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Nel nostro percorso riabilitativo presso la Struttura Riabilitativa Psichiatrica il Quadrifoglio di Rosello svolgiamo molte attività cognitive e culturali nelle quali abbiamo occasione di approfondire temi importanti quali le dipendenze, i diritti umani, la legalità, la memoria storica, ma anche la tradizione legata alla nostra terra d'Abruzzo. Proprio sul tema della tradizione abbiamo svolto numerose ricerche e pubblicato diversi articoli sul nostro blog www.unafavolaalcontrario.it, per arricchirci del sapere e dei valori che nel tempo continuano ad essere fondamenta per una vita fatta di conoscenza, di umanità e di resistenza. Ci siamo imbattuti in un personaggio unico, l'anziana pescatrice "sposa del mare" Anna Maria Verzino, che ancora oggi resiste ad un tempo i cui ritmi sembrano essere sempre più veloci e alienanti, figli di una tecnologia che spesso ci rende prigionieri della rete lasciando in noi indifferenza e solitudine. In questo caso siamo rimasti affascinati da un'altra rete, quella della pescatrice di Casalbordino, che con passione e coraggio contribuisce a mantenere viva la tradizione della pesca, scendendo in mare con la propria barca "Gloria" a notte fonda tirando su pesci. Quella di Anna Maria è la storia di una donna forte e gentile da raccontare al mondo intero, l'esempio più sincero che possa esistere per capire quanto oggi più che mai sia fondamentale riscoprire le proprie radici, i propri sogni, i sensi ed i valori di una volta per avere più consapevolezza nel sapere chi siamo e quale direzione prendere. La nostra direttrice, la Dott.ssa Rita Staniscia, ha voluto fortemente inserire nel nostro percorso riabilitativo i laboratori culturali e tante altre attività che fanno del Quadrifoglio una piccola scuola in cui è possibile riabilitarsi attraverso la conoscenza, ritrovando l'ambizione di poter affrontare meglio la vita con un bagaglio culturale più ricco e più fornito che ci prepara a fronteggiare una società in cui sempre più sembrano prevalere l'odio e lo stigma. L'Accademia Nazionale della Cucina, sulla spiaggia di Casalbordino, ha conferito il premio "Giovanni Nuvoletti" ad Anna Maria Verzino, dedicato a chi abbia contribuito in modo significativo alla valorizzazione della buona tavola tradizionale del proprio territorio. Grazie alla disponibilità dell'Accademia abbiamo potuto partecipare alla premiazione e conoscere la "sposa del mare" con cui abbiamo scambiato qualche parola e scattato qualche fotografia. Ad Anna Maria, che ha gli occhi dello stesso colore del mare, abbiamo chiesto come fa a mantenersi così viva e forte nonostante l'età e lei prontamente ci ha risposto: "io amo il mare, è il mare che mi cura, bisogna rispettare il mare". Con queste poche parole ci siamo sentiti pieni di coraggio e di speranza perché ci hanno fatto capire che Anna Maria è una donna che crede ancora nei valori morali più profondi, nel rispetto e nei sensi e che esiste ancora una possibilità di ritrovarci tutti più reali e meno virtuali. Il suo viso, dai lineamenti delicati, è segnato dal passare degli anni, come le sue mani, che si riflettono sulle onde di un mare che accoglie e che dona. Ha un sorriso umile ed uno sguardo lucido, tra ricordi di una vita passata a buttare reti sotto il cielo della costa abruzzese in cui ha raccolto milioni di pesci e miliardi di esperienze. Noi ragazzi del Quadrifoglio prendiamo Anna Maria Verzino come esempio di vita. La scelta di fare la pescatrice, nata magari per gioco o per necessità, ma sicuramente giusta e virtuosa, si è protratta per ben settant'anni. La passione e l'amore per qualcosa ci rendono unici, come è unica questa donna. Lasciamoci quindi affascinare dalla "sposa del mare" e facciamo nostri i suoi insegnamenti, per resistere alle intemperie e combattere con umiltà, mantenendo viva la tradizione e promuovendo il suo esempio.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

https://www.youtube.com/watch?v=d5VDp3FL4CI

 

 

 

 

