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I bocconotti sono dei dolci tipici della tradizione abruzzese, ma anche molisana, lucana, pugliese e calabrese con un ripieno che varia a seconda delle località in cui viene prodotto. La leggenda popolare fa risalire la prima elaborazione di questo dolce alla fine del Settecento, nel territorio abruzzese. In quel periodo infatti iniziò l'importazione di cioccolato e caffè. Si narra che in un paese d'Abruzzo (Castel Frentano, in provincia di Chieti) una domestica, per omaggiare il suo padrone, goloso di questi due nuovi prodotti, inventò un dolce che ricordava la tazzina di caffè (naturalmente senza manico e senza coperchio), realizzando l'esterno con la pasta frolla e riempiendo l'interno con caffè e cioccolato liquidi. Alla prima cottura vide che il ripieno rimaneva troppo liquido; allora decise di addensarlo con mandorle (che in Abruzzo venivano importate dalla Puglia) e tuorli d'uova e di ricoprire la “tazzina” con un coperchio che a cottura ultimata spolverò di zucchero a velo. Quando il padrone assaggiò il dolce ne rimase estasiato e chiese alla sua domestica come si chiamava; la donna, che non gli aveva dato nessun nome, improvvisò chiamandolo “Bocconotto”, visto che si mangiava in un solo boccone. Ovviamente ai tempi, il dolce era prerogativa ed esclusivo privilegio dei ceti più abbienti e diverse ricette ottocentesche sono state rinvenute proprio presso le antiche abitazioni signorili del paese, tuttavia ad oggi non abbiamo informazioni attendibili riguardo la provenienza del bocconotto, che andò in seguito diffondendosi tra la popolazione. Realizzato con olio, farina, zucchero, mandorle, uova e cioccolata, “lu buccunotte”, opportunamente sistemato nel tipico stampo di rame stagnato, veniva un tempo cotto sulla pietra del focolare o nell’unico forno del paese, dove le signore si recavano con le teglie adagiate sulla testa, per cuocere quelli che erano considerati i dolci della festa e che ormai si possono trovare tutto l’anno. Le sue dimensioni sono rimaste piccole, e tali quindi da poter essere mangiati in un solo boccone, fino agli anni ‘50 del XX secolo, quando iniziarono ad aumentare sino a giungere ai 6/7 centimetri di diametro attuali e 2/3 centimetri di altezza. Il ripieno fu variato, ma fino a quell'epoca vi si aggiungeva anche un chicco di caffè, a ricordo del caffè messo inizialmente e per aromatizzare il ripieno. Secondo altri invece il bocconotto avrebbe origini pugliesi o calabresi.

Esiste una variante dolce ed una variante salata. La variante dolce è sempre fatta di pasta frolla, in Abruzzo fatta sempre con l’olio al posto del burro, con un ripieno che prevede quasi sempre le mandorle, o, in alternativa, le nocciole, e marmellata o cioccolato o miele o pappa reale o crema pasticcera secondo le varianti regionali. In origine per il ripieno dei bocconotti si usava anche il mosto cotto, che oggi alcuni sostituiscono con un liquore aromatico (maraschino, alchermes, rum). I bocconotti vanno spolverati abbondantemente con lo zucchero a velo e serviti, magari, con del vino passito. La versione salata varia sia nella farcitura e sia nell'involucro: la pasta frolla è sostituita dalla pasta sfoglia e si usa un ripieno di funghi, rigaglie di pollo, animelle e tartufo, anziché il cioccolato e le mandorle.

