dette “trabocchetti”) per mezzo di un complicato sistema di carrucole e funi.

 

 

I trabocchi hanno un’architettura leggera, ma solida, in grado di sopportare il peso della robusta rete da pesca e le sollecitazioni delle tempeste marine, dopo ogni tempesta hanno bisogno di aggiustamenti e riparazioni. Sul trabocco operano i "traboccanti", che, oltre alla pesca, pensano anche alle riparazioni e sono depositari e custodi di un’antica e affascinante arte, apparentemente primitiva e improvvisata, ma in realtà evoluta quanto le più complesse tecniche ingegneristiche. I materiali adoperati sono i più vari e inizialmente erano legati alle disponibilità locali: l’olmo, l’abete e l’acacia erano i legni più usati, insieme alle corde di canapa. Oggi si adoperano molto anche i fili di ferro e le traversine della ferrovia. Il complesso gioco di fili, corde e pali, che si intrecciano tra loro, li rendono simili a “ragni colossali”, come dice il celebre poeta abruzzese Gabriele D’Annunzio.

Molto del fascino, che i trabocchi emanano e che sta conquistando i turisti e i visitatori provenienti anche dall’estero, deriva soprattutto dai luoghi in cui sono posizionati. Nella maggior parte dei casi, infatti, i trabocchi sorgono lungo le sporgenze della costa, dove questa forma una punta sul mare e dove dalla riva si diparte una fila di scogli che permette di raggiungere un punto avanzato sull’acqua, in modo da poter permettere la pesca su uno specchio profondo, dove possono essere sfruttate le correnti che fiancheggiano la costa.

La tecnica usata dai traboccanti per pescare prevede che le ampie reti (che tecnicamente sono delle reti a bilancia) vengano calate a mare con un argano girevole (spesso elettrico), fissato nel centro della piattaforma. Di tanto in tanto, vengono rialzate un poco sul livello del mare. I pesci intrappolati, per lo più cefali, spigole, aguglie e pesce azzurro in generale, restano sospesi fuori dall’acqua, nel cavo della fittissima rete, il “trabocchetto”, finché non vengono tirati su con un guadino, detto anche “volega”, che è un retino conico, dotato di lungo manico. Il termine “trabocco” deriva proprio da quello della rete, detta trabocchetto, la quale è usata anche nell'uccellagione ed è sinonimo di “trappola”, in quanto il pesce cade in trappola nella rete.

 

 

Le origini dei trabocchi sono in parte ancora oscure. Pare comunque certo che la loro costruzione risalga all’VIII sec. d.C., quando contadini-pastori, non esperti di flutti e di barche, intuirono però che potevano integrare il loro raccolto agricolo, proiettandosi sul mare aperto con veri e propri prolungamenti della terra, ovvero con palafitte piantate sugli scogli sottostanti. I primi traboccanti, dunque, non sarebbero stati pescatori, ma agricoltori.

Oggi, dopo un periodo di scarso utilizzo e di oblio, i trabocchi sono tornati al centro dell’attenzione, molti sono stati recuperati e resi funzionanti, molti sono stati trasformati in ristoranti e sono considerati un importante patrimonio culturale e ambientale, divenendo motivo di attrazione della costa, su cui sorgono.

Anche il grande poeta abruzzese Gabriele D’Annunzio amava i trabocchi e, infatti, sulla costa dei trabocchi tra San Vito Chietino e Fossacesia, vi è un eremo dove nell’’800 vi fu costruita una casa da pescatori, che Gabriele d'Annunzio nel 1889 acquistò e ristrutturò per il suo soggiorno personale assieme all'amante Barbara Leoni. La casa e l'eremo tutto è chiamata eremo dannunziano, o promontorio dannunziano, ed oggi è un museo privato.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

Turismo

La bellezza, la storia e la cultura delle Torri nel Chietino

Un antico metodo di difesa

 

L’Abruzzo è caratterizzato dalla presenza di torri isolate disseminate su tutto il territorio. Esse si presentano sotto varie configurazioni: esistono torri a pianta quadrata, circolare o pentagonale e, più di rado, triangolare. Erano posizionate sui luoghi più elevati, per meglio esercitare i fondamentali compiti del controllo, dell’avvistamento e della segnalazione ed erano poste in modo tale da garantire il collegamento ottico tra più presidi. Mediante un sistema di fuochi notturni e fumate diurne, consentivano di predisporre per tempo opportune misure difensive contro improvvisi attacchi. La torre isolata era e rimane il tipo più semplice di architettura fortificata. Nei casi ordinari e consueti, le sue parti murarie risultano fatte in pietra, con conci più o meno squadrati. Con il sopraggiungere di nuove esigenze tattiche, le torri, dapprima isolate, sono poi divenute elementi di più ampie ed articolate fortificazioni. Più rari sono in Abruzzo gli esempi di torri cintate, per la propria estrema difesa. Le caratteristiche torri costiere d’avvistamento, sorte lungo il litorale abruzzese, fanno invece parte di un più tardo ed ampio sistema difensivo extraregionale, in funzione anticorsara, organizzato a partire dal XVI secolo. Particolarmente diffuso è inoltre il castello-recinto, che costituisce probabilmente l’espressione più caratteristica dell’architettura fortificata abruzzese. Posto quasi sempre a monte di un centro abitato aveva la specifica funzione di fornire un sicuro rifugio alla popolazione in caso di pericolo. Di origine prevalentemente medievale, il castello recinto è costituito da una cinta muraria, frequentemente a pianta triangolare, munita generalmente di più torri; quella principale più imponente ed in alcuni casi pentagonale (che in tal caso prende il nome di puntone), posta quasi sempre a monte del recinto, rappresentava il caposaldo della fortificazione.

 

Torri di Casalanguida 

 

 

 

Le torri di Casalanguida risalgono al XV secolo, una si trova in via Marconi (torre rivestita in cemento), e l’altra in via Umberto I (torre rimaneggiata nel tempo). Nelle strutture sono presenti vari frammenti lapidei, tra cui mensole, stipiti, architravi, davanzali, redondoni e doccioni. Sono realizzate in ciottoli di fiume, mentre la torre di Via Umberto I utilizza anche il laterizio.

 

Torre di Celenza sul Trigno

 

 

L’imponente torre cilindrica, alta circa 15 m e posta lungo il fiume Trigno, in prossimità del tratturo Ateleta-Biferno e del confine con il Molise, costituisce un esempio di torre di presidio. È difficile stabilirne l’esatta collocazione cronologica. La struttura è realizzata in muratura di pietra irregolare, con l'uso di elementi lapidei per inquadrare le strette feritoie e le aperture. Lo spessore murario diminuisce progressivamente ad un terzo dell’altezza dove è posizionato un ingresso sopraelevato.

 

Torre Ciarrapico e Torri Medievali di Francavilla al Mare

 

 

Nella “civitella”, la parte alta di Francavilla, è situata la Torre Ciarrapico, costruita alla fine del ‘600, oggi ribattezzata Torre del Gusto, sede di Cittaslow e Slow Food. Si tratta in realtà di una dimora signorile a quattro piani fatta costruire dalla famiglia Ciarrapico, che l’abitò e che le dà tuttora il nome. È dotata di un ascensore panoramico e la loggia aperta sull’ultimo piano regala un suggestivo panorama sul mare e sulle colline poste a ridosso dell’abitato. Durante la Seconda guerra mondiale il centro storico di Francavilla al Mare fu raso al suolo e oggi non rimangono che sei torri medievali, di cui solo la Torre d’Argento è integra. In origine le torri erano dodici ed erano poste a difesa della cinta muraria. Le altre torri sono Torre di Giovanni, oggi un rudere, Torre Masci, vicina a Torre Ciarrapico, un torrione del 1570 di forma cilindrica e le Torri De Monte e Rapinesi poste all’interno di due fabbricati.