In questa condizione di isolamento che stiamo vivendo nel periodo dell'emergenza Coronavirus, noi ragazzi del Quadrifoglio di Rosello stiamo facendo degli approfondimenti sulla memoria storica e le tradizioni, per riscoprire valori e radici di un tempo. Abbiamo svolto su questo tema una ricerca sulla Pupa, il Cavallo e il Fiadone abruzzesi, trovando occasione di riportare quanto appreso nell'attività di cucina, rielaborando i dolci tradizionali pasquali della nostra terra. Da quanto raccolto nella nostra ricerca, la Pupa e il Cavallo sono dei dolci molto diffusi e le cui origini non sono poi così certe ma sicuramente riconducono a due percorsi sostanzialmente differenti. Sembra che questo tipico dolce, dalle forme molto curate, veniva preparato in tempi remoti in occasione di fidanzamenti, ovvero quando avveniva la presentazione ufficiale della coppia alle rispettive famiglie. Tale circostanza bisogna immaginarla molto diversa dall’odierna realtà ed era uno dei momenti più importanti ed intensi vissuti dai giovani fidanzati, che non godevano certo delle libertà comportamentali d’oggi. Anche le stesse famiglie vivevano questo momento con particolare attenzione poichè esse, normalmente, concedevano in sposa o acconsentivano all’unione con l’biettivo primario di consolidare la propria posizione sociale. Per questo, lo scambio di doni, dei dolci nella circostanza, avveniva in una cerimonia sontuosa ed importante durante la quale i nuclei familiari, attraverso il rito cerimoniale, ufficializzavano il proprio consenso all’unione tra i futuri sposi. Avveniva quindi lo scambio dei dolci, simbolo della futura unione: il cavallo alla famiglia della fidanzata e la pupa per quella del fidanzato.  Vi è poi una un secondo percorso che riconduce alla tradizione cristiana della Pasqua e della Resurrezione legata a questi dolci. Si racconta che questi dolci tradizionali riconducano simbolicamente all’ultima cena quando il Cristo spezzò il pane e lo diede agli apostoli, in cui la rottura del dolce sta a ricordare il famigerato gesto di amore e di solidarietà compiuto da Gesù. Questa ipotesi viene fortemente avvalorata dal fatto che, nel tempo, i dolci sono poi diventati effettivamente tipici e caratterizzate della Pasqua. Sulla parte superiore di questi dolci, a seconda dei luoghi, si metteva a volte, incastonandolo, un uovo sodo, quale il simbolo della della vita, della rinascita e dell’abbondanza; questa usanza è molto diffusa in altre regioni italiane soprattutto nel Sud. E’ molto importante la decorazione che viene ottenuta montando l’albume delle uova con zucchero e che deve avere sempre la consistenza giusta. Sull’albume vengono poi apposte le coloratissime ed accurate decorazioni fatte con granellini colorati che molte volte le nonne lasciavano alla fantasia dei nipotini che appassionatamente aspettavano il loro momento per poter personalizzare il proprio dolce, il che li rendeva ancora più orgogliosi quando lo mostravano ad altri. La Pupa e il Cavallo possiamo definirli i dolci pasquali tradizionali abruzzesi e sono stati indissolubilmente legati alla Pasqua dei bambini in quanto sono poi diventati queste innocenti creature i destinatari di tali doni, soprattutto da parte delle nonne; ai grandi era ed è tuttora tradizione donare i classici “Cuori” in pasta frolla. Ai grandi è riservato anche un altro prodotto eccezionale della tradizione pasquale, il fiadone, ovvero quello che forse più di tutti, in Abruzzo, della Pasqua ne riassume l’essenza. I fiadoni sono un prodotto rustico da forno tipico abruzzese. Si tratta di una sorta di grosso raviolo preparato durante le festività pasquali, ma ormai si trova tutto l’anno. In passato, quando non tutti avevano il forno in casa, venivano portati a cuocere nelle panetterie del paese: le donne facevano a gara per confezionare i ravioli più grossi, dal momento che la dimensione del fiadone e la ricchezza del ripieno simboleggiavano l’agiatezza della famiglia, che li aveva preparati. L’origine del fiadone risale ai tempi di Messisbugo, un famoso cuoco italiano del ‘500 che lavorò presso la corte di Ferrara; la ricetta arriva in Abruzzo perché prevedeva come ingrediente lo zafferano già prodotto d’eccellenza dell’aquilano. La pasta per realizzarli è preparata con un impasto a base di farina, uova, olio e vino. Il ripieno è ricco di uova e prevede l’uso di diverse tipologie di formaggi a pasta dura, tipicamente il rigatino, il pecorino e il parmigiano. È possibile insaporire il ripieno con lo zafferano, versione molto diffusa nella zona dell’aquilano. Alcune varianti prevedono anche l’aggiunta nel ripieno di salsiccia o salame. Esiste anche una versione dolce dei fiadoni con ripieno a base di ricotta, zucchero e scorza di limone o cannella, che può essere arricchito con uvetta e canditi. Sulla superficie dei fiadoni è praticato un piccolo taglio con le forbici e proprio da questo deriva il loro nome in quanto il piccolo taglio permette al ripieno di fare “fiato” durante la cottura e far fuoriuscire il profumo e una parte del ripieno stesso. I fiadoni sono ottimi serviti ben caldi e si possono gustare come antipasto o come saporito stuzzichino. Sono perfetti anche freddi da portare al picnic e per questo sono molto utilizzati nelle classiche gite di Pasquetta.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

In questa condizione di isolamento che stiamo vivendo nel periodo dell'emergenza Coronavirus, noi ragazzi del Quadrifoglio di Rosello stiamo facendo degli approfondimenti sulla memoria storica e le tradizioni, per riscoprire valori e radici di un tempo. Abbiamo svolto su questo tema una ricerca sulla cucina povera e nobile dell'Abruzzo, riportando quanto appreso nel laboratorio in cucina, reinventando ricette e rielaborando i piatti della tradizione gastronomica della nostra terra.

Facendo ricerca abbiamo compreso che l'asperità delle catene montuose che circondano l’Abruzzo, ha da sempre fatto mantenere a questa terra un'arte culinaria viva ed indipendente. Per molti secoli l'economia della regione ha consentito a fatica la sopravvivenza: né l'agricoltura, poco remunerativa sull'Appennino più alto, né la pastorizia davano benessere. L’assenza delle grandi famiglie stanziali e delle relative dimore con i sontuosi banchetti, non ha fatto lasciare traccia di ricette abruzzesi nei più famosi trattati di gastronomia dei vari secoli.

E’ il peperoncino la presenza costante di quasi tutti i piatti dell’area, mentre lo zafferano, che qui trova la sua culla italiana, stranamente non viene quasi impiegato in cucina, e l'unico piatto che lo prevede è una marinata di pesce: lo scapece di Vasto.

La pasta di grano duro, un’eccezionalità della terra d’Abruzzo, vede la ricetta più famosa nei maccheroni alla chitarra.

Ma la gastronomia dell’Abruzzo è massicciamente influenzata dalle preparazioni dei pastori, importanti sono i formaggi e la carne ovina: tipici l’agnello a “lu cuttur", la "capra alla neratese", o gli "arrosticini" (spiedini di carne di pecora arrosto). Fra le carni avicole storico è il «pollo alla Franceschiello», tagliato a pezzi e cotto con l’aggiunta di olio, aromi, olive, sottaceti, così chiamato perché fra i piatti preferiti del Re delle Due Sicilie. Sulla costa si incontra il sapore del mare; pesce azzurro, ma anche molluschi, crostacei, e le straordinarie minuscole triglie dette "agostinelle". Molto rinomati i diversi brodetti che in ogni località rappresentano una variazione della zuppa di pesce adriatica.

L'abitudine della gente d'Abruzzo di festeggiare le occasioni solenni con interminabili pranzi, fece nascere le “panarde” o le “magnate”, eventi celebrativi d’opulenza contro la miseria quotidiana. Il pranzo di nozze rispettabile non poteva avere meno di venti portate, quello offerto all'ospite di riguardo arrivava a trenta, e chi non resisteva a degustare tanta abbondanza rischiava di offendere irrimediabilmente l’anfitrione dell’imbandigione. Una curiosità proprio dei pranzi nuziali era l’usanza del “taglio della cravatta”. Il testimone di nozze aveva il compito di interrompere verso la fine del banchetto e, sottraendo la cravatta allo sposo, procedeva nel taglio a pezzettini, questi tanto grandi quanto l’offerta degli ospiti, ed il nodo infine richiedeva un’offerta contesa tra i testimoni e i genitori degli sposi. Oggi ritroviamo nelle famose “sagre” culinarie il celebrare alcuni dei prodotti più tradizionali di questa regione. Ma le tradizioni abruzzesi hanno generato anche illustri cuochi, che nel ‘900 sono stati garanzia di precisione ed estro nelle cucine di transatlantici, alberghi di lusso e illustri famiglie: da quella imperiale nipponica a quella della Casa Bianca.