Il bocconotto di Castel Frentano è un prodotto agroalimentare la cui tipicità è riconosciuta dalla regione Abruzzo, caratterizzato dalla presenza nel ripieno di cioccolato, cannella e mandorle tostate. Esiste anche una variante pescarese uguale a quella di Castel Frentano con la sola aggiunta del liquore Centerba. Sempre in Abruzzo troviamo il bocconotto di Montorio al Vomano in provincia di Teramo, dolce tipico del territorio e vanto della pasticceria locale, è caratterizzato dal ripieno di marmellata d'uva, solitamente uva Montepulciano, che viene aromatizzata con mandorle tostate e tritate, cioccolato e cannella in polvere. Secondo la tradizione teramana, i bocconotti erano un dolce tipico natalizio e dovevano essere preparati ogni anno all’inizio del mese di dicembre, in enormi quantità, per poi essere regalati a parenti e conoscenti oppure offerti agli ospiti per tutta la durata delle feste natalizie. In Puglia si hanno delle varianti con ripieno d’amarene e di mandorle, o di ricotta e canditi (ricetta delle monache benedettine di Bitonto); in Calabria, a Mormanno nel cosentino, che rivendica una ricetta vecchia di 700 anni (che precederebbe quindi l’invenzione di quelli abruzzesi), i bocconotti, originariamente chiamati "Varchiglie", forse perché si utilizzavano delle forme di metallo a forma di barca, venivano farciti con un ripieno di farina di mandorle e zucchero, oppure, nella versione più economica, con la marmellata e, oggi, anche con il cioccolato e spolverati di zucchero a velo.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

La transumanza è la migrazione stagionale delle greggi, delle mandrie e dei pastori che si spostano da pascoli situati in zone collinari o montane (nella stagione estiva) verso quelli delle pianure (nella stagione invernale). Per transumanza si intende quindi lo spostamento periodico del bestiame, soprattutto ma non esclusivamente ovino, fra due pascoli che vengono sfruttati stagionalmente, situati rispettivamente in pianura, dove d’inverno il clima è più mite e c’è abbondanza di nutrimento, ed in montagna, dove il bestiame trova un buon pascolo in primavera, ma soprattutto in estate. L’ambiente e il clima sono quindi la ragione della transumanza. La parola transumanza deriva dal verbo transumare, ossia: attraversare, transitare sul suolo. Il verbo è costituito con l'accostamento del prefisso latino “trans” che vuol dire: al di là, attraverso, e della parola latina “humus”, che vuol dire suolo, terreno.

La transumanza avveniva lungo le strade pubbliche al bordo delle quali gli armenti potevano pascolare, ma specialmente lungo i tratturi, grandi vie erbose, pietrose o in terra battuta, sulle quali viaggiavano anche per qualche centinaio di chilometri greggi, pastori e cani. I tratturi principali erano larghi da 55 m fino a 111 m: da essi si dipartivano poi i tratturelli, larghi fino a 37 metri, che servivano da smistamento ed erano collegati tra loro da bracci larghi circa 18 metri e mezzo. I tratturi principali erano quattro: il tratturo L’Aquila-Foggia (il cosiddetto “Tratturo Magno”, lungo 243 km), il tratturo Pescasseroli-Candela (lungo 211 km), il tratturo Celano-Foggia (lungo 207 km) e il tratturo Castel di Sangro-Lucera (lungo 127 km).

Per descrivere le fasi, in cui si compiono gli spostamenti che danno luogo alla transumanza si usano i termini di: "monticazione" e "demonticazione".

Con monticazione si indica la fase iniziale della transumanza, che si compie nel periodo primaverile, quando avviene il trasferimento degli armenti e dei pastori dalle zone di pianura ai pascoli di alta quota ed ha inizio l'alpeggio (l’alpeggio comprende tutte le attività che si svolgono con gli animali da allevamento in montagna nei mesi estivi).

Con demonticazione si definisce il successivo trasferimento che, nel periodo autunnale, riporta gli animali e i pastori dai pascoli in quota a quelli di pianura nella fase di discesa successiva al periodo estivo dell'alpeggio.

