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Il parrozzo (o panrozzo) è un tipico dolce pescarese, associato alle tradizioni gastronomiche del Natale (ma non solo). È molto diffuso soprattutto nella zona orientale dell'Abruzzo. Ha ottenuto il riconoscimento di prodotto alimentare tradizionale della regione Abruzzo, nella tipologia "Paste fresche e prodotti della panetteria, della biscotteria, della pasticceria e della confetteria".

Il parrozzo fu ideato e preparato nel 1920 da Luigi D'Amico, titolare di un laboratorio di pasticceria a Pescara. D'Amico ebbe l'idea di fare un dolce dalle sembianze di un pane rustico, anche detto pane rozzo (da cui è derivato il nome “Pan rozzo”), che era una pagnotta semisferica che veniva preparata dai contadini con il granoturco (contrapposta a quella preparata con la farina di grano e riservata alla tavola dei signori). Il pane rozzo era destinato ad essere conservato per molti giorni. D'Amico fu ispirato dalle forme e dai colori di questo pane e riprodusse il giallo del granoturco con quello delle uova, alle quali aggiunse la farina di mandorle per evidenziare la ruvidezza del pane; invece, lo scuro colore, dato dalla bruciatura della crosta del pane cotto nel forno a legna, fu sostituito con la copertura di cioccolato.

Oggi il “parrozzo” è fatto con semolino o, in alternativa, la farina gialla o farina bianca con fecola, zucchero, mandorle tritate, essenza di mandorla amara, buccia di arancia o buccia di limone ed è ricoperto di cioccolato fondente. Il dolce è ottenuto impastando la farina gialla, con uova e mandorle tritate e la buccia di arancia o limone. Si versa l'impasto in uno stampo semisferico, preferibilmente di alluminio, e lo si cuoce nel forno. A cottura ultimata, quando il dolce è ormai freddo, lo si ricopre con il cioccolato fondente fuso.

Attualmente il parrozzo è prodotto anche in forma industriale dalla azienda fondata dall'ideatore di questo dolce, la “Luigi d'Amico parrozzo Sas” di Manoppello in provincia di Pescara. Il confezionamento in atmosfera modificata permette di conservare il prodotto per circa quattro mesi. Ci sono anche varie botteghe di parrozzo nei borghi dell'area pescarese come Loreto Aprutino, Città Sant'Angelo e Penne. Anche in provincia dell'Aquila il parrozzo è in parte diffuso, in particolare a Tagliacozzo.

Il parrozzo fu presente sulle tavole di artisti, letterati, politici, gerarchi, dei Reali d’Europa e persino su quella del sommo Pontefice. La prima persona alla quale Luigi D'Amico fece assaggiare il parrozzo fu Gabriele d'Annunzio, che, estasiato dal nuovo dolce, contribuì ad accrescerne la fama e scrisse il madrigale “La Canzone del parrozzo”:

È tante bbone ‘stu parrozze nóve

Che pare na pazzíe de San Ciatté

Chìavesse messe a ‘su gran forne tè

La terre lòavurate da lu bbove,

la terra grasse e luistre che se cóce,

chiù tonne de ‘na provole, a ‘su foche

gientile, e che duvente a poche a poche

chiù doce de qualunquea cosa ddóce.

Benedette D’Amiche e San Ciutté! …

 

(È tanto buono questo parrozzo nuovo

che sembra una pazzia di San Cetteo

che abbia messo in questo tuo gran forno

la terra lavorata dal bue

la terra grassa e lucente che si cuoce

più tonda di una provola su questo fuoco

gentile, e che diventa a poco a poco

più dolce di qualunque cosa dolce.

Siano benedetti D’Amico e San Cetteo! …)

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

Il litorale abruzzese in provincia di Chieti è caratterizzato da calette, promontori, scogliere alte e frastagliate, questo tratto, che si estende da Ortona a San Salvo, comprendendo San Vito Chietino, Rocca San Giovanni, Fossacesia, Casalbordino e Vasto, è noto come “Costa dei Trabocchi” e assume il nome, appunto, dal trabocco, antica e tipica costruzione marinara, che è frequente incontrare sulla costa e ne è diventata il simbolo. I trabocchi sono strane e complesse macchine da pesca, issate su palafitte con una ragnatela di cavi e assi. Non hanno una forma sempre uguale, ma, nelle loro parti essenziali, consistono in piattaforme, composte da tavole e travi non completamente connesse, elevate su primitivi pilastri conficcati sul fondo del mare o su scogli, e congiunte alla vicina riva da esili passerelle di legno. Dalle piattaforme si staccano le antenne, che sostengono le reti (dette “trabocchetti”) per mezzo di un complicato sistema di carrucole e funi.