La cucina abruzzese ha due anime che rispecchiano la conformazione del territorio: da un lato le montagne, anche elevate, e dall’altro la fascia costiera. Due anime diverse, ma accomunate dalla creatività e dalla fantasia e da alcuni ingredienti abruzzesi apprezzati in tutta Italia, come il peperoncino, l’olio extravergine di oliva, lo zafferano dell’altopiano di Navelli, le scamorze, i pecorini, i salumi, l’Aglio rosso di Sulmona, il miele d'Abruzzo, il carciofo di Cupello, la carota e la patata del Fucino, la cicerchia, il farro, le lenticchie di Santo Stefano di Sessanio, la mortadella di Campotosto, il peperone dolce di Altino, il Salsicciotto di Guilmi, la Ventricina vastese e tanti altri alimenti. Le verdure più diffuse in Abruzzo sono cardi, broccoli, melanzane e pomodori con ricette molto varie. Per esempio le melanzane le troviamo servite in timballo con prosciutto crudo e scamorza, i peperoni cotti alla graticola e poi impanati in uova e farina e quindi fritti. Molto ricca la produzione di formaggi di pecora, di capra e mucca. Un prodotto particolare è il marcetto, pecorino fermentato in latte di pecora e conservato sott’olio. Tra i dolci ricordiamo i torroni dell’Aquila, le nevole (dette anche ferratelle o pizzelle), i tarallucci, i bocconotti frentani e il parrozzo, elogiato anche da Gabriele D’Annunzio: si tratta di un dolce lievitato ricoperto di cioccolato.

Secondo un'indagine svolta da Confesercenti-Ref condotta fra i turisti stranieri che scelgono l'Italia, la migliore cucina tra le cucine regionali italiane è proprio quella abruzzese.

Mediterranea negli ingredienti e nei profumi, creativa nella varietà e nella originalità dei piatti e dei prodotti più tipici, dalle radici contadine e pastorali della propria tradizione la cucina abruzzese ha saputo trarre la capacità di essere insieme povera e nobile, distillando sapori antichi di sontuosa semplicità.

I ragazzi del Quadrifoglio

 

 

Nonostante le profonde trasformazioni socio-economiche verificatesi nell’arco di mezzo secolo, la vita in Abruzzo resta legata ai valori espressi dal mondo rurale di un tempo e considerati per il settore gastronomico e folkloristico fondamentali ed irrinunciabili. Tra le molteplici tradizioni possiamo riscoprire la festa S. Antonio Abate, in dialetto "lu Sand'Andonie".

Essa solitamente si svolge a partire dal tardo pomeriggio della vigilia (16 gennaio) per concludersi il 17 (dies natalis del Santo) fino a notte fonda, fra un tripudio di canti, suoni e sacre rappresentazioni (“Le Tentazioni di S. Antonio”) messe in scena anche nell’entroterra abruzzese da bande giovanili fino alla fine di gennaio, con spirito ricreativo ma, a volte per le nuove generazioni, senza rendersi conto del profondo significato storico e antropologico che hanno tali rituali. In alcune località si svolgono inoltre  sfilate di “maschere”, poiché, com’è noto, il 17 gennaio segna anche l’inizio del periodo di carnevale.

La festività di S. Antonio Abate, meglio conosciuto nel mondo rurale abruzzese come Sant’Andonie de jennàre o de lu porche, è ricca di riferimenti sociali e religiosi nonché di significati antropologici che meritano di essere analizzati  anche sotto il profilo storico.

A tal riguardo va inanzitutto ricordato che sull’argomento esiste un fondamentale studio del compianto Alfonso Maria Di Nola, con il quale noi abbiamo collaborato nel suo periodo di docenza all’Università di Arezzo nella registrazione dei Canti di questua e nelle inchieste condotte sul campo in varie località abruzzesi, confluite nel saggio Gli aspetti magico – religiosi  di una cultura subalterna italiana ( Boringhieri, 1975). 

Sant’Antonio, come è noto, è rappresentato specie nelle immagini votive attorniato da molti animali da cortile, fra cui il maiale, definito da sempre ‘la grascia’ e la ricchezza della casa contadina. Di questo animale infatti non si buttava nulla e le stesse setole venivano utilizzate per la confezione di pennelli da barba.

Ma chi era questo Santo, chiamato in molte località lu varvùte (il barbuto), perché raffigurato con una lunga barba che gli scende fino al petto?

Antonio è un eremita nato a Koma in Egitto nel 251 e morto in un convento nei pressi del Mar Rosso nel 356. Di lui abbiamo una biografia redatta da un monaco dello stesso Convento, Atanasio, nella quale Sant’Antonio tutto appare fuorché protettore degli animali domestici, considerati dal Santo eremita creature del demonio che inducono in tentazione gli asceti o comunque coloro che si ritirano in luoghi deserti, più consoni ad un colloquio diretto fra l’uomo e Dio.

Oggi, nell’Europa occidentale, questa realtà viene completamente sconvolta e Sant’Antonio diventa una specie di Signore degli animali in base ad un episodio che può essere così riassunto: alla fine dell’XI secolo le reliquie del Santo, che nel frattempo erano state trasferite a Costantinopoli, erano state trasferite in Francia nella diocesi di Vienne (e precisamente in una cittadina che ancora oggi si chiama Bourg Saint’Antoine) da un nobile pellegrino, Gastone, che scioglie così un voto da lui fatto per la guarigione miracolosa di suo figlio. Ma non è tutto. Egli infatti organizza nell’ambito del locale convento dei Benedettini una comunità ospedaliera laica che ne accettava la Regola ed indossava una tonaca sulla quale era cucita la lettera Tau, diciannovesima dell’alfabeto greco, di color celeste, simbolo della potenza di Sant’Antonio. Sorse così nel 1297 l’ordine questuante degli Antoniani, il quale si richiamava alla regola di Sant’Agostino e si diffuse in seguito per tutta l’Europa.