In Italia questa usanza, di cui si hanno testimonianze già ai tempi dell’antica Roma, prese le mosse principalmente tra l'Abruzzo e il Tavoliere, con diramazioni sia verso il Gargano che verso le Murge, passando per il Molise. Consisteva nel trasportare gli animali dai monti abruzzesi e molisani, ai ricchi pascoli del Tavoliere e del Gargano. L'importanza economica di questa attività era tale da essere gestita da due specifiche istituzioni del Regno di Napoli: la Regia Dogana della Mena delle Pecore di Foggia e la Doganella d'Abruzzo.

Dopo il 1447 divenne la principale fonte economica per molti paesi abruzzesi e tale rimase fino alla fine del 1800. A riprova della rilevanza di tale pratica nell'economia e nella società, è stato calcolato che nella metà del XV secolo, non meno di tre milioni di ovini e trentamila pastori percorressero annualmente i tratturi, e che l'impatto che la pastorizia esercitava era tale da fornire sussistenza a metà della popolazione abruzzese, direttamente o indirettamente. Nel XVII secolo i capi coinvolti erano circa cinque milioni e mezzo. Il viaggio durava giorni e si effettuavano soste, anche di tre giorni, in luoghi prestabiliti, dove c’era abbondanza di erba e di acqua. I pastori percorrevano a piedi la strada, ognuno col suo gregge, e la sera si stava insieme, riuniti, esposti al freddo e alla fatica, mangiando pan cotto, poco formaggio e tanto vino, che scaldava la strada e il cuore lontano da casa. La transumanza, quindi, non era solo uno spostamento di greggi dai pascoli estivi a quelli invernali, ma anche l'incontro tra antiche tradizioni e usanze diverse. I pastori erano soggetti a continui pericoli come furti di bestiame, assalti di lupi, morsi di serpenti, perciò nella tradizione orale i pastori vengono rappresentati mentre dormono “con un occhio solo”. Le mogli dei pastori restavano sole nel periodo in cui la campagna ha ancora tanto da essere lavorata e c’era anche la casa da portare avanti, e tutto andava fatto bene e in fretta e da sole.

 

 

Con l'unità d'Italia i contadini poterono riscattare i terreni dedicati ai pascoli e dedicarli alla coltivazione. Questo portò alla diminuzione dell'economia legata alla transumanza, per i pastori fu un duro colpo e molti di loro furono costretti a emigrare in altre parti del mondo.

L’usanza della transumanza nei secoli scorsi era dovuta al fatto che il pastore non poteva contare sulla presenza delle strutture tipiche dell'allevamento moderno, quali la stalla e gli impianti di foraggiatura, mungitura e refrigerazione del latte. Ad oggi con l'avvento della moderna zootecnia e l'allevamento intensivo direttamente negli allevamenti l'attività di transumanza si è fortemente ridotta e il trasferimento degli animali avviene spesso attraverso l'autotrasporto utilizzando appositi camion.

Ci sono diversi progetti per realizzare una rete europea, in cui gli oltre 3000 km di piste erbose che collegano cinque regioni italiane (Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata) e decine di comuni, borghi e comunità rurali si colleghino a loro volta alle reti tratturali europee, dalla Spagna e dal Portogallo, alla Francia fino alla Slovenia e all'Ungheria, passando per la Germania meridionale.

Un ricordo particolare della transumanza è stato dato da Gabriele D'Annunzio nella poesia “I pastori”, contenuta nella raccolta di liriche “Alcyone”, pubblicata nel 1903, in cui si legge:

“Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori

lascian gli stazzi e vanno verso il mare:

scendono all'Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti.

 

Han bevuto profondamente ai fonti

alpestri, che sapor d'acqua natia

rimanga né cuori esuli a conforto,

che lungo illuda la lor sete in via.

Rinnovato hanno verga d'avellano.

 

E vanno pel tratturo antico al piano,

quasi per un erbal fiume silente,

su le vestigia degli antichi padri.

O voce di colui che primamente

conosce il tremolar della marina!