 

 

I trabocchi hanno un’architettura leggera, ma solida, in grado di sopportare il peso della robusta rete da pesca e le sollecitazioni delle tempeste marine, dopo ogni tempesta hanno bisogno di aggiustamenti e riparazioni. Sul trabocco operano i "traboccanti", che, oltre alla pesca, pensano anche alle riparazioni e sono depositari e custodi di un’antica e affascinante arte, apparentemente primitiva e improvvisata, ma in realtà evoluta quanto le più complesse tecniche ingegneristiche. I materiali adoperati sono i più vari e inizialmente erano legati alle disponibilità locali: l’olmo, l’abete e l’acacia erano i legni più usati, insieme alle corde di canapa. Oggi si adoperano molto anche i fili di ferro e le traversine della ferrovia. Il complesso gioco di fili, corde e pali, che si intrecciano tra loro, li rendono simili a “ragni colossali”, come dice il celebre poeta abruzzese Gabriele D’Annunzio.

Molto del fascino, che i trabocchi emanano e che sta conquistando i turisti e i visitatori provenienti anche dall’estero, deriva soprattutto dai luoghi in cui sono posizionati. Nella maggior parte dei casi, infatti, i trabocchi sorgono lungo le sporgenze della costa, dove questa forma una punta sul mare e dove dalla riva si diparte una fila di scogli che permette di raggiungere un punto avanzato sull’acqua, in modo da poter permettere la pesca su uno specchio profondo, dove possono essere sfruttate le correnti che fiancheggiano la costa.

La tecnica usata dai traboccanti per pescare prevede che le ampie reti (che tecnicamente sono delle reti a bilancia) vengano calate a mare con un argano girevole (spesso elettrico), fissato nel centro della piattaforma. Di tanto in tanto, vengono rialzate un poco sul livello del mare. I pesci intrappolati, per lo più cefali, spigole, aguglie e pesce azzurro in generale, restano sospesi fuori dall’acqua, nel cavo della fittissima rete, il “trabocchetto”, finché non vengono tirati su con un guadino, detto anche “volega”, che è un retino conico, dotato di lungo manico. Il termine “trabocco” deriva proprio da quello della rete, detta trabocchetto, la quale è usata anche nell'uccellagione ed è sinonimo di “trappola”, in quanto il pesce cade in trappola nella rete.

 

 

Le origini dei trabocchi sono in parte ancora oscure. Pare comunque certo che la loro costruzione risalga all’VIII sec. d.C., quando contadini-pastori, non esperti di flutti e di barche, intuirono però che potevano integrare il loro raccolto agricolo, proiettandosi sul mare aperto con veri e propri prolungamenti della terra, ovvero con palafitte piantate sugli scogli sottostanti. I primi traboccanti, dunque, non sarebbero stati pescatori, ma agricoltori.

Oggi, dopo un periodo di scarso utilizzo e di oblio, i trabocchi sono tornati al centro dell’attenzione, molti sono stati recuperati e resi funzionanti, molti sono stati trasformati in ristoranti e sono considerati un importante patrimonio culturale e ambientale, divenendo motivo di attrazione della costa, su cui sorgono.

Anche il grande poeta abruzzese Gabriele D’Annunzio amava i trabocchi e, infatti, sulla costa dei trabocchi tra San Vito Chietino e Fossacesia, vi è un eremo dove nell’’800 vi fu costruita una casa da pescatori, che Gabriele d'Annunzio nel 1889 acquistò e ristrutturò per il suo soggiorno personale assieme all'amante Barbara Leoni. La casa e l'eremo tutto è chiamata eremo dannunziano, o promontorio dannunziano, ed oggi è un museo privato.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

Turismo

Ortona: una città di mare e di storia

Il porto più importante dell’Abruzzo

 