 

Torre di Frisa

 

 

La Torre di Frisa, sita in Piazza Principe di Piemonte, attualmente è inglobata nel palazzo Caccianini e risulta abitata (sede del Gruppo volontari comunale di protezione civile di Frisa). Fu costruita nel XIV secolo, mentre fu accorpata nel XVII secolo al palazzo baronale. La base è circolare ed è costruita in pietre miste a mattoni, in cui si aprono varie finestre.

 

Torre di Furci

 

 

La torre di Furci, databile probabilmente tra il XV e il XVI secolo, presenta la base tronco conica ed uno sviluppo superiore cilindrico. Ciò lascia intuire che la torre possa aver subito dei rifacimenti in più fasi costruttive. È costruita con pietre di forma irregolare e conserva ancora sezioni di inserti lignei, probabilmente passanti, che facevano parte della struttura dei solai intermedi.

 

Torre Orsini di Guardiagrele

 

 

A pochi passi dall'antico perimetro difensivo della città, spicca il suggestivo torrione Orsini (così denominato dalla potente casata che dominò a lungo su Guardiagrele). La torre è a pianta quadrata, con grosse mura in pietra di 80 cm di spessore. È priva di copertura ed è attualmente semidiroccata. Chiusa ai lati, presenta un’apertura alla base, utilizzata per l’accesso, ed una finestra sulla parete opposta verso l’alto. La torre, che faceva parte delle antiche fortificazioni della città, porta i segni di costruzione del 900 e del 1000, ossia dell’epoca in cui avvennero le invasioni dei Saraceni e degli Ungari. La torre costituirebbe l’antico presidio militare longobardo, dal quale, secondo la tradizione, ebbe origine il primo nucleo fortificato della città.

 

Torri Montanare di Lanciano

 

 

Nel versante meridionale dell’antico borgo di Civitanova di Lanciano si conserva ancora un buon tratto delle mura di cinta, sul quale spiccano le torri dette Montanare, perché difendevano la città dall’attacco dai monti. Emerge per altezza la torre di avvistamento medievale, chiusa su tre lati, affiancata dalla successiva torre aragonese (XV sec), contornata da un apparato a sporgere con beccatelli.

 

Torre di Orsogna

 

 

Si presume sia stata ricostruita nel fine secolo XIX, dal proprietario Di Bene, un signorotto, sui resti di una torre medioevale, danneggiata dalla guerra. Fu soggiorno del D’Annunzio e del Michetti, la presenza di quest’ultimo è testimoniata dal suo quadro “La Figlia Di Jorio” del 1895, in cui è rappresentata la Maiella vista proprio da quest’angolazione. Di recente è stata restaurata (1994) ed è sede di diverse mostre d’arte.

 

Torri di Ortona

 

 
     
 

 

Torre Baglioni è sita in via G. D’Annunzio, presso la Porta della Marina, ai margini delle mura caldoriane. Fu dei Bernardi, dei Salzano-De Luna, infine dei Baglioni. Questi ultimi dopo l’unità d’Italia si trasferirono a Chieti. Ha una struttura quadrata. Torre Mucchia è sita sul promontorio nei pressi di Lido Riccio, nella Contrada San Marco. È a struttura a piramide troncata a base quadrata in mattoni. Fa parte della lunga serie di torri costiere del Regno di Napoli, che difendevano il litorale dalle invasioni ottomane e turche. Fu fatta costruire nella 2ª parte del XVI secolo dal Viceré di Napoli Don Pedro Afán de Ribera. Nel XVIII secolo venne trasformata come dogana. La Torre del Moro si trova sull’ansa destra della foce del fiume Moro, in località San Donato. Fu costruita nel XVI secolo per rispondere agli attacchi Saraceni, ma essendo fondata in un terreno limaccioso e difficile da gestire, già nel secolo successivo fu dichiarata pericolante. Nel Novecento alcune foto la ritraggono in stato di abbandono, ma con un lato ancora intatto. Dopo i bombardamenti della battaglia di Ortona, rimane solo la parte della base in piedi. La Torre Riccardi è risalente approssimativamente al XV secolo ed è l’unica parte rimasta del palazzo della famiglia Riccardi, cacciata da Ortona all’inizio del XVI secolo.

 

Torre della Porta e Torrione di Paglieta

 

 

 

La Torre della Porta venne costruita nel XVIII secolo con la soprelevazione di una struttura medievale, che comprendeva una delle porte di accesso alla città, con l’aggiunta della torre campanaria e successivamente anche dell’orologio. La torretta terminale di supporto in ferro per le campane venne realizzata agli inizi del Novecento. Il Torrione faceva parte dell’antica cerchia muraria e attualmente viene visitato come punto d’osservazione; l’edificio risale al XIV secolo, periodo di costruzione della cerchia muraria. Nel corso del Settecento risulta interessato da un intervento di sopraelevazione ed inglobamento nelle nuove costruzioni ricavate lungo il circuito delle mura.

 

Torre dell’Orologio di Palena

 

 

La Torre di Controllo o dell’Orologio di Palena fu costruita circa nel 1956, quando la giunta comunale decise di abbattere la vecchia torretta di guardia della piazza della chiesa di San Falco, perché giudicata pericolante dopo i bombardamenti nazisti. Della vecchia torre oggi rimane solo un arco e nel piazzale del cortile del castello ducale, che originariamente era solo una torre di controllo e successivamente fu ampliato, la nuova torre fu costruita in aspetti architettonici medievali con l’aggiunta di merlature, di quattro orologi per ciascuna facciata e una cella campanaria sulla sommità per suonare le ore.

 

Torre Del Colle di Rapino

 

 

In località Torre Del Colle, nei pressi di Rapino, sono ancora visibili i resti di un insediamento fortificato medievale. Sulla sommità è collocata una torre a pianta quadrata. La torre è realizzata con poderosa muratura, sulla quale si aprono le feritoie. Ai piani superiori si accedeva mediante botole servite da scalette di legno. Manca oggi la parte superiore della torre che, si ipotizza, fosse dotata di una copertura a terrazzo con merlatura a filo di muro. La sua tipologia strutturale consente di ascriverla tra le torri angioine, che partecipavano al sistema difensivo del regno di Napoli.

 

Torri di Ripa Teatina

 

 

 

Rimangono le torri di difesa dell’antica cinta muraria. Appena fuori dal centro storico, dalla parte Nord-Ovest, vi è poi ancor ben conservata una grossa torre, di forma cilindrica, con merli ghibellini, attualmente in corso di ristrutturazione. Altra torre meritevole di citazione è quella di antica proprietà della nobile famiglia dei De Lollis di Bucchianico in Contrada Arenile, ora trasformata in un lussuoso e suggestivo ristorante.

 

Torre di Rosello

 

 

Si tratta dei ruderi di una torre circolare. Sovrastava il nucleo originario del paese. Viene nominata in un documento del 1541. Restano solo poche tracce di una muratura in struttura semicircolare forse appartenenti ad una torre cilindrica e di un recinto di un forte.

 

Torre Punta Penna di Vasto

 

 

La torre di Punta Penna si affaccia direttamente sul mare Adriatico. Si tratta di un tipico presidio di avvistamento e di difesa del Viceregno di Napoli, sull’intera insenatura che costituisce il porto di Vasto. La sua edificazione risale al periodo del Vicerè Don Pedro Afán de Ribera (1563). Si presenta a pianta quadrata (12x12 m), costruita in mattoni e completamente intonacata. Ha un’apertura per ogni lato e due ingressi nel lato sud, uno al piano terra ed uno al primo piano, cui si accede tramite una scala in muratura a due rampe, costruita in epoca successiva. La torre di Punta Penna ancora oggi mantiene l’attività di monitoraggio organizzata dalla Marina Militare Italiana, non più a vista, ma con moderni sistemi radar.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

Monteferrante è un comune italiano di 135 abitanti della provincia di Chieti in Abruzzo ed è ubicato a 837 m di altezza. Fa parte della Comunità montana Valsangro. Sorge su un colle roccioso, panoramico, alla destra del fiume Sangro. Il suo territorio è ricoperto di grandi boschi e pascoli. Il nucleo abitato, sorto attorno al castello medievale, si presenta con le case “aggrappate” alla roccia.