 

Ora lungh'esso il litoral cammina

La greggia. Senza mutamento è l'aria.

Il sole imbionda sì la viva lana

che quasi dalla sabbia non divaria.

Isciacquio, calpestio, dolci romori.

 

Ah perché non son io cò miei pastori?”

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

L'Abruzzo enologico è ormai una grande realtà. Lo dimostrano la crescita qualitativa, l’interesse della critica e del mercato e i successi riportati ogni anno nei concorsi nazionali e internazionali. Merito soprattutto di una forte valorizzazione del territorio e dei suoi vitigni autoctoni più importanti e di una nuova generazione di enologi e di imprenditori vitivinicoli. L’Abruzzo è una regione del centro Italia con una certa rilevanza nella produzione di vini rossi e che ha conosciuto negli ultimi anni una sostanziale crescita qualitativa dei vini. I vigneti del territorio abruzzese ricoprono poco più di 37 mila ettari con una produzione annua di 3,8 milioni di ettolitri di vino e la vitivinicoltura oggi è senza dubbio il comparto più importante nell’ambito della produzione agricola regionale. I tre quarti della produzione complessiva di vino provengono da 40 cantine cooperative (32 attive in provincia di Chieti), che unitamente a quelle private compongono un quadro di 160 aziende di trasformazione, 120 delle quali imbottigliano con propria etichetta. Oltre a quello nazionale, i principali mercati di riferimento per i vini abruzzesi sono: Germania (23%), Stati Uniti (20%) e Canada (10%). In forte crescita risultano il mercato inglese e quello dei Paesi del Nord Europa come Svezia, Danimarca, Norvegia, in virtù del buon rapporto qualità/prezzo del prodotto. La forma di allevamento maggiormente diffusa in Abruzzo è la pergola abruzzese, che rappresenta oltre l’80% del vigneto regionale, mentre nei nuovi impianti e reimpianti prevale nella maggior parte dei casi la forma a filare (cordone speronato, cordone libero, gdc).

 

 

La viticoltura in Abruzzo ha origini molto antiche, ma le prime testimonianze risalgono agli Etruschi, nel VII secolo a.C., i quali diffusero la coltivazione della vite. Con l’epoca romana la viticoltura continuò a svilupparsi fino alle invasioni barbariche, che portarono una grande distruzione del panorama viticolo. Alla fine di questo periodo, la viticoltura tornò a fiorire fino all’avvento della fillossera all’inizio del ‘900, che causò delle perdite immani di molti vigneti. Ma è negli ultimi 40-50 anni che la viticoltura abruzzese si è specializzata e in modo molto razionale ha via via abbandonato le aree più difficili per ridistribuirsi in quelle più vocate della collina litoranea.

Collocato com’è tra il mare Adriatico e i massicci del Gran Sasso d’Italia e della Majella, il territorio abruzzese beneficia di forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, che, associate a una buona ventilazione, garantiscono alla vite un microclima ideale per vegetare e produrre uve di straordinaria qualità. L’Abruzzo può essere suddiviso in due zone: quella interna montuosa, che si distingue per un clima continentale e costituisce oltre il 65% dell’intero territorio regionale, e quella litoranea con l’ampia fascia collinare e clima mite. Da ovest a est le montagne appenniniche degradano dolcemente verso il mare, raggiungendo l’Adriatico ed è proprio lungo le aree collinari del centro a ridosso del litorale che si concentrano i vigneti abruzzesi (circa il 90% della produzione).

La regione Abruzzo è divenuta a tutti gli effetti una regione del vino, in cui la qualità della produzione enologica è ampiamente raggiunta non solo dai grandi produttori, ma anche dalle piccole realtà locali. Già famoso a livello gastronomico per l’importante tradizione culinaria, l’Abruzzo si distingue fra le regioni del Centro Italia per i tanti vitigni autoctoni a bacca rossa, come il Montepulciano, e bianca, come il Trebbiano, presenti anche sul territorio molisano, regione molto legata all’Abruzzo dal punto di vista dei vitigni coltivati.