Ortona, Urtónë in abruzzese e fino agli anni trenta del Novecento conosciuta anche come Ortona a Mare, è un comune italiano di 23.277 abitanti della provincia di Chieti in Abruzzo e si affaccia sul Mare Adriatico. Il porto di Ortona è uno dei più importanti di tutto l’Adriatico e il principale dell’Abruzzo per bacino, fondale e movimento. La storia antichissima della città risale al popolo dei Frentani, che usava lo scalo commerciale come principale fonte economica del territorio. Città romana dagli inizi del III secolo a.C., fu occupata, dopo la caduta dell’Impero romano di Occidente, prima dai Goti, poi dai Bizantini, dai Longobardi e infine dai Normanni che la incendiarono (XI secolo). Risorta in epoca sveva, tornò a fiorire economicamente. Nel 1258 la città ospitò in maniera permanente nella Cattedrale le reliquie di San Tommaso Apostolo, diventando un punto di riferimento nel campo religioso. Dopo battaglie varie con la città rivale di Lanciano, Ortona passò in mano a Jacopo Caldora che ricostruì la cinta muraria. Fu città cara a Margherita d'Austria, che vi fece costruire Palazzo Farnese (seconda metà del XVI secolo). Durante l’Ottocento fu rappresentata culturalmente dal compositore Francesco Paolo Tosti e dal poeta Gabriele D'Annunzio. Durante la Seconda guerra mondiale Ortona diventò capo marittimo della linea Gustav con estremo opposto a Cassino e fu teatro di una dura battaglia tra tedeschi ed alleati che portò a bombardamenti ininterrotti per 6 mesi e che coinvolse il centro della città, tanto che Winston Churchill la definì “La Stalingrado d'Italia”, in quanto similmente alla città russa Ortona visse una lunga battaglia nel cuore della città con la distruzione di gran parte del suo tesoro artistico. Oggi la città è fortemente sviluppata e ricostruita, scalo marittimo principale della regione abruzzese con il suo porto, nonché per varie volte fregiata di Bandiera Blu.

Vediamo ora le bellezze da visitare.

 

 

Il Castello Aragonese originariamente fu costruito nel XIII secolo dagli Angioini. Nel XV secolo Jacopo Caldora cacciò via gli Angioini e rifondò il castello, circondando inoltre la città di mura possenti. Dopo il decadimento della famiglia, gli Aragonesi conquistarono le coste abruzzesi e anche Ortona, costruendo il nuovo castello con mura più possenti, a forma di trapezio. Il castello, gestito da Alfonso d'Aragona, passò dal XVII secolo in poi a varie famiglie locali, quali i Baglioni. Nel Novecento risultava in semi-abbandono ed usato come polveriera dentro le mura. Alcune foto antiche mostrano che il castello all’interno delle mura, possedeva un palazzo del Settecento. Durante la battaglia di Ortona nel 1943 il castello saltò in aria e tutta la parte superiore, incluso il palazzo, andò persa. Nel 1946 una frana dello sperone di tufo sopra cui poggia il castello, danneggiò ancora di più il maniero, inghiottendo ampie porzioni di mura e due torri circolari. Il castello restò abbandonato fino ai primi anni novanta, quando venne restaurato completamente. Si conserva il fossato verso il borgo di Terravecchia, le due torri possenti a cilindro e le mura perimetrali. L'interno è stato adibito a giardino belvedere verso il mare.

 

 

La Cattedrale di san Tommaso Apostolo fu costruita nel IX secolo, ma danneggiata dai Normanni nell’XI secolo. Ricostruita completamente nel XII secolo, nel 1258 ospitò le reliquie autentiche di San Tommaso, riportate dall’isola di Chio da Leone Acciaiuoli. La cattedrale fu devastata da un terremoto del XV secolo e ricostruita sotto forma barocca, meno il portale del Trecento. La cattedrale fu gravemente danneggiata nel 1943 durante la battaglia di Ortona e ricostruita in aspetto neoclassico per quanto riguarda la facciata, rimontando il portale del Trecento e ricostruendo l’interno nella matrice barocca. Al suo interno, oltre alla cripta delle reliquie, vi è il Museo Diocesano.

Altre chiese importanti di Ortona sono la Chiesa della Santissima Trinità, la Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli e la Chiesa di Santa Caterina di Alessandria.