Nel corso dei secoli è stato chiamato Munt’frand (1150), Mons Ferrantus (1279), Castel Ferrando e Castelferrando (1290), Mons Ferrandus (1320), Monte-ferrando (1436), Monte Ferrante (1447), Mons ferrans (1481), Mons Ferdinandus (1600 – 1700) ed infine Monteferrante. La prima parte del nome, “Monte”, deriva naturalmente dal luogo su cui si appoggiano tutt’ora le case più antiche. La tradizione vuole che la seconda parte del nome derivi da re Ferrante I d’Aragona, il quale concesse il possesso del paese ai figli di Marino Caracciolo nel 1468, però il nome esisteva già prima e ci sono anche altre interpretazioni, come quella che vuole che il nome “Ferrante” derivi dall’antico nome francese del mantello grigio-ferro dei cavalli “ferrant” o quella che vuole far derivare la seconda parte del nome del paese dalla "ferrea" fortificazione del paese.

Durante il periodo estivo, in virtù del rientro dei cittadini che vivono all'estero e grazie ai numerosi turisti, la popolazione raggiunge circa i 400 abitanti. È un luogo di soggiorno perfettamente inserito nell'ambiente naturale, ricco di valori paesaggistici; è una terrazza sulla valle del Sangro che offre la possibilità ai visitatori di godere uno stupendo e incantevole panorama, che spazia dal lago di Bomba alla Maiella. Il borgo si caratterizza non solamente per la natura lussureggiante che lo circonda, ma anche per il grande valore storico e culturale del suo abitato. E’ un luogo ideale per effettuare percorsi campestri grazie alla particolare visuale paesaggistica e ai forti valori ambientali.

Nella parte alta del paese di intravedono i pochi ruderi dell’antico castello della famiglia dei Sangro. Le informazioni di questo castello restano quasi esclusivamente nella memoria popolare come luogo in cima al colle. Rimangono invece alcune tracce delle antiche mura, dove sono ancora visibili una piccola porta d’accesso collegata alla chiesa di San Giovanni Battista ed un breve tratto di fortificazione.

 

 

La chiesa di San Giovanni Battista Decollato è di antiche origini e modificata ed ampliata più volte dal XVII sec. Attualmente è visibile la facciata così come restaurata nel 1927. La chiesa ha un discreto portale ed una torre campanaria a base quadrata in pietra, mentre gli interni sono di tipo barocco.

Al centro della piazza principale vi è una fontana monumentale di acqua minerale di libero accesso e che attira molti visitatori, in quanto dalla fontana sgorga acqua oligominerale utilizzata per la calcolosi renale e per le diete povere di sodio.

Nei pressi, in un bosco di cerri, faggi e abeti vi è la chiesa di Santa Maria del Monte.

 

 

Il parco eolico di Monteferrante è un impianto di produzione di energia eolica situato nel territorio comunale di Monteferrante e fa parte del Comprensorio eolico Alto Vastese. L'impianto è stato realizzato inizialmente nel 2001 con l'installazione di 30 aerogeneratori da 600 kW e completato nel 2002 con l'installazione di altre 11 macchine analoghe.

Tra le tradizioni del paese ricordiamo quella delle “Tavole di San Giuseppe” il 19 marzo in occasione della festa di San Giuseppe, quando le famiglie che intendono assolvere un voto o una devozione imbandiscono una tavola nella propria casa e la mettono a disposizione di parenti e altri ospiti. I cibi vengono consumati in piedi recitando litanie liturgiche cristiane.

Vi è poi il 17 agosto la “Sagra delle Conche”, alla quale abbiamo partecipato l’estate scorsa, quando è stata organizzata una gita a Monteferrante, vicino a Rosello, per assistere proprio alla sagra delle conche. Le conche sono dei recipienti in rame, che le donne anticamente usavano per trasportare l’acqua, portandole sulla testa.

Siamo partiti dalla struttura intorno alle 5 del pomeriggio con due pulmini ed eravamo tutti molto contenti. Il viaggio è stato molto bello, perché abbiamo potuto ammirare il paesaggio della Val di Sangro con la vallata e le montagne, ed è durato circa mezz’ora. Arrivati in paese, abbiamo parcheggiato i pulmini e ci siamo subito recati nella piazza principale, al cui centro abbiamo potuto ammirare la bella fontana, da cui sgorga l’acqua molto rinomata nella zona.

Purtroppo è iniziato a piovere un po’ e abbiamo preso riparo sotto un gazebo nella piazza; in ogni caso questo non ha ostacolato la manifestazione, infatti dopo una breve attesa è iniziata la sfilata delle donne abruzzesi in abiti tipici ed ognuna portava sopra la testa una conca ricolma di fiori.

Finita la sfilata, ha avuto luogo un’asta, in cui si poteva fare un’offerta per dei pacchi a sorpresa. A noi è capitato un pacco con della pasta, dell’aceto balsamico e un pacco di biscotti, questi ultimi naturalmente li abbiamo subito assaporati.

Dato il maltempo, si è deciso, grazie alla gentile disponibilità del sindaco di Monteferrante, di cenare in una saletta del municipio e lì ci siamo diretti e sistemati, ma poi il tempo è migliorato e siamo nuovamente tornati in piazza, dove sono stati allestiti dei tavoli per la cena. E così tutti insieme abbiamo mangiato pennette con pomodoro e pancetta, porchetta, frittata e tanto cocomero.

Finita la cena, è iniziato lo spettacolo, abbiamo ballato tutti insieme in piazza, anche con l’altra gente intervenuta alla festa, abbiamo fatto anche dei balli di gruppo e poi c’è stata l’esibizione di un comico molto divertente.

Alla fine dell’esibizione siamo risaliti sui pulmini, tutti molto soddisfatti della bella serata passata insieme.

Consigliamo a tutti una visita a Monteferrante tra storia e natura.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

Turismo

Ortona: una città di mare e di storia

Il porto più importante dell’Abruzzo

 

Ortona, Urtónë in abruzzese e fino agli anni trenta del Novecento conosciuta anche come Ortona a Mare, è un comune italiano di 23.277 abitanti della provincia di Chieti in Abruzzo e si affaccia sul Mare Adriatico. Il porto di Ortona è uno dei più importanti di tutto l’Adriatico e il principale dell’Abruzzo per bacino, fondale e movimento. La storia antichissima della città risale al popolo dei Frentani, che usava lo scalo commerciale come principale fonte economica del territorio. Città romana dagli inizi del III secolo a.C., fu occupata, dopo la caduta dell’Impero romano di Occidente, prima dai Goti, poi dai Bizantini, dai Longobardi e infine dai Normanni che la incendiarono (XI secolo). Risorta in epoca sveva, tornò a fiorire economicamente. Nel 1258 la città ospitò in maniera permanente nella Cattedrale le reliquie di San Tommaso Apostolo, diventando un punto di riferimento nel campo religioso. Dopo battaglie varie con la città rivale di Lanciano, Ortona passò in mano a Jacopo Caldora che ricostruì la cinta muraria. Fu città cara a Margherita d'Austria, che vi fece costruire Palazzo Farnese (seconda metà del XVI secolo). Durante l’Ottocento fu rappresentata culturalmente dal compositore Francesco Paolo Tosti e dal poeta Gabriele D'Annunzio. Durante la Seconda guerra mondiale Ortona diventò capo marittimo della linea Gustav con estremo opposto a Cassino e fu teatro di una dura battaglia tra tedeschi ed alleati che portò a bombardamenti ininterrotti per 6 mesi e che coinvolse il centro della città, tanto che Winston Churchill la definì “La Stalingrado d'Italia”, in quanto similmente alla città russa Ortona visse una lunga battaglia nel cuore della città con la distruzione di gran parte del suo tesoro artistico. Oggi la città è fortemente sviluppata e ricostruita, scalo marittimo principale della regione abruzzese con il suo porto, nonché per varie volte fregiata di Bandiera Blu.