 

 

I vigneti abruzzesi sono catalogati sotto 1 DOCG e 7 DOC, oltre ad altre 8 IGT:

  • Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG
  • Montepulciano d’Abruzzo DOC
  • Cerasuolo d’Abruzzo DOC
  • Trebbiano d’Abruzzo DOC
  • Abruzzo DOC
  • Ortona DOC
  • Tullum DOC
  • Villamagna DOC

VINI BIANCHI ABRUZZESI

Molto diffuso è il Trebbiano d’Abruzzo DOC, da omonime uve Trebbiano coltivate su circa 14 mila ettari, conosciuto in tutta Italia per la sua capacità d’invecchiamento e la sua profondità espressiva, distinguendolo dai Trebbiano prodotti in altre regioni. Esprime aromi fruttati e floreali di mela e camomilla, accompagnate da note spesso piuttosto minerali. Il Pecorino è un altro grande vino bianco abruzzese, molto apprezzato in purezza, regalando profumi floreali intensi, dalla ginestra al gelsomino. Molto interessante anche la varietà autoctona chiamata Cococciola, che sta iniziando a riscuotere interessanti risultati nelle aree coltivate in provincia di Chieti, spesso usata come uva da taglio, pian piano vinificata in purezza come ferma e spumante.

VINI ROSATI ABRUZZESI

Degni decisamente di nota sono i vini rosati Cerasuolo d’Abruzzo, riconosciuto DOC nel 2010, prodotto da uve Montepulciano d’Abruzzo. Si annovera senza dubbio fra i migliori rosati italiani per la grande piacevolezza di gusto e l’ottimo compromesso fra struttura e freschezza, perfetto a tutto pasto, ottimo con il pesce. Grazie alle uve Montepulciano, è il vino rosato fra i più longevi del panorama dei rosati in Italia.

 

 

VINI ROSSI ABRUZZESI

Il vino rosso per eccellenza dell’Abruzzo è il Montepulciano d’Abruzzo DOC, la cui miglior espressione si ritrova a nord al confine con le Marche, nei dintorni di Teramo, tanto che nel 2003 quest’area ha ottenuto la DOCG Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane, unica DOCG della regione. Robusto, pieno, equilibrato, molto adatto all’invecchiamento. Il Montepulciano rappresenta più della metà dei vitigni regionali ed è il vitigno di riferimento della DOC Montepulciano d’Abruzzo, che conta anche la tipologia Cerasuolo. Coltivato su circa 17 mila ettari, con un trend in continua crescita (negli ultimi anni oltre il 70% dei nuovi impianti sono stati realizzati con questo vitigno), si hanno notizie certe sulla sua presenza in Abruzzo sin dalla metà del ‘700.

Inoltre si annoverano una serie di vitigni tra autoctoni, nazionali e internazionali, quali Passerina, Sangiovese, Chardonnay, Cabernet Sauvignon e Merlot.

Esistono delle zone di produzione di vini a Indicazione Geografica Tipica (IGT): Alto Tirino, Valle Peligna, Colline Pescaresi, Colli Aprutini, Del Vastese o Histonium, Colli del Sangro, Colline Frentane, Colline Teatine e Terre di Chieti.

Non sono molte, a livello europeo, le regioni dove è possibile bere così bene spendendo così poco come in Abruzzo. Il rapporto qualità/prezzo della maggior parte dei vini non toglie comunque spazio ai progetti più ambiziosi.

