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In questa condizione di isolamento che stiamo vivendo nel periodo dell'emergenza Coronavirus, noi ragazzi del Quadrifoglio di Rosello stiamo facendo degli approfondimenti sulla memoria storica e le tradizioni, per riscoprire valori e radici di un tempo. Abbiamo svolto su questo tema una ricerca sulla Pupa, il Cavallo e il Fiadone abruzzesi, trovando occasione di riportare quanto appreso nell'attività di cucina, rielaborando i dolci tradizionali pasquali della nostra terra. Da quanto raccolto nella nostra ricerca, la Pupa e il Cavallo sono dei dolci molto diffusi e le cui origini non sono poi così certe ma sicuramente riconducono a due percorsi sostanzialmente differenti. Sembra che questo tipico dolce, dalle forme molto curate, veniva preparato in tempi remoti in occasione di fidanzamenti, ovvero quando avveniva la presentazione ufficiale della coppia alle rispettive famiglie. Tale circostanza bisogna immaginarla molto diversa dall’odierna realtà ed era uno dei momenti più importanti ed intensi vissuti dai giovani fidanzati, che non godevano certo delle libertà comportamentali d’oggi. Anche le stesse famiglie vivevano questo momento con particolare attenzione poichè esse, normalmente, concedevano in sposa o acconsentivano all’unione con l’biettivo primario di consolidare la propria posizione sociale. Per questo, lo scambio di doni, dei dolci nella circostanza, avveniva in una cerimonia sontuosa ed importante durante la quale i nuclei familiari, attraverso il rito cerimoniale, ufficializzavano il proprio consenso all’unione tra i futuri sposi. Avveniva quindi lo scambio dei dolci, simbolo della futura unione: il cavallo alla famiglia della fidanzata e la pupa per quella del fidanzato.  Vi è poi una un secondo percorso che riconduce alla tradizione cristiana della Pasqua e della Resurrezione legata a questi dolci. Si racconta che questi dolci tradizionali riconducano simbolicamente all’ultima cena quando il Cristo spezzò il pane e lo diede agli apostoli, in cui la rottura del dolce sta a ricordare il famigerato gesto di amore e di solidarietà compiuto da Gesù. Questa ipotesi viene fortemente avvalorata dal fatto che, nel tempo, i dolci sono poi diventati effettivamente tipici e caratterizzate della Pasqua. Sulla parte superiore di questi dolci, a seconda dei luoghi, si metteva a volte, incastonandolo, un uovo sodo, quale il simbolo della della vita, della rinascita e dell’abbondanza; questa usanza è molto diffusa in altre regioni italiane soprattutto nel Sud. E’ molto importante la decorazione che viene ottenuta montando l’albume delle uova con zucchero e che deve avere sempre la consistenza giusta. Sull’albume vengono poi apposte le coloratissime ed accurate decorazioni fatte con granellini colorati che molte volte le nonne lasciavano alla fantasia dei nipotini che appassionatamente aspettavano il loro momento per poter personalizzare il proprio dolce, il che li rendeva ancora più orgogliosi quando lo mostravano ad altri. La Pupa e il Cavallo possiamo definirli i dolci pasquali tradizionali abruzzesi e sono stati indissolubilmente legati alla Pasqua dei bambini in quanto sono poi diventati queste innocenti creature i destinatari di tali doni, soprattutto da parte delle nonne; ai grandi era ed è tuttora tradizione donare i classici “Cuori” in pasta frolla. Ai grandi è riservato anche un altro prodotto eccezionale della tradizione pasquale, il fiadone, ovvero quello che forse più di tutti, in Abruzzo, della Pasqua ne riassume l’essenza. I fiadoni sono un prodotto rustico da forno tipico abruzzese. Si tratta di una sorta di grosso raviolo preparato durante le festività pasquali, ma ormai si trova tutto l’anno. In passato, quando non tutti avevano il forno in casa, venivano portati a cuocere nelle panetterie del paese: le donne facevano a gara per confezionare i ravioli più grossi, dal momento che la dimensione del fiadone e la ricchezza del ripieno simboleggiavano l’agiatezza della famiglia, che li aveva preparati. L’origine del fiadone risale ai tempi di Messisbugo, un famoso cuoco italiano del ‘500 che lavorò presso la corte di Ferrara; la ricetta arriva in Abruzzo perché prevedeva come ingrediente lo zafferano già prodotto d’eccellenza dell’aquilano. La pasta per realizzarli è preparata con un impasto a base di farina, uova, olio e vino. Il ripieno è ricco di uova e prevede l’uso di diverse tipologie di formaggi a pasta dura, tipicamente il rigatino, il pecorino e il parmigiano. È possibile insaporire il ripieno con lo zafferano, versione molto diffusa nella zona dell’aquilano. Alcune varianti prevedono anche l’aggiunta nel ripieno di salsiccia o salame. Esiste anche una versione dolce dei fiadoni con ripieno a base di ricotta, zucchero e scorza di limone o cannella, che può essere arricchito con uvetta e canditi. Sulla superficie dei fiadoni è praticato un piccolo taglio con le forbici e proprio da questo deriva il loro nome in quanto il piccolo taglio permette al ripieno di fare “fiato” durante la cottura e far fuoriuscire il profumo e una parte del ripieno stesso. I fiadoni sono ottimi serviti ben caldi e si possono gustare come antipasto o come saporito stuzzichino. Sono perfetti anche freddi da portare al picnic e per questo sono molto utilizzati nelle classiche gite di Pasquetta.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