Una singolare specializzazione terapeutica degli Antoniani era quella di curare l’ergotismo cancrenoso, detto “ignis sacer” o fuoco di Sant’Antonio, mediante il grasso di maiale misto ad alcune erbe. Questa terribile malattia, che “addolorava come il fuoco” soprattutto gli arti inferiori, era causata da un fungo che si sviluppava nella farina di segale cornuta, largamente impiegata nel basso medioevo dai ceti rurali ed indigenti per confezionare il loro pane quotidiano. Il pane di grano, o ‘bianco’ è stato infatti fino agli albori dell’Unità d’Italia una sorta di ‘sogno proibito’ per i ceti subalterni ed ancora oggi, in molti paesi della Maiella, per indicare che una persona è moribonda si dice che ‘l’hanno messa a pane bianco’ ( o ‘di grano’). Sicché le comunità rurali provvedevano ad allevare i maiali, fornendo agli Antoniani  il prezioso grasso con cui i  frati curavano l’ergotismo.

Cominciano a diffondersi le prime immagini che raffigurano sant’Antonio con un porcellino ai suoi piedi e che, ancora nel XVII secolo, creavano non lieve imbarazzo ai teologi della chiesa di Roma, i quali non riuscivano a spiegarne i motivi. Nella prima metà dell’800, con lo sviluppo dell’arte grafica, i santini prodotti in serie con l’immagine di Sant’Antonio si diffondono ovunque e data la struttura prevalentemente rurale della nostra società, non v’era una stalla che ne fosse priva, dovendo il Santo esercitare il suo patronato sia sulla peste suina  che contro gli incendi. 

Fin dal periodo medievale, i cosiddetti porci di Sant’Antonio andavano in giro liberamente, allevati dalle comunità, anche se alcuni Statuti Comunali, per motivi igienici, lo vietavano espressamente. E’ interessante notare che in alcuni paesi abruzzesi vige ancora l’usanza di acquistare il 17 gennaio un maialino che viene nutrito dalla comunità e custodito di notte in una stalla o in un altro locale idoneo. L’anno successivo il maiale, ben ingrassato, viene venduto all’asta ed il ricavato è destinato a coprire le spese sostenute dal comitato che organizza la festa.

Ma come si riconosce il porcello (lu purchìtte) di Sant’Antonio che è allevato dalla comunità per l’intero anno?

In Abruzzo sussiste una duplice tradizione ereditata da antichi rituali Antoniani: si lega al collo dell’animale un nastro rosso al quale viene appeso un campanello, oppure si recide l’orecchio sinistro del maialino, come segno di distinzione.

Nel contempo in ogni rione si formano spontaneamente dei comitati che provvedono alla raccolta della legna. Questa è accatastata in modo da formare una grande pira che viene accesa alle prime ombre della sera. E’ un tripudio di fuochi accesi, attorno ai quali ovunque in Abruzzo si riunisce la gente festante. 

Questi enormi falò hanno anche una funzione da ricollegarsi ad antichi riti di solstizio d’inverno. In alcune località, i fuochi di S. Antonio sono accesi la sera della vigilia della festa, cioè il 16 gennaio. A Fara Filiorum Petri (Ch) vengono costruite, come è noto a cura di ogni contrada, delle enormi torce rivestite di canne secche, larghe 2 metri ed alte talvolta più di dieci, che assumono il nome di farchie. Esse vengono disposte mediante funi in posizione eretta in modo da sembrare delle possenti torri.

I centri della Marsica, del medio ed alto corso del Sangro e dell’alto Vomano vanno annoverati fra quelli in cui la festività di S. Antonio Abate è particolarmente sentita. Per l’occasione viene lessato il granturco, che assume il valore di cibo sacrale come le  panette di S. Antonio. I chicchi vengono chiamati per lo più granati cicerocchi, e ripassati talvolta in padella con olio e peperoncino vengono offerti devotamente nella giornata del 17 gennaio ad amici e parenti.

La tradizione, ancora oggi viva in alcuni paesi dell’area della Maiella, ha tuttavia radici non molto antiche e si ricollega storicamente in Abruzzo a periodi successivi all’introduzione della coltivazione del mais (“grano d’India”, donde la voce dialettale grandinie), prezioso cereale che è testimoniato per la prima volta da un documento notarile rogato nel 1720 a Casoli. Prima della diffusione del mais il rituale avveniva mediante la cottura delle fave, ritenute cibo sacrale per eccellenza. L’usanza persiste a Pollutri, dove il 16 gennaio vengono lessate le fave in capienti caldai e distribuite alla popolazione ed ai turisti. 

Non è del tutto svanita in Abruzzo la tradizionale benedizione degli animali che si svolge nel pomeriggio del 17 gennaio. Nella preghiera recitata dal sacerdote secondo il rituale romano, viene invocata l’intercessione di S. Antonio Abate affinché gli animali, un tempo indispensabili all’attività dei contadini sui campi, siano salvati ab omni malo, da tutti i mali, fra i quali vanno annoverati anche eventuali maltrattamenti nei loro confronti. Infatti secondo un’antica credenza, e non solo abruzzese, S. Antonio, nella notte del 16 gennaio, visita tutte le stalle e chiede agli animali se siano stati ben trattati dai loro padroni. Dopo la benedizione degli animali non tarda a scendere la sera e per gli abitanti di ogni rione si entra nei nostri paesi montuosi nel vivo della festa, con l’accensione di enormi cataste di legna, raccolta in precedenza con questua. Esse arricchiscono la simbologia del “fuoco” di S. Antonio Abate e richiamano antichissimi riti solari nel periodo del solstizio d’inverno.

Frattanto attorno ai “fuochi” si degustano con il vino i salumi confezionati a gennaio, mese in cui avviene di norma l’uccisione del maiale, e che risultano già sufficientemente essiccati dalla fredda temperatura invernale. Si diffonde così un’allegra atmosfera di festa, che si protrae generalmente fino alle prime ore del giorno successivo. Nelle case resta sempre qualcuno, in attesa dei giovani questuanti che davanti alla porta intonano un “canto folkloristico” ed eseguono una rappresentazione denominata per lo più “Le tentazioni di S. Antonio”.

Gli “attori” principali ( oltre al Santo eremita che si presenta con saio e barba molto lunga di stoppa) sono i cosiddetti “Romiti” (cioè eremiti) camuffati come S. Antonio, il diavolo (con corna e vesti rosse) ed alcune ragazze vestite da angeli. Una di esse rappresenta di norma il “diavolo tentatore” in vesti femminili.