 

 

Il Consorzio di Tutela dei Vini d’Abruzzo è un’associazione senza scopo di lucro, che si propone di tutelare, valorizzare e curare gli interessi relativi alle denominazioni di origine controllata del territorio regionale. Attività che il Consorzio porta avanti, giorno dopo giorno, con la massima determinazione. La stessa che i suoi associati - viticoltori, vinificatori e imbottigliatori, da sempre attenti alla qualità - mettono nel proprio lavoro: dalla cura del vigneto alla scrupolosità nella trasformazione dell’uva, dalla diligenza nell’invecchiamento all’attenzione per le esigenze del cliente. Non c’è regione in Europa come l’Abruzzo, dove più del 30% del territorio è tutelato da quattro parchi (tre nazionali e uno regionale) e da una decina di riserve naturali e aree protette. Non è un caso quindi che il Consorzio, che da anni tutela una delle risorse più autentiche del territorio, abbia scelto come simbolo l’aquila: un animale dal forte istinto protettivo, tenace come gli abruzzesi.

In un’epoca storica ed economica come quella che sta vivendo l’Italia, l’Abruzzo del vino sta rispondendo con una vitalità e una forza inaspettata, merito in parte del ricambio generazionale, che ha interessato tante aziende, e in parte delle nuove leve dell’enologia regionale, che hanno deciso di puntare con decisione sul proprio territorio con un approccio diverso rispetto ai loro genitori, anche in relazione al mercato. Vi è poi una crescente attenzione a una maggiore sostenibilità agricola. Sono in crescita, infatti, le cantine che hanno intrapreso la conversione al biologico, considerando tale metodo di conduzione agronomica il modo migliore per gestire le vigne.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

Musica popolare abruzzese

 

La tradizione musicale abruzzese appare ricca e varia e nel corso della sua lunga storia è stata influenzata soprattutto dalle culture meridionali e mediterranee; nelle sagre e feste della regione non può mancare la famosa fisarmonica diatonica o organetto (chiamato in dialetto du bott); di solito viene suonato per eseguire quadriglie, tarantelle, ballarelle e saltarelli. Altri strumenti musicali utilizzati sono: la zampogna, antico strumento aerofono con boccaglio ad ancia doppia della famiglia delle cornamuse, composta da una sacca di pelle di capra nella quale sono inserite 4 o 5 canne e 2 di queste sono munite di fori per le dita. La ciaramella, strumento aerofono della famiglia degli oboi, suonato spesso in coppia con la zampogna, che possiede un'imboccatura con un'ancia doppia fatta di canna da cui il suonatore immette l'aria, e dei fori, il cui numero varia da otto a nove.

In Abruzzo si svolge ogni anno il Festival Regionale della Canzone Abruzzese. Una manifestazione tra le più longeve nel territorio regionale abruzzese capace di mantenere in vita la musica folkloristica e riunire in una gara itinerante numerosi cori e gruppi folk nel segno della tradizione e dell’amore per la musica.

L’iniziativa, organizzata dall’associazione “Settembrata Abruzzese” che da oltre 50 anni lavora costantemente per promuovere e far conoscere l’anima poetica e musicale abruzzese, si avvale del patrocinio del Consiglio Regionale dell’Abruzzo.

L’iniziativa prevede quattro tappe e la serata dedicata alla finalissima. Ogni coro esegue un programma a libera scelta con canti d’autore della tradizione e un canto inedito di autori contemporanei. I premi finali da assegnare sono due: uno al coro per il programma scelto, l’altro alla nuova canzone.

 

 

Quadriglia

La quadriglia è una danza tradizionale italiana, diffusa su tutto il territorio nazionale, particolarmente nel centro-sud.

I danzatori si mettono generalmente in 2 file disposte l'una di fronte a l'altra o, altrimenti disposti in quadrato (da cui sembrerebbe derivare il nome del ballo), in gruppi da due a cinque danzatori.

La quadriglia si suddivide in 5 fasi dette figurazioni (originariamente erano 9 alternate da una sempre uguale, poi fu deciso di semplificare il ballo in 5 figurazioni) che il coreografo decide il modo di disporre (non è il compositore che decide la sequela delle fasi, ma il coreografo, facendo divenire così, ogni ballo un fatto a sé stante ed originale).