Vediamo ora le bellezze da visitare.

 

 

Il Castello Aragonese originariamente fu costruito nel XIII secolo dagli Angioini. Nel XV secolo Jacopo Caldora cacciò via gli Angioini e rifondò il castello, circondando inoltre la città di mura possenti. Dopo il decadimento della famiglia, gli Aragonesi conquistarono le coste abruzzesi e anche Ortona, costruendo il nuovo castello con mura più possenti, a forma di trapezio. Il castello, gestito da Alfonso d'Aragona, passò dal XVII secolo in poi a varie famiglie locali, quali i Baglioni. Nel Novecento risultava in semi-abbandono ed usato come polveriera dentro le mura. Alcune foto antiche mostrano che il castello all’interno delle mura, possedeva un palazzo del Settecento. Durante la battaglia di Ortona nel 1943 il castello saltò in aria e tutta la parte superiore, incluso il palazzo, andò persa. Nel 1946 una frana dello sperone di tufo sopra cui poggia il castello, danneggiò ancora di più il maniero, inghiottendo ampie porzioni di mura e due torri circolari. Il castello restò abbandonato fino ai primi anni novanta, quando venne restaurato completamente. Si conserva il fossato verso il borgo di Terravecchia, le due torri possenti a cilindro e le mura perimetrali. L'interno è stato adibito a giardino belvedere verso il mare.

 

 

La Cattedrale di san Tommaso Apostolo fu costruita nel IX secolo, ma danneggiata dai Normanni nell’XI secolo. Ricostruita completamente nel XII secolo, nel 1258 ospitò le reliquie autentiche di San Tommaso, riportate dall’isola di Chio da Leone Acciaiuoli. La cattedrale fu devastata da un terremoto del XV secolo e ricostruita sotto forma barocca, meno il portale del Trecento. La cattedrale fu gravemente danneggiata nel 1943 durante la battaglia di Ortona e ricostruita in aspetto neoclassico per quanto riguarda la facciata, rimontando il portale del Trecento e ricostruendo l’interno nella matrice barocca. Al suo interno, oltre alla cripta delle reliquie, vi è il Museo Diocesano.

Altre chiese importanti di Ortona sono la Chiesa della Santissima Trinità, la Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli e la Chiesa di Santa Caterina di Alessandria.

 

 

Palazzo Farnese è il palazzo storico più famoso della città, posto presso la Passeggiata Orientale. Fu costruito nel XVI secolo per volere di Margherita d’Austria su progetto di Giacomo Della Porta. Fino alla metà del ‘700, Palazzo Farnese fu sede dell’amministrazione dei beni farnesiani dell’Abruzzo e vi alloggiarono i vari governatori di Ortona. Quando il Regno di Napoli incamerò i possedimenti dei Farnese, il Palazzo nel 1795 venne venduto alla famiglia Berardi. La proprietà comunale è del secolo scorso. Attualmente ospita il Museo d’Arte Contemporanea e la Pinacoteca Cascella.

Il Quartiere Medievale di Terravecchia è rintracciabile tra il Parco Ciavocco e il corso Matteotti, assieme al Vico Bonelli e alla Torre Baglioni del XIII secolo, lungo il viale Gabriele D’Annunzio. Il quartiere è dominato dalla Cattedrale di San Tommaso Apostolo ed è caratterizzato dalle ruette, le vie di comunicazione più strette e ardue da percorrere, costruite apposta affinché se la città fosse stata assediata, i militari si ritrovassero intrappolati. Il Corso Matteotti risale al XV secolo nell'aspetto attuale, assieme alla via di Ripa Grande (1882), poi Passeggiata Orientale, che è una splendida passeggiata con una vista spettacolare sul porto e soprattutto sul mare. Uno snodo verso il mare è la via Leone Acciaiuoli, che comprende il settecentesco Palazzo De Benedictis, dove nacque Luisa De Benedictis nel 1839, madre di Gabriele D’Annunzio, e soprattutto il Palazzo Corvo del XVII secolo, dove nacque il compositore Francesco Paolo Tosti. Vi sono anche i palazzi dei Mené (XVIII secolo), dei Colangelo (XVII secolo), dei Pugliesi (metà XVII secolo), Gervasoni (XVII secolo) e il palazzo Rosica-De Sanctis (XVII-XVIII secolo), antistante la Cattedrale. A fianco vi è il Palazzo Mancini, del XVI secolo, dove nel 1586 vi morì Margherita d'Austria, trasferitasi ad Ortona per l’edificazione del Palazzo Farnese, compiuto successivamente alla sua morte.

Le Mura Caldoriane circondavano tutto il vecchio borgo di Terravecchia e della Terranova (zona del Palazzo Farnese e del corso Vittorio Emanuele). Nel XIX secolo tuttavia, per ampliare la città, le mura furono quasi del tutto demolite. Restano ancora alcune tracce in via Gabriele D’Annunzio, legate alle case fortificate del borgo di Terravecchia, nonché la Torre Baglioni.

Il Castello Caldora risale al XV secolo, costruito da Jacopo Caldora. Fa parte delle mura difensive medievali ed infatti più che un castello è un bastione fortificato con una robusta torre merlata. Fortunatamente scampato ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, il castello è ben conservato ed ospita la Cantina Farnese. Possiede anche frantoi sotterranei.

Il Teatro Vittoria “Francesco Paolo Tosti” fu costruito nel primo Novecento in stile teatro dell’opera per volere di Francesco Paolo Tosti. Il teatro passò in mano a varie famiglie, fino a diventare negli anni novanta dell’amministrazione comunale. Il teatro di opera lirica ha una facciata monumentale scandita da due contrafforti laterali. Decorato da vetrate multicolore e da architravi alla maniera dei templi greci, con al centro, in alto, la statua della dea Vittoria e della Musica.

Il Cimitero Militare Canadese si trova in contrada San Donato. Nel cimitero sono raccolte le spoglie dei soldati del Commonwealth britannico, in massima parte canadesi, morti nel dicembre del 1943 durante i combattimenti contro i tedeschi per l’attraversamento del fiume Moro e successivamente nella Battaglia di Ortona.

Dalla località di San Donato parte la famosa Costa dei Trabocchi, conosciuta per le caratteristiche macchine da pesca. L'area di mare è famosa anche per insenature nel tufo e spiagge naturali rimaste allo stato brado, come Punta Acquabella (in contrada San Donato), Ripari di Giobbe e Punta Ferruccio. Le spiagge più famose sono Lido Riccio a Nord di Ortona e Lido dei Saraceni a Sud del porto.