I canti eseguiti dal gruppo vertono sui tentativi operati dal demonio per indurre il Santo al peccato o per metterne a dura prova la pazienza. I testi di tali canti  presentano di luogo in luogo vistose ‘varianti’ sia sotto il profilo musicale che nei testi dialettali.

Alla fine è sempre S. Antonio a spuntarla ed il diavolo, malgrado le sue continue tentazioni, resta sempre sconfitto. Il bene trionfa così sul male e la vittoria del santo sul demonio diventa propiziatoria anche per la casa e pregna di rassicuranti auspici.

Abbiamo descritto così solo alcuni tasselli del complesso mosaico relativo al culto di Sant’Antonio Abate nelle nostre contrade abruzzesi. Essi ci permettono comunque di riflettere sui valori e sulle tradizioni di una volta, che i nostri ragazzi dovrebbero conoscere, grazie anche alle esperienze tramandate oralmente.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

Dal giorno dell’Immacolata in Abruzzo si frigge per Natale. In alcune zone le crispelle o crespelle o scrippelle infatti vengono offerte ad amici e parenti in visita nel periodo natalizio. Le crispelle sono diffuse molto anche in tutto il Sud d’Italia, in particolare nelle regioni della Calabria e della Sicilia. Questi particolari fritti, però, sono diversi a seconda del territorio: perché esiste una tradizione che li vuole salati, altri, invece, aggiungono uvetta e zucchero e li fanno diventare un motivo dolce dei dolci natalizi. Le scrippelle sono un cibo popolare la cui produzione era molto diffusa in passato per la semplicità degli ingredienti necessari a realizzarle, oggi hanno una vocazione eletta più al cibo di strada o street food che al consumo più squisitamente domestico. Preparazione povera della tradizione popolare, la scrippella ha origini antichissime e si prepara con impasto per pane o pizza, fritto in abbondante olio d’oliva o di semi. Le scrippelle sono molto diffuse presso le sagre paesane di tutta la regione abruzzese.

La versione in chiave salata delle scrippelle e con l’aggiunta delle patate nella pasta, che le rendono più consistenti e gustose, è fatta con farina di grano duro e tenero. Si comincia la sera prima, impastando il lievito di birra con farina e acqua e lasciando riposare una notte. L’indomani l’impasto viene lavorato aggiungendo le farine, altro lievito di birra, le patate disfatte allo schiacciapatate, l’acqua e il sale. La consistenza giusta della pasta dovrà essere appiccicosa quanto basta per essere modellabile, allungabile nella padella, dove dovrà essere immersa. Dopo il tempo necessario per la lievitazione della pasta, l’olio va reso bollentissimo dentro una capiente padella. Un tempo si usavano quelle nere di ferro che conservavano il sapore di ogni passaggio di frittura, oggi un’antiaderente con bordi alti è preferibile, perché consente alle crispelle di affondare nell’olio e cuocere in modo più omogeneo. In passato le persone addette erano due: una prendeva dei pezzi di pasta, che venivano distesi e man mano allungati, e poi “tuffava” la pasta nell’olio, l’altra faceva spazio nel recipiente perché la prima aveva le mani impastocchiate e doveva prendere altra pasta da friggere. Sono ottime da consumare ancora calde e fumanti e vanno benissimo anche come stuzzichino, magari, da scaldare sulla brace di un camino: con una buona fetta di prosciutto crudo intorno, ad esempio, o accompagnate da salumi e formaggi nei pranzi e cene natalizi. In alcune versioni, a seconda della zona di provenienza in cui vengono preparate, le crispelle possono essere preparate anche con un ripieno di ricotta e acciughe o broccoli o baccalà per dare un maggior sapore ed un tocco originale ad un piatto semplice e veloce da preparare.

 

 

Per la versione dolce si aggiungono nell’impasto zucchero e uvetta o pezzetti di scorzette d’arancia e, dopo la cottura, si fanno rotolare nello zucchero semolato, quando sono ancora calde.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

Il parrozzo (o panrozzo) è un tipico dolce pescarese, associato alle tradizioni gastronomiche del Natale (ma non solo). È molto diffuso soprattutto nella zona orientale dell'Abruzzo. Ha ottenuto il riconoscimento di prodotto alimentare tradizionale della regione Abruzzo, nella tipologia "Paste fresche e prodotti della panetteria, della biscotteria, della pasticceria e della confetteria".

Il parrozzo fu ideato e preparato nel 1920 da Luigi D'Amico, titolare di un laboratorio di pasticceria a Pescara. D'Amico ebbe l'idea di fare un dolce dalle sembianze di un pane rustico, anche detto pane rozzo (da cui è derivato il nome “Pan rozzo”), che era una pagnotta semisferica che veniva preparata dai contadini con il granoturco (contrapposta a quella preparata con la farina di grano e riservata alla tavola dei signori). Il pane rozzo era destinato ad essere conservato per molti giorni. D'Amico fu ispirato dalle forme e dai colori di questo pane e riprodusse il giallo del granoturco con quello delle uova, alle quali aggiunse la farina di mandorle per evidenziare la ruvidezza del pane; invece, lo scuro colore, dato dalla bruciatura della crosta del pane cotto nel forno a legna, fu sostituito con la copertura di cioccolato.

Oggi il “parrozzo” è fatto con semolino o, in alternativa, la farina gialla o farina bianca con fecola, zucchero, mandorle tritate, essenza di mandorla amara, buccia di arancia o buccia di limone ed è ricoperto di cioccolato fondente. Il dolce è ottenuto impastando la farina gialla, con uova e mandorle tritate e la buccia di arancia o limone. Si versa l'impasto in uno stampo semisferico, preferibilmente di alluminio, e lo si cuoce nel forno. A cottura ultimata, quando il dolce è ormai freddo, lo si ricopre con il cioccolato fondente fuso.

Attualmente il parrozzo è prodotto anche in forma industriale dalla azienda fondata dall'ideatore di questo dolce, la “Luigi d'Amico parrozzo Sas” di Manoppello in provincia di Pescara. Il confezionamento in atmosfera modificata permette di conservare il prodotto per circa quattro mesi. Ci sono anche varie botteghe di parrozzo nei borghi dell'area pescarese come Loreto Aprutino, Città Sant'Angelo e Penne. Anche in provincia dell'Aquila il parrozzo è in parte diffuso, in particolare a Tagliacozzo.