Turismo

Staffoli: un salto nel vecchio Far West

Un'ambientazione da film tra Abruzzo e Molise

 

Staffoli, che fa parte del comune di Agnone nell’Alto Molise, con un'estensione che supera gli 850 ettari, è immersa in un vastissimo paesaggio naturale, dove ci sono boschi di querce e di conifere estesi per decine di chilometri quadrati, verdi pascoli e limpidi torrenti, archeologia sannita e tracce di civiltà transumante. Una location incantevole a ridosso di un altopiano incastonato tra i monti dell'Alto Molise, ai confini del Parco nazionale d'Abruzzo, ad una altitudine di 1050 metri s.l.m. Spazi aperti e mandrie di bovini e cavalli, si sa, sono la caratteristica di molti stati dell'ovest Americano e sicuramente una dimensione così è difficile da trovare qui in Italia. In questo remoto angolo del Molise si riesce ancora a vivere questa emozione.

All'ingresso della località di Staffoli c'è la zona ricettiva, dove è stato ricostruito in piccolo quello che era il Far West americano, con tanto di saloon, spazi per rodei, allevamenti e alloggi in stile. È inoltre possibile andare a cavallo, fare trekking, partecipare a feste country, raduni, spostamenti di mandrie o a tranquille serate davanti al camino.

La seconda e terza settimana di agosto si svolge una manifestazione di grande importanza per gli amanti dei cavalli di tutto il mondo: il "Corsalonga Western Show", che è il più grande appuntamento equestre di tutto il centro-sud d'Italia e il più entusiasmante raduno western all'aperto, che richiama moltissimi appassionati da tutt'Italia. In questi giorni la zona è invasa dai suoi partecipanti che occupano tutti i posti disponibili, arrivano anche in camper e si accampano con le tende per vivere un'atmosfera western fatta di vita all'aperto, gastronomia tipica, barbecue, gare di velocità e performance con le mandrie, country music alla sera e tanti, tantissimi cavalli che si muovono in libertà in questi enormi spazi.

 

 

I ragazzi del Quadrifoglio

Pescolanciano (Pesculangiànë in molisano) è un comune italiano di 847 abitanti della provincia di Isernia, in Molise. Per la sua posizione geografica è considerato la “Porta dell’Alto Molise”. Il nome di Pescolanciano deriva da “Pesclum Lanzanum”, il primo termine (“Pesclum”) indicava la roccia, su cui sorgeva il centro abitato, il secondo termine (“Lanzanum”) invece ha un significato alquanto misterioso e forse stava ad indicare il suo feudatario normanno (“Lanz”). L’abitato sorge nel mezzo di due vallate solcate dal fiume Trigno ad est e dal torrente Savone ad ovest. Le prime notizie storiche risalgono ad età sannitica (IV secolo a.C.) con i resti di un borgo fortificato, detto Santa Maria dei Vignali. Le reali origini del borgo si situano però in epoca medioevale. Gran parte del territorio di Pescolanciano e buona parte dell’abitato si estendono lungo il tratturo Castel di Sangro-Lucera che, fatta eccezione per il tratto che attraversa il paese, ha conservato intatte le sue caratteristiche di vasto sentiero erboso e che collegava le alte località dell’Appennino centrale abruzzese con quelle costiere del “Tavoliere delle Puglie”. Detto percorso “tratturale” era utilizzato non solo dai numerosi pastori e dai loro animali transumanti in direzione del mare o della montagna a seconda delle stagioni climatiche, ma anche da comuni viandanti e da pellegrini diretti in Terra Santa. Ciò spiega la presenza lungo tali percorsi di torrioni, castelli, monasteri e chiese. Proprio lungo questo tratto di terra si sviluppò il borgo, accessibile attraverso una porta ad arco e costituito da case assiepate sotto il Castello D’Alessandro, il suo più importante edificio. Numerose le famiglie che, durante l’età feudale, controllarono questo territorio. A partire dal XII secolo, quando il borgo apparteneva al feudo del normanno Berardo De Carvello, il controllo passò poi ai D’Evoli, alla Famiglia Carafa Della Spina e ai D’Alessandro, che trasformarono il Castello in una residenza fortificata per il controllo del territorio.