La cucina tipica di Ortona si basa principalmente su piatti a base di pesce e ingredienti mediterranei. Come antipasto goloso la città offre le alici all’ortonese, che consistono in alici passate in una pastella e poi fritte. Altro piatto povero della tradizione è il baccalà alla griglia, solitamente cucinato con ortaggi come i peperoni e poi condito con prezzemolo e aglio. Tra i primi piatti da provare la pasta con il sugo di granchio, una prelibatezza della città di Ortona. Un altro piatto molto comune sono le pallotte con cacio e uova, delle semplici polpette di pane con formaggio e uova. Ottime anche le salsicce grigliate di fegato e i secondi piatti che coniugano mari e monti, come per esempio le seppie con i piselli e il baccalà con le patate. I dolci della tradizione ortonese sono davvero speciali; una prelibatezza che si trova solo in questa città sono le cosiddette nevole, delle semplici cialde fatte con farina, mosto cotto e olio e altri aromi, talvolta presentate semplici e talvolta arrotolate come un cono gelato e condite con varie golosità come le mele cotte. Altri dolci tipici sono le pizzelle o ferratelle, la cicerchiata a Carnevale, le zeppole a San Giuseppe, il fiadone, una specie di torta a base di formaggio e uova, a Pasqua; le crispelle, ossia semplici frittelle, e i cavicioni, fagottini a forma di grossi ravioli ripieni di marmellata di uva e mandorle “scrucchijate” (o noci), preparati a Natale. Ortona è anche famosa per la produzione di vino e olio. Se andate a Ortona vi consigliamo di passare in Piazza San Tommaso alla gelateria Giogoloso, meglio conosciuta come il Mago Gelataio. Il gelato è rigorosamente artigianale e frutta e latte sono ingredienti rigorosamente locali. Ottima la Cremolata di frutta, fatta con frutta di stagione e che ricorda la storica granita siciliana. Per i più piccoli sono previsti anche degli show a base di palloncini, giochi di magia e altro.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

Nella media valle del Sangro, alle falde del Monte Lupara (1100 mt s.l.m.), sopra uno sperone di roccia, sorge Roio del Sangro, ridente paese dell'Abruzzo, in provincia di Chieti. Questa fortunata posizione fa di Roio un balcone dal quale si può ammirare uno splendido panorama che va dal Massiccio della Majella fino al mare. Nonostante la sua altitudine (840 m s.l.m.) gode di un clima temperato.

Le sue origini sono oscure, un documento dattiloscritto parla di mura romane e di un tempio di Marte.

Varie ipotesi fantasiose popolari fanno derivare il nome dallo spagnolo rojo, cioè rosso per via di una invasione di formiche rosse nel XVII secolo, oppure da rojo de sangre ovverosia rosso di sangue per via di un'invasione di briganti o altri popoli, documenti preesistenti attestano l'inattendibilità di queste, se si può dire, assurde ipotesi.

In alcuni documenti (del 1595) viene chiamata come Royo, nome con cui viene citato per la prima volta nel 1309, nome derivante da Rodium, derivante forse da Podium, infatti in taluni documenti viene chiamato Podium cum Rogitello, poi diventato Rodium cum Rogitello (in altre parole Roio e il piccolo Roio che starebbe ad indicare che nella zona vi erano 2 centri abitati con lo stesso nome).

Tra i monumenti si può visitare la chiesa di Santa Maria Maggiore con interno barocco; sopra l'altare vi è una lunetta con un affresco rappresentante la Madonna fra santi. Nell'interno vi è sepolto il feudatario Giulio Caracciolo.

La chiesa attuale presumibilmente è frutto di una ricostruzione di una chiesa dedicata a Sant'Angelo e San Giovanni di Rodi o di un ampliamento dell'Ottocento; mancano dati certi, tuttavia, su un architrave del portale laterale vi è una data: 1832. L'esterno è stato intonacato di recente, eccetto la parte della navata che dà sulla piazza. L'interno è basilicale a 3 navate ed abside quadrata. Il campanile si trova in fondo alla navata. Vi è un quadro di Ferdinando Palmerio di Guardiagrele risalente al 1864 e raffigurante l'Assunta fra angeli e santi.

La vecchia chiesa di San Nicola di Bari è risalente al Cinquecento, ma una data iscritta sul portale indica come data il 1790; nessun elemento conservato può definire con certezza l'epoca reale di costruzione e delle aggiunte successive; è in stile romanico-rurale.

L'interno è a navata unica con abside rettangolare. Attualmente restano ruderi del perimetro della chiesa. Comunque doveva essere un edificio di piccole dimensioni realizzato in ciottoli spaccati e in bozze di pietra irregolari. Dai muri, forse un tempo intonacati, spicca il portale dagli stipiti in pietra addossato a paraste doriche.

Spostandosi verso l'estremità nord del paese si giunge ad alcuni belvedere, da cui si ha una bellissima veduta sulla Val di Sangro da Villa Santa Maria alla costa, passando per il Lago di Bomba.

 

 

Per la sua lunga tradizione culinaria è considerato patria dei cuochi. All'entrata del paese è infatti presente un monumento dedicato al cuoco. Altre tradizioni importanti sono rappresentate dalle feste e sagre estive, che attraggono nel paese numerose persone da tutta Italia vista la loro discendenza con il paesino. È noto infatti come l'emigrazione dei numerosi e ottimi cuochi provenienti da Roio in tutto il mondo abbia formato una grande comunità, che ama ritrovarsi nei periodi festivi. Le feste principali sono le processioni di San Filippo Neri e San Rocco il 12 e il 13 di agosto e la tradizionale processione del venerdì santo.

 

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Giuliopoli è una frazione di Rosello (CH) che fa parte, insieme al capoluogo comunale, della Comunità Montana Medio Sangro e sorge a 736 m sul livello del mare.

Giuliopoli prende il nome da Giulio Caracciolo, fratello di San Francesco Caracciolo e sepolto in una chiesa di Roio del Sangro. Nel settembre del 1640 da Giulio Caracciolo fu posata la prima pietra del paese.

Inizialmente il paese contava 70 anime, in seguito, nell'800 contava 200 unità dedite per lo più all'agricoltura ed alla pastorizia.

Nel 1805, per volontà del governo francese, Giuliopoli perdette l'autonomia amministrativa. Dapprima le riunioni comunali si tennero a Roio del Sangro, in seguito Giuliopoli divenne frazione di Rosello.

Durante la seconda guerra mondiale i tedeschi fecero saltare con le mine tutte le case del paese.

Negli anni sessanta l'emigrazione in cerca di fortuna fece ridurre drasticamente la popolazione. Popolazione che ogni tanto ritorna per le ferie.

Tra i monumenti, il Castello di Giuliopoli fu sede dei Pellegrini Conti di Timbriade e di Rosello. Nella seconda guerra mondiale fu parzialmente distrutto. Successivamente fu restaurato negli anni settanta per volontà del conte Odilio, essendo la sua casa natale, ma conserva parti originali (pareti del salone seminterrato e facciata principale). Dal castello si può ammirare un panorama a 360° con la vista del massiccio della Maiella, del lago di Bomba ed oltre fino alla costa dell'Adriatico, che risulta visibile nelle giornate in cui l'aria è limpida. Nel 2º piano vi è una biblioteca con libri che spaziano in generi vari e sono scritti in più lingue. Nel seminterrato vi è una taverna detta del cinghiale; dalla taverna ci si può immettere nel Giardino dei Leoni. Nel castello è presente anche un salone delle armature. Gli arredi sono opera sia di artigiani del passato che dei giorni nostri. Oggi il castello è l'attrazione principale del borgo, perché trasformato in hotel. Completa il complesso un ampio giardino su più livelli ed una piccola piscina, che consentono piacevoli momenti di relax all'aria aperta.

 

 

Odilio Domenico Pellegrini conte di Rosello e Signore di Giuliopoli, nacque il 18 marzo 1917 e si spense l'11 gennaio 2003. Il Conte Odilio fu uomo dalla personalità complessa e poliedrica, fu patriota e mecenate, imprenditore, uomo d'affari e benefattore, amava trovarsi tra i poveri, pur frequentando i potenti.

Il "Santarello" è una villa comunale donata dal conte Odilio, che abbellì il giardino con statue di artisti provenienti da Vicenza. Nei pressi vi è una fontana in pietra veronese degli stessi artisti.

Nella piazza principale vi è una fontana (chiamata "La Fonte") di marmo in stile romanico. La fontana è stata realizzata nel 1896. La vasca che raccoglie l'acqua è servita da tre cannelle poste su un muro terminante con un timpano contornato da paraste di pietra (la parasta è un elemento architettonico strutturale verticale (pilastro) inglobato in una parete, dalla quale sporge solo leggermente).

Nella piazza principale si trovano la statua della Madonna dell'Assunta, che è posta a 15 m dal suolo, e la statua di San Casimiro, voluta dal Conte Odilio, il quale l'ha commissionata ai maestri di Vicenza che la realizzarono in un unico blocco di pietra raffigurante il santo con spada sguainata, scudo, corona in testa, sguardo fiero, su un cavallo in atteggiamento quasi rampante.