Il parrozzo fu presente sulle tavole di artisti, letterati, politici, gerarchi, dei Reali d’Europa e persino su quella del sommo Pontefice. La prima persona alla quale Luigi D'Amico fece assaggiare il parrozzo fu Gabriele d'Annunzio, che, estasiato dal nuovo dolce, contribuì ad accrescerne la fama e scrisse il madrigale “La Canzone del parrozzo”:

È tante bbone ‘stu parrozze nóve

Che pare na pazzíe de San Ciatté

Chìavesse messe a ‘su gran forne tè

La terre lòavurate da lu bbove,

la terra grasse e luistre che se cóce,

chiù tonne de ‘na provole, a ‘su foche

gientile, e che duvente a poche a poche

chiù doce de qualunquea cosa ddóce.

Benedette D’Amiche e San Ciutté! …

 

(È tanto buono questo parrozzo nuovo

che sembra una pazzia di San Cetteo

che abbia messo in questo tuo gran forno

la terra lavorata dal bue

la terra grassa e lucente che si cuoce

più tonda di una provola su questo fuoco

gentile, e che diventa a poco a poco

più dolce di qualunque cosa dolce.

Siano benedetti D’Amico e San Cetteo! …)

 

I ragazzi del Quadrifoglio

Ambiente

"Abetina di Rosello": la riserva naturale Regionale

Viaggio in una natura da riscoprire

           

La Riserva naturale Regionale "Abetina di Rosello", nata come Oasi WWF nel 1992, è un’area naturale protetta dell'Abruzzo, istituita nel 1997. La Riserva è gestita dalla Società SILVA s.r.l. ed è sita nei pressi del centro abitato di Rosello in provincia di Chieti. La Riserva si estende nel territorio del Medio Sangro al confine tra l'Abruzzo e il Molise, dove scorre il Turcano e ha una superficie di 211 ettari. L'Abetina si trova in un comprensorio montano poco abitato ad alto valore naturalistico e paesaggistico; la sua altitudine varia tra gli 850 metri e i 1.179 metri di Monte Castellano.

Questa Riserva è costituita in gran parte da abete bianco, una pianta presente maggiormente sulle Alpi e più rara sugli Appennini, e proprio qui ha sede il Centro di Studi e Documentazione sugli Abeti Mediterranei. Nella Riserva si trova un abete bianco, che con i suoi 47 m di altezza è l’albero spontaneo più alto d’Italia. L’abetina di Rosello è il nucleo meglio conservato di abeti bianchi in Italia. Nella riserva gli abeti sono alti mediamente circa 40 m invece di 35 m, perché, trovandosi in una valle stretta, tendono a salire per prendere più luce. Oltre all’abete in questa riserva troviamo anche il faggio, il tasso e il raro acero di Lobelius; nel sottobosco si trovano l’agrifoglio e il pungitopo, mentre tra i fiori si annoverano il giglio martagone e numerose specie di orchidee selvatiche. Nella Riserva trovano posto anche le liane, lunghi e resistenti vegetali, che sono oggetto di attenzione da parte degli studiosi e che raggiungono dimensioni considerevoli, anche superiori a 20 cm di diametro e probabilmente sono secolari. Le liane contribuiscono ad assorbire una notevole quantità di anidride carbonica.

 

 

Per quanto riguarda la fauna, vivono in questo bosco il gatto selvatico, la martora, la donnola, lo scoiattolo, il cinghiale, il lupo, l’orso, il cervo e rapaci come l’astore, l’allocco e il gufo comune; tra gli uccelli sono presenti anche il fringuello, la ghiandaia e varie specie di picchi; tra gli anfibi troviamo la rana italica, la rana dalmatica, la salamandra pezzata e la salamandrina dagli occhiali.

Una piccola area faunistica vicino l’ingresso della Riserva ospitava caprioli e rapaci.

La Riserva è attraversata dal torrente Turcano, affluente del fiume Sangro, nelle cui acque limpide vive il gambero di fiume, specie sempre più rara.

Per visitare l’abetina c’è il percorso natura (1 km), che da Fonte Volpona si inoltra nella Riserva e permette di osservare alcuni antichi e maestosi abeti, e il percorso escursionistico (7 km) praticabile a piedi, a cavallo, in mountain bike o con gli sci nella stagione invernale. Il percorso escursionistico attraversa il bosco e permette un’osservazione dall’alto della Riserva. Da Fonte Volpona si risale fino a valicare il Colle Tasso. Si discende al Torrente Turcano che taglia l'Abetina. In questa zona si incontrano gli abeti più imponenti.

Sono presenti un’area picnic all’ingresso della Riserva e un’area di sosta per attività didattiche a Fonte Volpona. Vi è inoltre la possibilità di effettuare visite ed escursioni guidate.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

Gastronomia

Arrosticini: specialità abruzzese

Dalla tradizione pastorale alle nostre tavole

 

Gli arrosticini sono spiedini di carne di pecora tipici della cucina abruzzese, preferibilmente bisognerebbe utilizzare carne di pecora giovane, chiamata in dialetto abruzzese “ciavarra”. La carne di ovino va tagliata a cubetti piccoli della grandezza di circa 1 cm, i quali vengono infilati in spiedini di legno della lunghezza che varia dai 25 ai 30 cm (la parte con la carne è lunga circa 10 cm). Gli arrosticini sono legati alla tradizione pastorale dell'Abruzzo e al conseguente consumo di carne ovina. Il loro luogo d'origine è da ricondurre alla fascia orientale del Gran Sasso d'Italia, per la precisione la zona che va dalla Piana del Voltigno (quindi inerente ai comuni di Villa Celiera, Civitella Casanova e Carpineto della Nora) fino a Penne. La leggenda narra che furono inventati negli anni '30 da due pastori del Voltigno, che tagliarono carne di pecora vecchia in piccoli pezzi, poi infilati in bacchette di legno intagliato. Fu staccata una grondaia dal tetto di un'abitazione e lì furono cotti tramite carbone (difatti la griglia utilizzata viene anche chiamata "canala", perché riproduce la forma del canale della grondaia). Secondo un’altra versione gli arrosticini sarebbero nati durante le lunghe transumanze dei pastori, che ricavavano dalle zone vicine alle ossa delle pecore piccoli pezzettini di carne e ne facevano degli spiedini, utilizzando dei bastoncini di legno, per poi cuocerli alla brace all’aperto.