Anche la musica che accompagna viene chiamata quadriglia, la quale è generalmente in tempo pari e prevalentemente suonata con strumenti folcloristici, generalmente fisarmonica o organetto diatonico.

Le coppie eseguono figure, anche complesse, che vengono proposte dalla coppia che conduce e seguite da tutte quelle che seguono. Se il numero di coppie è elevato la danza può diventare molto lunga per permettere a tutte le coppie di eseguire le figure.

La quadriglia deriva da danze contadine francesi (in inglese country dance, da cui contraddanza) che ebbero poi il nome francese originario quadrille, da cui deriva il nome odierno italiano, originatesi a partire dal XVII secolo e poi sviluppatesi nel XIX secolo in Inghilterra e negli Stati Uniti.

 

 

Tarantella

Con il termine tarantella vengono definite alcune danze tradizionali e le corrispondenti melodie musicali prevalentemente del sud Italia e l'Argentina, che sono prevalentemente in tempo veloce, in vario metro: le varie tipologie hanno una metrica dei fraseggi melodici e ritmici in 6/8, 18/8 o 4/4, sia in modo maggiore che in modo minore, a seconda dell'uso locale.

La prima fonte storica risale ai primi anni del XVII sec. e sin dal suo primo apparire il ballo è legato al complesso e rituale fenomeno del tarantismo pugliese. Mentre conosciamo alcuni motivi sei-settecenteschi di tarantella, non è possibile conoscere con sicurezza le forme coreutiche di quei secoli per mancanza di notazioni coreografiche dell'epoca e riferibili alle classi popolari che praticavano tale danza.

Nel XIX sec. la tarantella è divenuta uno degli emblemi più noti del Regno delle Due Sicilie ed il suo nome ha sostituito i nomi di balli diversi preesistenti di varie zone dell'Italia meridionale, diventando così la danza italiana più nota all'estero. La diffusione di moda del termine spiega il fatto che oggi varie tipologie di balli popolari e musiche da ballo recano il nome di "tarantella".

Molti compositori colti si sono ispirati tra il XVIII e il XX sec. ai motivi e ai ritmi delle tradizioni meridionali, componendo e costituendo un genere a sé di tarantella colta. La trasposizione "colta" più famosa è probabilmente quella composta per pianoforte da Gioachino Rossini, intitolata La danza, che fu arrangiata per esecuzione orchestrale, insieme ad altri brani pianistici di Rossini, da Ottorino Respighi nel secolo XIX per il balletto La boutique fantasque, coreografato da Léonide Massine per i Ballets Russes di Serge Diaghilev.

Secondo alcuni studiosi il nome "tarantella" deriva da "taranta", termine dialettale delle regioni meridionali italiane per designare la tarantola o Lycosa tarentula, un ragno velenoso diffuso nell'Europa meridionale. In quelle zone il ballo della tarantella è in parte legato alla terapia del morso della tarantola. La tradizione affidava al veleno di questo ragno effetti diversi, a seconda delle credenze locali: malinconia, convulsioni, disagio psichico, agitazione, dolore fisico e sofferenza morale.

Chi veniva morso o credeva di essere stato morso da una tarantola (ma anche da scorpioni, insetti o rettili vari) tendeva ad un esagerato dinamismo e ricorreva a terapie coreo-musicali, particolarmente efficaci durante la festività dei santi Pietro e Paolo che, mediante l'insistenza della pratica della danza, provocassero l'espulsione del veleno attraverso sudori ed umori. Non tutte le forme di danza erano comunque legate a questo fenomeno: si danzava anche in occasioni pubbliche (festività religiose, pellegrinaggi ai santuari, ricorrenze agricole) e private (matrimoni, battesimi, ecc.) come espressione di religiosità e gioia.