 

 

Palazzo Farnese è il palazzo storico più famoso della città, posto presso la Passeggiata Orientale. Fu costruito nel XVI secolo per volere di Margherita d’Austria su progetto di Giacomo Della Porta. Fino alla metà del ‘700, Palazzo Farnese fu sede dell’amministrazione dei beni farnesiani dell’Abruzzo e vi alloggiarono i vari governatori di Ortona. Quando il Regno di Napoli incamerò i possedimenti dei Farnese, il Palazzo nel 1795 venne venduto alla famiglia Berardi. La proprietà comunale è del secolo scorso. Attualmente ospita il Museo d’Arte Contemporanea e la Pinacoteca Cascella.

Il Quartiere Medievale di Terravecchia è rintracciabile tra il Parco Ciavocco e il corso Matteotti, assieme al Vico Bonelli e alla Torre Baglioni del XIII secolo, lungo il viale Gabriele D’Annunzio. Il quartiere è dominato dalla Cattedrale di San Tommaso Apostolo ed è caratterizzato dalle ruette, le vie di comunicazione più strette e ardue da percorrere, costruite apposta affinché se la città fosse stata assediata, i militari si ritrovassero intrappolati. Il Corso Matteotti risale al XV secolo nell'aspetto attuale, assieme alla via di Ripa Grande (1882), poi Passeggiata Orientale, che è una splendida passeggiata con una vista spettacolare sul porto e soprattutto sul mare. Uno snodo verso il mare è la via Leone Acciaiuoli, che comprende il settecentesco Palazzo De Benedictis, dove nacque Luisa De Benedictis nel 1839, madre di Gabriele D’Annunzio, e soprattutto il Palazzo Corvo del XVII secolo, dove nacque il compositore Francesco Paolo Tosti. Vi sono anche i palazzi dei Mené (XVIII secolo), dei Colangelo (XVII secolo), dei Pugliesi (metà XVII secolo), Gervasoni (XVII secolo) e il palazzo Rosica-De Sanctis (XVII-XVIII secolo), antistante la Cattedrale. A fianco vi è il Palazzo Mancini, del XVI secolo, dove nel 1586 vi morì Margherita d'Austria, trasferitasi ad Ortona per l’edificazione del Palazzo Farnese, compiuto successivamente alla sua morte.

Le Mura Caldoriane circondavano tutto il vecchio borgo di Terravecchia e della Terranova (zona del Palazzo Farnese e del corso Vittorio Emanuele). Nel XIX secolo tuttavia, per ampliare la città, le mura furono quasi del tutto demolite. Restano ancora alcune tracce in via Gabriele D’Annunzio, legate alle case fortificate del borgo di Terravecchia, nonché la Torre Baglioni.

Il Castello Caldora risale al XV secolo, costruito da Jacopo Caldora. Fa parte delle mura difensive medievali ed infatti più che un castello è un bastione fortificato con una robusta torre merlata. Fortunatamente scampato ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, il castello è ben conservato ed ospita la Cantina Farnese. Possiede anche frantoi sotterranei.

Il Teatro Vittoria “Francesco Paolo Tosti” fu costruito nel primo Novecento in stile teatro dell’opera per volere di Francesco Paolo Tosti. Il teatro passò in mano a varie famiglie, fino a diventare negli anni novanta dell’amministrazione comunale. Il teatro di opera lirica ha una facciata monumentale scandita da due contrafforti laterali. Decorato da vetrate multicolore e da architravi alla maniera dei templi greci, con al centro, in alto, la statua della dea Vittoria e della Musica.

Il Cimitero Militare Canadese si trova in contrada San Donato. Nel cimitero sono raccolte le spoglie dei soldati del Commonwealth britannico, in massima parte canadesi, morti nel dicembre del 1943 durante i combattimenti contro i tedeschi per l’attraversamento del fiume Moro e successivamente nella Battaglia di Ortona.

Dalla località di San Donato parte la famosa Costa dei Trabocchi, conosciuta per le caratteristiche macchine da pesca. L'area di mare è famosa anche per insenature nel tufo e spiagge naturali rimaste allo stato brado, come Punta Acquabella (in contrada San Donato), Ripari di Giobbe e Punta Ferruccio. Le spiagge più famose sono Lido Riccio a Nord di Ortona e Lido dei Saraceni a Sud del porto.