Il primo nome adottato per questa pietanza fu “rrustelle” o “rrustolle” (piccoli arrosti); successivamente, il prodotto arrivò nell'area vestina nel dopoguerra per poi espandersi anche nelle altre zone fino al più popolato versante adriatico; fu in quegli anni che si adottò la dicitura “arrosticini” a fini commerciali. Una delle zone più interessanti per quanto riguarda gli arrosticini è la Val Pescara, dove è possibile gustarli in tanti ottimi ristoranti. Ma oggi gli arrosticini vengono esportati anche al di fuori dell'Abruzzo in Italia e all’estero e in alcune zone d'Italia si stanno affermando nella vendita della grande distribuzione.

La preparazione consiste nel tagliare la carne in tocchetti e infilarli in spiedini (in dialetto detti “li cippe”). Gli arrosticini sono poi cotti alla brace, normalmente utilizzando un braciere dalla caratteristica forma allungata a canalina, che ha una larghezza di poco superiore ai 10 cm in modo che gli spiedini possano essere poggiati sopra e solo la carne rimanga sulla brace. Il braciere viene chiamato in dialetto abruzzese la “furnacell'” o fornacella in una versione italianizzata. A seconda delle zone, viene anche chiamato “rustillire” o “canala” o “lu fucon”. Una volta sistemati gli arrosticini sulla brace, vanno girati di tanto in tanto e verso la fine va aggiunto solo il sale. Per la riuscita dell'arrosticino, molto dipende anche dalla qualità della carne, dal taglio, dalla cottura e dalla griglia utilizzata, dalla temperatura del fuoco, ma soprattutto dall'abilità del cuoco. A seconda delle preferenze, gli arrosticini possono avere diversi gradi di cottura e salatura. Per avere un arrosticino “cotto a puntino”, la carne deve essere sì ben cotta, ma restando morbida e succosa, non deve diventare secca. Sono disponibili anche fornacelle elettriche di piccolo e medio ingombro, tuttavia i risultati in termini di gusto e piacevolezza al palato non sono confrontabili con quelli ottenibili nella cottura alla brace.

 

 

Gli arrosticini vanno serviti in un unico modo: a fascio. Vale a dire vengono portati al centro della tavola in mazzi o fasci da 20/50 pezzi avvolti in carta d'alluminio con l'obiettivo di mantenerli caldi, in Abruzzo qualcuno usa anche delle conche apposite. Gli arrosticini vanno mangiati con le mani, sfilando la carne con i denti e sono solitamente accompagnati da fette di pane casereccio cosparse di olio extravergine di oliva (“pane 'onde”) e, eventualmente, peperoncino piccante, gli si abbina egregiamente un Montepulciano d'Abruzzo o, come in uso ancora nei locali più tradizionali, un mix di vino rosso locale diluito con gassosa (tre quarti di litro di vino ed uno di gassosa). È importante che il pane non venga tostato, né salato, in quanto già gli spiedini sono abbondantemente cosparsi di sale.

Le tipologie di arrosticino sono principalmente due:

  • produzione in serie, caratterizzata da cubetti di carne di circa 1 cm di lato infilati su di uno spiedino di legno per una lunghezza di massima di 20 cm;
  • produzione manuale, in cui la carne è tagliata con il coltello a tocchetti irregolari di varia dimensione, interponendo strati di carne molto magra a tocchettini di grasso, sempre di pecora. La parte grassa è importantissima per l’arrosticino, in quanto aiuta a mantenere la morbidezza della carne in cottura e la aromatizza: le gocce di grasso che colano e sfrigolano nella brace aiutano l’affumicatura donando aromaticità al tutto. Quest'ultimo tipo di arrosticini è il più pregiato, perché necessita di carne di ottima qualità per poter reggere bene una cottura più lunga.

Negli ultimi anni, soprattutto nella Val Pescara, si stanno diffondendo anche gli arrosticini di “fecte” (fegato). In questo caso si alterna un pezzo di carne con una foglia d'alloro, oppure, secondo un'altra variante, con una piccola fetta di cipolla.

Gli arrosticini sono inseriti nell'elenco dei Prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T.) del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.

Data la facilità di preparazione ed essendo spiedini, gli arrosticini possono essere consumati ovunque ed infatti può essere considerato un cibo di strada, il cosiddetto “street food”, sfilando uno ad uno i pezzetti di carne, tenendoli stretti tra i denti e tirando verso l'esterno il ceppo. Tradizione praticata è cuocere e consumare gli arrosticini all'aperto, immersi nella natura in scampagnate, arrampicate in montagna, gite al lago o situazioni simili. Molto presenti anche in sagre e feste di paese.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

La ventricina è un prodotto unico e tipico del territorio abruzzese, un salame a base di carne di suino, preparato con spezie, frattaglie grasse ed insaccate in budello o vescica. Gli unici conservanti ammessi nella ventricina tradizionale contadina sono il sale e le spezie. Dopo 48 ore di riposo l'impasto viene insaccato nella vescica del maiale. In origine veniva usato lo stomaco del suino (il ventre), caratteristica che ha dato origine al nome stesso dell'insaccato. La ventricina presenta diverse varianti sia in termini di ingredienti che di forme. La principale differenza è tra la ventricina del teramano e la ventricina del vastese. Due versioni molto differenti tra di loro come tipo di ingredienti e come modalità di utilizzo. Per esemplificare potremmo dire che la ventricina del teramano si spalma, mentre la versione vastese si affetta ed utilizza come un salame classico.

 

 

La ricetta della ventricina teramana prevede frattaglie e ritagli di prosciutti, pancetta e testa del maiale macinati finemente per formare l'impasto (vengono passati più volte nel tritacarne), la quantità di grasso di maiale oscilla tra il 60 ed il 70%, sale, aglio, pepe macinato sia nero, sia bianco, peperoncino dolce e piccante, semi di finocchio, buccia di arancia, rosmarino, pasta di peperoni. Una volta fatto l'impasto ci sono diverse varianti per la forma finale, una versione è quella modello culatello, che si vede nella foto, l'impasto viene insaccato nel budello o nello stomaco del maiale e conservato appeso. Un'altra forma molto usata nel teramano è la salsiccia di ventricina; inoltre c'è chi inserisce l'impasto in un barattolo di vetro. La maturazione del prodotto avviene in locali a temperatura ambiente o in celle frigorifero, il consumo può avvenire già dopo poche settimane dalla preparazione. La ventricina teramana trova la sua massima espressione spalmata sul pane oppure come ingrediente per sughi.