Non è trascurabile l'ascendenza che alcuni storici della musica attribuiscono alla città di Taranto per le origini del ballo, chiamato anticamente Tarantedde.

 

 

Saltarella e ballarella

La saltarella è un ballo tradizionale di area abruzzese, in parte del Molise e in alcune aree del Lazio fino al 1927 sotto l'amministrazione abruzzese (Amatriciano, Cicolano e Sorano), molto affine con le tarantelle meridionali. La forma più diffusa è la saltarella in coppia (non necessariamente eterosessuale), ma si conservano anche esempi di saltarella a quattro persone o in cerchio. Sono stati individuate delle sottotipologie coreutiche che si esprimono con varianti ritmico-melodiche e coreutiche ben evidenti; ne sono stati individuati almeno cinque modelli differenti: quello frentano, teatino, teramano, alto-sabino e la ballarella della Val Pescara, spesso considerata famiglia a sé, cerniera tra saltarella, spallata e tarantella.

La saltarella dovrebbe discendere direttamente dalla “saltatio”, il ballo più diffuso nella Roma antica, assieme alla danza della "ballicrepa" e al ballo cantato della "corea".

Le prime fonti certe riguardo l'origine del saltarello sono comunque da ricercare nel XIV sec. Nel 1465 il Comazano lo indica come “ballo da villa” molto frequente fra gli italiani. Tra il XIV e il XVII sec. il saltarello è uno dei quattro modi basilari della danza di corte italiana (bassadanza, saltarello, quaternaria, piva): gli ambienti aristocratici erano soliti ispirarsi ai balli popolari per poi effettuare trasposizioni in stile aulico di musiche e coreografie. Nel XVIII e XIX sec. si è sviluppata per mano di numerosi artisti italiani e stranieri una ricca iconografia con scene di saltarello. In ambito popolare attuale, il genere musicale del saltarello ha molte affinità con la tarantella dell'Italia meridionale e viene eseguito generalmente dall'organetto, ma originariamente l'organico era costituito da zampogna, ciaramella, tamburello e tammorra. Viene chiamato al femminile “saltarella”, secondo un'usanza molto diffusa nel Regno di Napoli, così come per la Zumparella, la Ballarella, la Tammurriata, la Pizzica, ecc.

È un ballo di corteggiamento nel quale le coppie si dispongono in cerchio e, a turno, si portano al centro per eseguire il rito della seduzione. Le coppie si danno costantemente il cambio in una sorta di gara di resistenza che aumenta al ritmo incalzante della musica. Quando sono all'interno del cerchio i due “amanti”, cercando di mantenere una certa sincronia nei movimenti, non si toccano, ma si sfiorano con continue allusioni. Nel ballo di coppia, dopo il consueto invito, i ballerini cercano di sincronizzarsi a tempo di musica per poi effettuare passi incrociati saltati, posizionando sempre un piede dietro l'altro che è fatto strisciare in avanti prima di ricevere il peso di tutto il corpo. Il passo può essere anche semplicemente saltato ed il piede, scaricato dal suo peso, viene scalciato energeticamente in avanti per poi essere affiancato nuovamente all'altro che ripete la sequenza.

Le braccia sono protese in alto, frontalmente, composte sui fianchi o dietro la schiena per gli uomini. La coppia danzante può afferrarsi frontalmente con le mani guardandosi negli occhi ed alternare abili movenze di fughe, rifiuti, rincorse, con mimiche a dispetto e di corteggiamento. L'uomo può dare esempio della sua abilità a seguito di una precisa variazione musicale introducendo un passo calciato in avanti chiamato “spuntapiede”, imitato non necessariamente dalla donna. Il tutto si conclude quando i due ballerini, tenendosi per le braccia, decidono di darsi reciproca intesa, come ad esempio saltando su ambo le gambe, ed eseguono con passi laterali un tragitto circolare allargato fino alla loro uscita di scena.

 

I ragazzi del Quadrifoglio