La cucina tipica di Ortona si basa principalmente su piatti a base di pesce e ingredienti mediterranei. Come antipasto goloso la città offre le alici all’ortonese, che consistono in alici passate in una pastella e poi fritte. Altro piatto povero della tradizione è il baccalà alla griglia, solitamente cucinato con ortaggi come i peperoni e poi condito con prezzemolo e aglio. Tra i primi piatti da provare la pasta con il sugo di granchio, una prelibatezza della città di Ortona. Un altro piatto molto comune sono le pallotte con cacio e uova, delle semplici polpette di pane con formaggio e uova. Ottime anche le salsicce grigliate di fegato e i secondi piatti che coniugano mari e monti, come per esempio le seppie con i piselli e il baccalà con le patate. I dolci della tradizione ortonese sono davvero speciali; una prelibatezza che si trova solo in questa città sono le cosiddette nevole, delle semplici cialde fatte con farina, mosto cotto e olio e altri aromi, talvolta presentate semplici e talvolta arrotolate come un cono gelato e condite con varie golosità come le mele cotte. Altri dolci tipici sono le pizzelle o ferratelle, la cicerchiata a Carnevale, le zeppole a San Giuseppe, il fiadone, una specie di torta a base di formaggio e uova, a Pasqua; le crispelle, ossia semplici frittelle, e i cavicioni, fagottini a forma di grossi ravioli ripieni di marmellata di uva e mandorle “scrucchijate” (o noci), preparati a Natale. Ortona è anche famosa per la produzione di vino e olio. Se andate a Ortona vi consigliamo di passare in Piazza San Tommaso alla gelateria Giogoloso, meglio conosciuta come il Mago Gelataio. Il gelato è rigorosamente artigianale e frutta e latte sono ingredienti rigorosamente locali. Ottima la Cremolata di frutta, fatta con frutta di stagione e che ricorda la storica granita siciliana. Per i più piccoli sono previsti anche degli show a base di palloncini, giochi di magia e altro.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

La transumanza è la migrazione stagionale delle greggi, delle mandrie e dei pastori che si spostano da pascoli situati in zone collinari o montane (nella stagione estiva) verso quelli delle pianure (nella stagione invernale). Per transumanza si intende quindi lo spostamento periodico del bestiame, soprattutto ma non esclusivamente ovino, fra due pascoli che vengono sfruttati stagionalmente, situati rispettivamente in pianura, dove d’inverno il clima è più mite e c’è abbondanza di nutrimento, ed in montagna, dove il bestiame trova un buon pascolo in primavera, ma soprattutto in estate. L’ambiente e il clima sono quindi la ragione della transumanza. La parola transumanza deriva dal verbo transumare, ossia: attraversare, transitare sul suolo. Il verbo è costituito con l'accostamento del prefisso latino “trans” che vuol dire: al di là, attraverso, e della parola latina “humus”, che vuol dire suolo, terreno.

La transumanza avveniva lungo le strade pubbliche al bordo delle quali gli armenti potevano pascolare, ma specialmente lungo i tratturi, grandi vie erbose, pietrose o in terra battuta, sulle quali viaggiavano anche per qualche centinaio di chilometri greggi, pastori e cani. I tratturi principali erano larghi da 55 m fino a 111 m: da essi si dipartivano poi i tratturelli, larghi fino a 37 metri, che servivano da smistamento ed erano collegati tra loro da bracci larghi circa 18 metri e mezzo. I tratturi principali erano quattro: il tratturo L’Aquila-Foggia (il cosiddetto “Tratturo Magno”, lungo 243 km), il tratturo Pescasseroli-Candela (lungo 211 km), il tratturo Celano-Foggia (lungo 207 km) e il tratturo Castel di Sangro-Lucera (lungo 127 km).

Per descrivere le fasi, in cui si compiono gli spostamenti che danno luogo alla transumanza si usano i termini di: "monticazione" e "demonticazione".

Con monticazione si indica la fase iniziale della transumanza, che si compie nel periodo primaverile, quando avviene il trasferimento degli armenti e dei pastori dalle zone di pianura ai pascoli di alta quota ed ha inizio l'alpeggio (l’alpeggio comprende tutte le attività che si svolgono con gli animali da allevamento in montagna nei mesi estivi).

Con demonticazione si definisce il successivo trasferimento che, nel periodo autunnale, riporta gli animali e i pastori dai pascoli in quota a quelli di pianura nella fase di discesa successiva al periodo estivo dell'alpeggio.