 

 

La ventricina vastese è il salume più nobile di quello spicchio di Abruzzo prossimo al Molise, che dalle colline alle spalle di Vasto si incunea fino a Schiavi d’Abruzzo, tramandato da generazioni di famiglie contadine. Questa specialità ancora oggi è prodotta in modo molto artigianale e caratteristico; recentemente però l’immagine ed il nome della ventricina vengono utilizzati dall’industria salumiera anche a livello nazionale. Un tempo era fatta in casa con i maiali allevati nell’aia e nello stalletto, come fonte di proteine per tutto l’anno, da tagliare in occasioni speciali o da regalare come dimostrazione di gratitudine. È un salame dalla grande grana, il taglio delle carni prevede esclusivamente l’utilizzo del coltello ben affilato. I pezzetti tagliati (cubetti di carne, anche irregolari) devono essere di misura non inferiore di 2 cm. La forma spesso è a palla e il peso oscilla dal kilo ai 3 kg. La principale differenza della ventricina vastese con quella teramana è nella quota minore di grasso di maiale utilizzata, non supera il 30% della carne. La ricetta prevede il 70% di tagli nobili e magri come prosciutto, lombo e filetto, il 30% di carne grassa (pancetta e grasso di prosciutto), sale, aglio, pepe macinato, peperoncino tritato dolce (varietà “corno di capra” e “paisanella”) e piccante, finocchio selvatico. L'impasto viene insaccato nella vescica o nel budello del maiale e legato con lo spago a formare una sacca. La maturazione richiede almeno 90 giorni. Come si vede nella foto, il salame presenta un colore rossastro e la grana grossa e disomogenea, si possono distinguere i vari pezzi di carne e grasso che compongono il prodotto. Il sapore è una combinazione della carne di maiale con le spezie piccanti contenute. La ventricina del vastese si presenta come un prodotto di alta qualità grazie al disciplinare del consorzio di tutela che prevede un protocollo di allevamento e scelta dei maiali e ferree regole di preparazione e stagionatura. All’inizio del 2017 la ventricina del vastese è stata giudicata il miglior salame d’Italia nell’undicesimo Campionato Italiano del Salame, organizzato dall’Accademia delle 5T (Territorio, Tradizione, Tipicità, Trasparenza, Tracciabilità) con il patrocinio del MIPAAF (Ministero per le Politiche Agricole).

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

I costumi folkloristici rappresentano un patrimonio culturale, che svela il cammino della storia, delle tradizioni e dei gusti locali, esprimendo usi ed abitudini del popolo e la volontà di quest'ultimo di conservare nel tempo un mondo di valori, che cementa ed unifica. L'Abruzzo, più di altre regioni italiane, tende a conservare gli antichi costumi. I costumi femminili abruzzesi posseggono la grazia e l'opulenza tipica dell'abbigliamento della festa, momento in cui si era soliti sfoggiare gli abiti più belli, mantenuti integri per generazioni e destinati alle occasioni più importanti per il popolo: le ricorrenze religiose, i riti matrimoniali, le feste del patrono.

 

 

Il costume femminile abruzzese è costituito, come tutti i costumi tradizionali, da elementi essenziali: gonna ampia, corpetto e camicia vaporosa. La gonna, di colore nero o rosso, di stoffa pesante, bordata da ricami dorati, è ricoperta davanti da un grembiule bianco di lino con applicazioni di merletti. Il corpetto, di solito in velluto nero, può presentare applicazioni di passamaneria (insieme dei vari tipi di tessuti e intrecci utilizzati per guarnizione nell'abbigliamento, come bottoni, fiocchetti, merletti, ecc.) più o meno ricche. Sotto il corpetto si indossa una bianca camicia con pizzi ricamati a mano, reminiscenza dei rinascimentali indumenti femminili, mentre copre la testa un ampio fazzoletto bianco, abbellito da inserti di altra stoffa, solitamente quella della gonna. Indumento tipico del costume tradizionale femminile abruzzese era un panno rettangolare color vinaccia, che veniva avvolto stretto al corpo dal petto alle gambe e fungeva da sottoveste (“Lu Fasciatore”). Era in lana e tessuto in casa. Identico al “fasciatore”, ma di dimensioni più grandi, era un mantello o scialle rustico da usare in inverno per coprirsi dal capo in giù. Per il lavoro nei campi si calzavano le “ciocie”. Si calzavano anche delle ciabatte di cuoio o di gomma. Pochi ma caratteristici i gioielli, come le sontuose catene d'oro a vaghi (elementi sferici o ovali) d'oro, chiamate "cannatore", forse di origine longobarda; oppure i tipici ciondoli in filigrana, "la presentosa", a forma di stella con due cuori intrecciati al centro, dedicati agli innamorati; infine gli orecchini pendenti a navicella, "le sciacquaje", tra le forme più arcaiche di gioielli.

 

 

L’abito nuziale femminile della tradizione abruzzese prevede: in testa il velo o un fazzoletto di tulle bianco lungo fino alle spalle; il corpetto in seta rossa con maniche lunghe e polsini allacciati con bottoni dorati; la gonna bianca e il grembiule azzurro in lino o altro tessuto; le scarpe nere di cuoio e le calze bianche.

Più semplici i costumi maschili, come accade in quasi tutti gli abbigliamenti tradizionali: sono realizzati in panno o in velluto nero, con pantaloni al ginocchio, calzettoni bianchi, giacchetta corta con o senza bottoni, panciotto e camicia con colletto ricamato. Ai piedi le "ciocie", i cui lacci si legano intorno ai polpacci, coperti da grosse calze di lana bianca o scarpe di cuoio con fibbia d'argento.

 

 

L’abito nuziale maschile della tradizione abruzzese prevede: la giacca in velluto color verde bottiglia o blu; i pantaloni corti fino al ginocchio con bottoni dorati all’allacciatura; la camicia bianca con colletto allacciato con nastrino di seta rossa; le calze bianche a maglia; le scarpe con la fibbia.

Da segnalare a Sulmona il “Museo Civico del Costume Popolare Abruzzese Molisano e della Transumanza”, ospitato nella sala del Campanile del complesso della Santissima Annunziata, dove sono esposti un corpus di acquerelli e stampe di costumi tipici abruzzesi e molisani, che vanno dal 1790 al 1861, e una collezione di vestiti e oggetti della vita pastorale.

 

I ragazzi del Quadrifoglio