Il busto di Padre Pio è opera di G. Marinelli, realizzata nelle fonderie di bronzo di Agnone, la statua è protetta da un tempietto con 4 colonne e cupola di rame. Anche quest'opera è voluta dal conte Odilio.

La chiesa di San Tommaso è stata realizzata nel 1657. È ad unica navata. Nella cupola absidale vi sono degli affreschi. Sul lato destro vi sono delle colonne toscane fatte aggiungere dal conte Odilio.

Il lavatoio è una piccola fontana in pietra che ricorda una fontana preesistente del 1º maggio 1809 detta “Alla Fontanavecchia”.

Andando dalla piazza principale verso la chiesa di San Tommaso e oltrepassandola si giunge nelle vicinanze del castello ad un belvedere, da cui è possibile ammirare un panorama del lago di Bomba, del Monte Pallano e dei paesi di Bomba, Castel di Mezzo, Monteferrante e Roio del Sangro.

 

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Campli (Chimblë in dialetto abruzzese) è un comune italiano di 7.170 abitanti della provincia di Teramo in Abruzzo. Fa parte della Comunità montana della Laga. Di origine antichissima, Campli mostra ancora oggi nel suo tessuto architettonico, la sua passata grandezza. A testimonianza di ciò, vi sono innumerevoli monumenti ed edifici capaci di suscitare stupore per la loro bellezza ed autenticità. Le sue viuzze e le sue mura sono un unico grande scrigno colmo di storia e di tesori d’arte.

Abitata sin dall’epoca preromana, come testimonia la necropoli rinvenuta nella vicina Campovalano, Campli conosce il suo massimo splendore nel Medioevo, quando sotto il controllo dei Farnese diventa luogo d’incontro di pittori e artisti provenienti anche dalle scuole di maestri come Giotto e Raffaello, per citarne solo alcuni.

Tra i capolavori che ancora oggi impreziosiscono il centro storico:

 

 

  • La Cattedrale di Santa Maria in Platea (XIV secolo) sorge nella piazza principale del paese, chiesa trecentesca con un pregevole campanile in stile romanico. Già dopo la sua costruzione, nel 1395 fu eletta a Collegiata, ossia sede di un collegio di canonici. La chiesa assunse un’importanza ancora maggiore nel 1764 quando Campli si consacrò all’Immacolata Concezione e la Madonna fu proclamata Regina e Patrona della cittadina e del suo territorio in seguito ad un’epidemia di tifo. L’interno ha tre navate e il maestoso soffitto ligneo della navata principale fu realizzato da Donato Teodoro nel '700 ed è decorato in parte da pitture realizzate direttamente sulle assi e in parte da tele con dipinti di scuola romana. Gran parte delle opere conservate nella chiesa sono state spostate nel Museo diocesano, in via di realizzazione. Ancora tante e pregevoli le opere custodite nella chiesa: tele, affreschi ed altari, ma soprattutto la tavola della Madonna in trono che allatta il piccolo Gesù, detta anche Madonna del Latte, ritenuta opera di Giacomo da Campli. La chiesa è stata inclusa nel 1902 nell'elenco dei Monumenti nazionali italiani.

 

 

  • La Chiesa di San Francesco d’Assisi con convento attiguo (dove è ospitato il Museo Archeologico), costruita nel XIV secolo, ha una facciata in conci di pietra squadrata e con portale in pietra calcarea bianca e decorato. Sulla lunetta del portale, nel 1999, è stato restaurato un affresco attribuito alla scuola di Giacomo da Campli. In stile romanico la chiesa conserva una caratteristica tipica delle chiese francescane abruzzesi: le due edicole interne situate a destra e a sinistra dell’ingresso (l’edicola è un piccolo corpo architettonico, che serve da ornamento e protezione a statue, bassorilievi, dipinti e simili di soggetto sacro). All'interno si possono notare residui di affreschi trecenteschi. La torre campanaria, anch'essa del XIV secolo, venne smontata perché pericolante: nel 1997 è stata ricostruita.

 

 

  • La Chiesa di San Paolo, situata dietro Palazzo Farnese, è di grande valore non solo artistico, ma anche religioso con il vicino Santuario della Scala Santa, così chiamato dal 1772, quando si diffuse l’usanza di concedere l’indulgenza plenaria in alcuni giorni dell’anno e quella parziale ogni giorno a coloro che salivano in ginocchio e a capo chino i suoi ventotto gradini in legno di ulivo. Ad accompagnare i penitenti nella loro espiazione dei peccati, le affascinanti simbologie di sei dipinti, tre a destra e tre a sinistra della scala, che raccontano i momenti più toccanti della Passione di Cristo. Superato l’ultimo gradino ci si trova al cospetto dell’altare del Salvatore. Qui vi è conservata una croce in legno con racchiuse due schegge della vera Croce di Cristo. A questo punto il fedele scende, questa volta in piedi, i 19 gradini in pietra che conducono verso la luce. Le pareti sono ora affrescate da quattro medaglioni, dai colori vivaci, che rappresentano gli episodi della Resurrezione.

 

 

  • Il Palazzo del Parlamento, poi Farnese, oggi sede del municipio, con le caratteristiche trifore ed i suoi archi a tutto sesto che compongono un bel portico, è l’edificio civico più antico d’Abruzzo. Probabilmente fu costruito intorno al 1286.

Tra le costruzioni religiose si ricordano anche il convento quattrocentesco di San Bernardino da Siena, fondato da San Giovanni da Capestrano sul Colle Santa Lucia e oggi abbandonato, la chiesa dedicata alla Madonna della Misericordia, dove ebbe sede uno dei primi ospedali d’Abruzzo, e il convento di Sant’Onofrio, futura sede del Museo d’Arte Sacra. Tra i vari esempi di architettura civile medievale e rinascimentale, oltre a Palazzo Farnese, ci sono anche la Casa del Medico e quella del Farmacista.

Nella località di Nocella è possibile ammirare la Torre dei Signori di Melatino, costruita nel XIV secolo, mentre nella frazione di Castelnuovo, si trova la trecentesca Porta Orientale o Porta Angioina, che apparteneva alle fortificazioni medievali di Campli, affiancata dalla chiesa di San Giovanni Battista, costruita tra il XIV e il XV secolo ed inclusa nel 1902 nell'elenco dei Monumenti nazionali italiani, e da una torre campanaria eretta alla fine del XV secolo. La vicina Campovalano è nota per la chiesa altomedievale dedicata a San Pietro e per la presenza della vasta necropoli, risalente al XII-X secolo a.C.

A Campli, fin dal 1964, ogni ultimo fine settimana del mese di agosto, si tiene la “Sagra della porchetta italica”, la prima sagra d'Abruzzo e una delle prime organizzate in Italia. Nel comune teramano, specialmente durante il periodo estivo, si tengono altre manifestazioni, come la “Festa della pizza”, una sagra del tartufo in località Campovalano e un importante “Festival di musica jazz”.

 

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Turismo

Civitella del Tronto, tra i borghi più belli d'Italia

Un paese dominato dalla Fortezza

 

Civitella del Tronto è un comune italiano di 5.089 abitanti della provincia di Teramo nel nord dell’Abruzzo, situato a 589 m s.l.m., ed appartiene all'Unione dei comuni della Val Vibrata. Il comune è incluso nella Comunità montana della Laga e nel Club dei borghi più belli d'Italia. Le sue origini sono antichissime: è dell’XI secolo la prima fonte documentaria che cita “Tibitella” come città di confine tra la conca aprutina e quella ascolana. Essa assunse una specifica funzione di controllo del confine nel XII e XIII secolo. Non ci sono testimonianze dell’antico assetto della cittadina, tuttavia sono gli Angioini che potenziano Civitella con torri di fiancheggiamento e una cinta muraria, di cui ancora oggi si conservano dei resti.