In Italia questa usanza, di cui si hanno testimonianze già ai tempi dell’antica Roma, prese le mosse principalmente tra l'Abruzzo e il Tavoliere, con diramazioni sia verso il Gargano che verso le Murge, passando per il Molise. Consisteva nel trasportare gli animali dai monti abruzzesi e molisani, ai ricchi pascoli del Tavoliere e del Gargano. L'importanza economica di questa attività era tale da essere gestita da due specifiche istituzioni del Regno di Napoli: la Regia Dogana della Mena delle Pecore di Foggia e la Doganella d'Abruzzo.

Dopo il 1447 divenne la principale fonte economica per molti paesi abruzzesi e tale rimase fino alla fine del 1800. A riprova della rilevanza di tale pratica nell'economia e nella società, è stato calcolato che nella metà del XV secolo, non meno di tre milioni di ovini e trentamila pastori percorressero annualmente i tratturi, e che l'impatto che la pastorizia esercitava era tale da fornire sussistenza a metà della popolazione abruzzese, direttamente o indirettamente. Nel XVII secolo i capi coinvolti erano circa cinque milioni e mezzo. Il viaggio durava giorni e si effettuavano soste, anche di tre giorni, in luoghi prestabiliti, dove c’era abbondanza di erba e di acqua. I pastori percorrevano a piedi la strada, ognuno col suo gregge, e la sera si stava insieme, riuniti, esposti al freddo e alla fatica, mangiando pan cotto, poco formaggio e tanto vino, che scaldava la strada e il cuore lontano da casa. La transumanza, quindi, non era solo uno spostamento di greggi dai pascoli estivi a quelli invernali, ma anche l'incontro tra antiche tradizioni e usanze diverse. I pastori erano soggetti a continui pericoli come furti di bestiame, assalti di lupi, morsi di serpenti, perciò nella tradizione orale i pastori vengono rappresentati mentre dormono “con un occhio solo”. Le mogli dei pastori restavano sole nel periodo in cui la campagna ha ancora tanto da essere lavorata e c’era anche la casa da portare avanti, e tutto andava fatto bene e in fretta e da sole.

 

 

Con l'unità d'Italia i contadini poterono riscattare i terreni dedicati ai pascoli e dedicarli alla coltivazione. Questo portò alla diminuzione dell'economia legata alla transumanza, per i pastori fu un duro colpo e molti di loro furono costretti a emigrare in altre parti del mondo.

L’usanza della transumanza nei secoli scorsi era dovuta al fatto che il pastore non poteva contare sulla presenza delle strutture tipiche dell'allevamento moderno, quali la stalla e gli impianti di foraggiatura, mungitura e refrigerazione del latte. Ad oggi con l'avvento della moderna zootecnia e l'allevamento intensivo direttamente negli allevamenti l'attività di transumanza si è fortemente ridotta e il trasferimento degli animali avviene spesso attraverso l'autotrasporto utilizzando appositi camion.

Ci sono diversi progetti per realizzare una rete europea, in cui gli oltre 3000 km di piste erbose che collegano cinque regioni italiane (Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata) e decine di comuni, borghi e comunità rurali si colleghino a loro volta alle reti tratturali europee, dalla Spagna e dal Portogallo, alla Francia fino alla Slovenia e all'Ungheria, passando per la Germania meridionale.

Un ricordo particolare della transumanza è stato dato da Gabriele D'Annunzio nella poesia “I pastori”, contenuta nella raccolta di liriche “Alcyone”, pubblicata nel 1903, in cui si legge:

“Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori

lascian gli stazzi e vanno verso il mare:

scendono all'Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti.

 

Han bevuto profondamente ai fonti

alpestri, che sapor d'acqua natia

rimanga né cuori esuli a conforto,

che lungo illuda la lor sete in via.

Rinnovato hanno verga d'avellano.

 

E vanno pel tratturo antico al piano,

quasi per un erbal fiume silente,

su le vestigia degli antichi padri.

O voce di colui che primamente

conosce il tremolar della marina!

 

Ora lungh'esso il litoral cammina

La greggia. Senza mutamento è l'aria.

Il sole imbionda sì la viva lana

che quasi dalla sabbia non divaria.

Isciacquio, calpestio, dolci romori.

 

Ah perché non son io cò miei pastori?”

 

I ragazzi del Quadrifoglio