Il suggestivo Castello D’Alessandro è arroccato su uno sperone di roccia ai piedi del monte Totila e sotto di esso si sviluppò il borgo medioevale con le sue mura perimetrali e con accessi all’abitato tuttora visibili. Sembra sia sorto su un originario sito fortificato sannitico, seppur documenti certi d’archivio evidenziano una presenza fortilizia solo dall’epoca di Alboino, intorno al 573 d.C. Alcuni storici ritengono la sua costruzione essere posteriore e risalente all’epoca di Carlo Magno, circa l’810, o di Corrado il Salico, il 1024. La fortezza di Pescolanciano è appartenuta alla signoria dei Carafa per diverso tempo, dal 1270 fino alla metà del 1500. La struttura del Castello, a pianta esagonale, presenta ancora la torre maestra, costruita su di un colle molto ripido, che veniva protetta da un recinto contenente il magazzino, una cisterna ed i locali per il corpo di guardia. Il Castello presenta tutte le caratteristiche di un presidio di difesa perché in posizione elevata e con un ampio raggio di visuale sulla valle sottostante, quella del Trigno, e sul tratturo Castel di Sangro-Lucera, nonché circondato da rocce a strapiombo che lo rendono inaccessibile dai diversi lati. La fecero costruire i piani seminterrati da adibire a cantina e magazzini, il primo piano da destinare ai signori ed il terzo invece per la servitù. Lungo questo piano, inoltre, furono aggiunti i camminamenti per le ronde. Nel XVII e XVIII secolo i duchi D’Alessandro, una delle più potenti famiglie del regno napoletano, procedettero all’ampliamento dei diversi edifici, realizzando finestre a bocca di fuoco, il ponte di ingresso fisso, la pietraia a difesa dell’entrata principale, i magazzini e il cortile principale. Inoltre, la merlatura lasciò il posto ad un loggiato aperto sul paese e le torri scomparvero, tutte inglobate nelle mura tranne una, che ancor oggi è un belvedere. Nuovi lavori si resero necessari dopo il terribile terremoto del 1805. Il castello divenne col tempo praticamente una dimora di lusso. Dalla metà del ‘600 fu avviata dai D’Alessandro un’importante attività di allevamento di cavalli proseguita fino al XIX secolo. Il secondo piano è ancora di proprietà della famiglia D’Alessandro ed è costituito da diversi ambienti, che conservano ricordi della famiglia. Ha una cappella gentilizia risalente al 1628, dove sono conservate le reliquie di Sant’Alessandro di Bergamo, patrono della famiglia D’Alessandro. Prima che un incendio la distruggesse nel 1798, all’interno del castello vi era anche una fabbrica di ceramiche, fondata nel 1790, che rese Pescolanciano importante su scala nazionale e internazionale. Attualmente il Castello può essere visitato su prenotazione.

La Chiesa parrocchiale del Salvatore, datata XVI secolo, presenta numerosi importanti elementi architettonici, come il portale laterale baroccheggiante, architravi e bassorilievi decorati e un’acquasantiera a conchiglia risalente al 1699.

A Pescolanciano è presente anche la Chiesa Valdese, legata alla storia della presenza valdese in Molise e all’opera in particolare di emigranti di ritorno dagli Stati Uniti d’America. Il 21 maggio 1916 si costruisce un tempio con annessa casa pastorale e ampio giardino.

Gli abitanti di Pescolanciano, che si definiscono pescolancianesi, festeggiano la Santa Patrona Sant’Anna il 26 luglio con il rito della “sfilata dei covoni”, che nasce come ringraziamento verso la Santa da parte dei sopravvissuti al grande terremoto del 26 luglio 1805. Il 25 luglio di ogni anno, al tramonto, i pescolancianesi portano in sfilata “r' manuocchiæ”, covoni di grano provenienti dalla recente mietitura.

Tra i piatti tipici abbiamo la polenta di granturco al filo, la “Mbaniccia” (pizza di verdure), le “Sagne scarciate” (pasta fresca a losanghe), la minestra di cicoria e i “Trcinelli”.

Nelle vicinanze la riserva MAB di Collemeluccio e quella di Montedimezzo rientrano, fin dal 1971, in un programma dell’UNESCO “Man And Biosphere” (MAB), che si propone di tutelare le diversità biologiche e promuovere uno sviluppo sostenibile. Si tratta di un’area rappresentativa del paesaggio forestale montano tipico dell’Appennino centro-meridionale, caratterizzato dalla presenza dell’abete bianco, del cerro e del faggio. Altrettanto ricca è la fauna con caprioli, lepri, tassi, martore, donnole, faine, volpi, scoiattoli, gatti selvatici, cinghiali e lupi. L’avifauna comprende il falco pellegrino, il falco pecchiaiolo, il nibbio reale, la balia dal collare, il biancone, la tottavilla, l’averla piccola e la poiana. La presenza di sentieri segnalati, percorribili a piedi e anche in bicicletta, rendono il bosco di Collemeluccio un’area facilmente accessibile.