Il borgo fortificato subisce ulteriori e importanti modifiche nel corso degli anni, tra essi ricordiamo il potenziamento difensivo per l’assedio del 1557 da parte dei francesi alleati del papa e la successiva costruzione della Fortezza a partire dal 1564. Ancora oggi possiamo ammirare, l’impianto urbanistico, risalente al Medioevo, che si sviluppa da est verso ovest su percorsi paralleli e allungati. Porta Napoli è oggi l’ingresso principale di Civitella del Tronto ed è l’unica delle tre porte antiche, che si è perfettamente conservata. Realizzata in conci di travertino, di costruzione duecentesca, sopra di essa campeggia lo stemma cittadino.

 

 

Attraversata la porta, si trova Piazza Filippi Pepe, fulcro della vita cittadina e bellissima terrazza panoramica la cui vista spazia dai Monti Gemelli al massiccio del Gran Sasso. Sulla piazza si affaccia la Chiesa di San Lorenzo (di prossima riapertura) che anticamente sorgeva fuori dalle mura cittadine. Essa è citata già nel 1153, trasformata in bastione nel 1557, e ricostruita su disposizione di Filippo II di Spagna alla fine del ‘500 nella sua attuale ubicazione. È stata poi ampliata nel 1790, modificata e restaurata varie volte nel corso del ‘900. La chiesa è ornata da grandi nicchie con altari, stucchi settecenteschi ed impreziosita da arredi lignei di raffinata fattura e un organo del 1707, oltre che dai vari arredi sacri, tra cui un busto e una croce in bronzo, conservati in Sacrestia insieme ad una statua barocca in legno di Sant'Ubaldo con in mano la città di Civitella di cui è il Protettore. Per quanto riguarda le tele, meritano particolare attenzione una Visitazione e una Madonna del Rosario risalenti al XVI secolo, mentre sono di quello successivo un'Annunciazione e una Deposizione.

 

 

Lungo Corso Mazzini si erge la Chiesa di San Francesco, la cui data di costruzione non è conosciuta. Secondo alcuni carteggi già esisteva nel 1326 ed era dedicata a San Ludovico. Nel corso del Settecento è stata modificata: le pareti sono state rialzate e sono state ricavate le cappelle laterali. L’altare è di chiaro stampo barocco. La Chiesa era annessa a un convento che è stato trasformato notevolmente nel ‘900 per ricavarci poi l’attuale sede del Comune di Civitella del Tronto.

Largo Rosati, davanti alla Chiesa di San Francesco, è una piazza, creata e modificata tra il 1920 e il 1940, e qui si trova il Palazzo del Capitano o del Governatore. Inizialmente adibito a sede del governatore, poi dell’università, il palazzo ha ospitato fino a pochi anni fa la scuola elementare di Civitella. Dell’originaria struttura si conservano ancora oggi le cornici a soggetto naturalistico e lo stemma degli Angiò di Napoli. Dal 1939 in questa piazza si trova collocato il Monumento a Matteo Wade, voluto da Francesco I di Borbone in onore del prode comandante irlandese, difensore della fortezza durante l’assedio francese del 1806. Opera dello scultore Tito Angelini, il monumento fu posto nel 1832 sulla Prima Piazza d’Armi della Fortezza fino al 1861, quando la stessa si arrese ai Piemontesi. Questi ultimi ne fecero bottino di guerra credendo che fosse opera del famoso Canova e solo nel 1876 il Comune di Civitella riuscì a riportarlo a Civitella da Ancona, dove era stato abbandonato.

Seguendo la segnaletica è possibile raggiungere la Chiesa di Santa Maria degli Angeli, detta anche delle Laudi o della Scopa, recentemente restaurata. Datata nei primi decenni del trecento, l’interno, ad aula unica, è completamente affrescato: le decorazioni rinascimentali rendono la chiesa particolarmente elegante.

Piacevole addentrarsi nelle vie di Civitella, suggestivi e particolari gli scorci e gli angoli, dove segnaliamo i portali in pietra, elaborati dai maestri comacini e lombardi, operanti a Civitella nella metà del XV secolo. Particolari ed eleganti i palazzetti nobiliari, tra essi Palazzo Ronchi, Palazzo Ferretti, Palazzo Scesi, Palazzo Procaccino-Savi. E tra le vie c’è da segnalare l’ormai celebre Ruetta, una delle vie più strette d’Italia, facilmente raggiungibile da Piazza Filippi Pepe.

La Fortezza di Civitella del Tronto, situata a 600 m. s.l.m. in posizione strategica rispetto al vecchio confine settentrionale del Viceregno di Napoli con lo Stato Pontificio, è una delle più grandi e importanti opere di ingegneria militare d'Europa, caratterizzata da una forma ellittica con un’estensione di 25.000 mq ed una lunghezza di oltre 500 m. La rocca aragonese, sorta su una probabile preesistenza medievale, fu completamente trasformata a partire dal 1564 da Filippo II d’Asburgo, re di Spagna, che, a seguito di un’eroica resistenza dei civitellesi contro le truppe francesi guidate dal Duca di Guisa, ordinò la costruzione della Fortezza, una struttura più sicura così come la vediamo oggi. Nel 1734, dalla dominazione degli Asburgo si passò a quella dei Borboni che operarono importanti modifiche alla struttura militare e si opposero valorosamente all’assedio dei francesi nel 1806 e a quello dei piemontesi del 1860/61. Dopo il 1861 la Fortezza venne lasciata in abbandono, depredata e demolita dagli stessi abitanti di Civitella del Tronto. Oggi la sua struttura è completamente visitabile, grazie ad un importante intervento di restauro curato dalla Sovrintendenza di L'Aquila tra il 1975 e il 1985. La visita si sviluppa attraverso tre camminamenti coperti, le vaste piazze d'armi, le cisterne (una delle quali visitabile), i lunghi camminamenti di ronda, i resti del Palazzo del Governatore, la Chiesa di San Giacomo e le caserme dei soldati. Notevole e suggestivo è il panorama che si gode dalla Fortezza a partire dal vecchio incasato sottostante con le singolari case-forti (la casa-forte è un'antica residenza signorile fortificata del periodo medievale) per proseguire con i massicci del Gran Sasso, della Laga, della Maiella, dei Monti Gemelli fino al Mare Adriatico. All’interno della Fortezza è visitabile il Museo delle Armi, che si sviluppa su quattro sale dove sono conservate armi e mappe antiche, queste ultime connesse alle vicende storiche di Civitella del Tronto. Tra le armi si segnalano alcuni schioppi a miccia del XV secolo, pistole a pietra focaia, un cannone da campagna napoleonico e dei piccoli cannoni detti “falconetti” da marina.

 

 

Fuori dalle mura del borgo di Civitella si trova il Santuario di Santa Maria dei Lumi, composto da una chiesa e un convento; è stato un antico insediamento benedettino e successivamente venne ceduto ai frati francescani che ancora oggi vi dimorano. Il Santuario ha ospitato più volte il quartier generale delle truppe che ponevano sotto assedio Civitella del Tronto ed ha, anche per questo motivo, subito numerosi danni. La struttura odierna è il frutto di numerose sistemazioni, ma conserva ancora all'esterno il portico dallo stile tardo romanico. All'interno della chiesa è conservata la statua lignea della Madonna col Bambino, detta Madonna dei Lumi, citata in un documento del 1489, ma sicuramente scolpita prima e attribuita a Giovanni di Biasuccio, allievo dell'illustre maestro Silvestro dell’Aquila, il più importante scultore d'Abruzzo del Rinascimento.

Nel territorio di Civitella del Tronto ricade la riserva Naturale delle Gole del Salinello, istituita nel 1990 e facente parte del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga. Il cammino inizia da Ripe, frazione di Civitella del Tronto e prosegue lungo il percorso scavato dal fiume Salinello, tra la Montagna di Campli (1.720 m.) e la Montagna dei Fiori (1.814 m.), meglio conosciute come “Monti Gemelli”. Le Gole si sviluppano per 1 Km e presentano in alcuni punti un’ampiezza di soli 3 metri con pareti a picco alte dai 40 ai 60 metri. Nella zona si trovano più di 40 caverne naturali, tra cui la “Grotta di Sant’Angelo”, si tratta della cavità naturale più conosciuta ed importante dei Monti della Laga, dedicata al culto di San Michele Arcangelo. È una grotta alta circa trenta metri e larga altrettanto, per una larghezza di circa quindici metri la cui destinazione per scopi religiosi è evidenziata dalla presenza, addossati alla parete di fondo e quasi accostati, di due altari. Sulla destra si apre una enorme finestra naturale, raggiungibile salendo diversi scalini, che si apre sulla vallata del Salinello che va verso il mare.

Da segnalare anche la “Via Matris”, un’antica via di pellegrinaggio tra Campli e Civitella. Il percorso fa parte dell’antico itinerario che originariamente collegava Teramo con i confini del Regno delle Due Sicilie (il cui ultimo baluardo era costituito dalla fortezza di Civitella del Tronto).

Dal 25 al 27 aprile ricorrono i festeggiamenti della Liberazione e di Santa Maria dei Lumi nei pressi del vicino santuario omonimo. Il 16 maggio si festeggia il protettore Sant’Ubaldo, nel pomeriggio si organizzano le cosiddette “alzate dei palloni”, ovvero il “galleggiamento” degli aerostati disegnati dalle scuole locali. Solitamente negli ultimi giorni del mese di luglio, in paese, si organizzava la “Sagra delle ceppe”, il piatto locale più importante che richiamava a sé sempre numerosi turisti. All'interno della fortezza si svolgono delle manifestazioni occasionali che costellano soprattutto le serate estive e quelle a cavallo tra ottobre e novembre. Dal 13 al 16 agosto si teneva, all'interno della fortezza, il banchetto in costume d'epoca denominato “A la Corte de lo Governatore”. L’11 novembre avevano luogo nella cittadina i festeggiamenti per San Martino: raccolti intorno a un grosso falò acceso nella fortezza, si gustavano caldarroste e vino locale, cantando e danzando fino all'alba.

Particolari e tipici della cucina di Civitella del Tronto sono i caratteristici maccheroni con le ceppe, così denominati perché si tratta di grossi fusilli fatti a mano arrotolando la pasta intorno a un bastoncino. Un altro piatto storico è il filetto alla borbonica, una specie di panino preparato con una fetta di pane sulla quale viene messa una fetta di carne che, a sua volta, viene ricoperta con una mozzarella e filetti di acciuga sotto sale e insaporita con marsala. Sempre connesso con la Fortezza lo spezzatino alla Franceschiello, così denominato dall'ultimo Re Francesco II di Borbone, realizzato con pollo o agnello e insaporito con vino e sottaceti. Rinomati sono i formaggi pecorini della Montagna dei Fiori e delle Tre Caciare.

 

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Pietrabbondante è un comune italiano di 774 abitanti della provincia di Isernia nell’Alto Molise e si trova a 1027 m s.l.m., incastonato fra enormi massi detti "Morge" ai piedi del monte Caraceno o Saraceno. Il nome derivò al paese dalla gran quantità di pietre e sassi disseminati nelle sue campagne.

Nei pressi del centro abitato si trovano i resti di un antico insediamento sannitico, che  tra il II secolo a.C. e il 95 a.C. fu il più importante santuario e centro politico dei Sanniti (antico popolo dell’Italia centrale che estese la sua influenza nel corso del I millennio a.C.). È controversa e contesa con Bojano la collocazione, nel sito archeologico, dell'antica capitale del Sannio: Bovianum Vetus. Gli scavi archeologici, iniziati intorno al 1840, portarono alla luce tronchi di statue marmoree, utensili di creta, monete, armi, ecc. Il vero tesoro di Pietrabbondante è costituito dal complesso ellenistico-italico sito in località Calcatello, databile probabilmente tra la fine del V secolo e la prima metà del IV secolo a.C. e ricostruito nel III secolo a.C., dopo essere stato quasi completamente distrutto dalle truppe di Annibale. Vi si trovano due templi A e B ed un teatro con sedili in pietra dalla caratteristica forma anatomica. Il complesso monumentale di Pietrabbondante può essere senza dubbi definito come esempio di tempio coperto, che sostituì gradualmente la boscaglia come luogo di culto per il popolo sannita. Molto importanti sono il tempio A, costruito in poligoni di pietra calcarea, e il teatro, unico esempio in Italia, escludendo la Magna Grecia, che, pur conservando una struttura greca, fu edificato dai Romani.

 

 

Nel 957 la città era capoluogo di una delle trentaquattro contee in cui venne diviso il ducato di Benevento; i primi conti di cui si ha notizia sono i Borrello. Con il tempo si intrecciarono e si susseguirono al potere una miriade di famiglie.

L'attuale ubicazione della cittadina si fa risalire al periodo romano, durante le guerre sannitiche infatti la città originaria venne distrutta ad opera di Silla (89 a.C.). Il centro storico dell’attuale Pietrabbondante, di tipologia insediativa medievale, venne edificato con l'utilizzo di pietre e massi provenienti dal vicino sito archeologico. In particolare, vi si trova la chiesa di Santa Maria Assunta, costruita nel 1666  con un bel portale di fattura barocca e che presenta frammenti di lapidi osche (gli Osci sono un antico popolo italico successivamente integrato dai Sanniti). Meritano una segnalazione anche il Palazzo baronale e, in Piazza Vittorio Emanuele, la statua bronzea, di circa due metri, che raffigura un guerriero sannita con paramenti tipici e scudo sul braccio.

I piatti tipici sono la polenta servita a tocchetti in sugo di carne e salsiccia e le polpette “cacio e ova”. Squisite sono le soppressate e gli insaccati, ottimi i formaggi, dai caciocavalli alle scamorze.

 

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Turismo

Staffoli: un salto nel vecchio Far West

Un'ambientazione da film tra Abruzzo e Molise

 

Staffoli, che fa parte del comune di Agnone nell’Alto Molise, con un'estensione che supera gli 850 ettari, è immersa in un vastissimo paesaggio naturale, dove ci sono boschi di querce e di conifere estesi per decine di chilometri quadrati, verdi pascoli e limpidi torrenti, archeologia sannita e tracce di civiltà transumante. Una location incantevole a ridosso di un altopiano incastonato tra i monti dell'Alto Molise, ai confini del Parco nazionale d'Abruzzo, ad una altitudine di 1050 metri s.l.m. Spazi aperti e mandrie di bovini e cavalli, si sa, sono la caratteristica di molti stati dell'ovest Americano e sicuramente una dimensione così è difficile da trovare qui in Italia. In questo remoto angolo del Molise si riesce ancora a vivere questa emozione.

All'ingresso della località di Staffoli c'è la zona ricettiva, dove è stato ricostruito in piccolo quello che era il Far West americano, con tanto di saloon, spazi per rodei, allevamenti e alloggi in stile. È inoltre possibile andare a cavallo, fare trekking, partecipare a feste country, raduni, spostamenti di mandrie o a tranquille serate davanti al camino.

La seconda e terza settimana di agosto si svolge una manifestazione di grande importanza per gli amanti dei cavalli di tutto il mondo: il "Corsalonga Western Show", che è il più grande appuntamento equestre di tutto il centro-sud d'Italia e il più entusiasmante raduno western all'aperto, che richiama moltissimi appassionati da tutt'Italia. In questi giorni la zona è invasa dai suoi partecipanti che occupano tutti i posti disponibili, arrivano anche in camper e si accampano con le tende per vivere un'atmosfera western fatta di vita all'aperto, gastronomia tipica, barbecue, gare di velocità e performance con le mandrie, country music alla sera e tanti, tantissimi cavalli che si muovono in libertà in questi enormi spazi.

 

 

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