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Pietrabbondante è un comune italiano di 774 abitanti della provincia di Isernia nell’Alto Molise e si trova a 1027 m s.l.m., incastonato fra enormi massi detti "Morge" ai piedi del monte Caraceno o Saraceno. Il nome derivò al paese dalla gran quantità di pietre e sassi disseminati nelle sue campagne.

Nei pressi del centro abitato si trovano i resti di un antico insediamento sannitico, che  tra il II secolo a.C. e il 95 a.C. fu il più importante santuario e centro politico dei Sanniti (antico popolo dell’Italia centrale che estese la sua influenza nel corso del I millennio a.C.). È controversa e contesa con Bojano la collocazione, nel sito archeologico, dell'antica capitale del Sannio: Bovianum Vetus. Gli scavi archeologici, iniziati intorno al 1840, portarono alla luce tronchi di statue marmoree, utensili di creta, monete, armi, ecc. Il vero tesoro di Pietrabbondante è costituito dal complesso ellenistico-italico sito in località Calcatello, databile probabilmente tra la fine del V secolo e la prima metà del IV secolo a.C. e ricostruito nel III secolo a.C., dopo essere stato quasi completamente distrutto dalle truppe di Annibale. Vi si trovano due templi A e B ed un teatro con sedili in pietra dalla caratteristica forma anatomica. Il complesso monumentale di Pietrabbondante può essere senza dubbi definito come esempio di tempio coperto, che sostituì gradualmente la boscaglia come luogo di culto per il popolo sannita. Molto importanti sono il tempio A, costruito in poligoni di pietra calcarea, e il teatro, unico esempio in Italia, escludendo la Magna Grecia, che, pur conservando una struttura greca, fu edificato dai Romani.

 

 

Nel 957 la città era capoluogo di una delle trentaquattro contee in cui venne diviso il ducato di Benevento; i primi conti di cui si ha notizia sono i Borrello. Con il tempo si intrecciarono e si susseguirono al potere una miriade di famiglie.

L'attuale ubicazione della cittadina si fa risalire al periodo romano, durante le guerre sannitiche infatti la città originaria venne distrutta ad opera di Silla (89 a.C.). Il centro storico dell’attuale Pietrabbondante, di tipologia insediativa medievale, venne edificato con l'utilizzo di pietre e massi provenienti dal vicino sito archeologico. In particolare, vi si trova la chiesa di Santa Maria Assunta, costruita nel 1666  con un bel portale di fattura barocca e che presenta frammenti di lapidi osche (gli Osci sono un antico popolo italico successivamente integrato dai Sanniti). Meritano una segnalazione anche il Palazzo baronale e, in Piazza Vittorio Emanuele, la statua bronzea, di circa due metri, che raffigura un guerriero sannita con paramenti tipici e scudo sul braccio.

I piatti tipici sono la polenta servita a tocchetti in sugo di carne e salsiccia e le polpette “cacio e ova”. Squisite sono le soppressate e gli insaccati, ottimi i formaggi, dai caciocavalli alle scamorze.

 

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Turismo

Staffoli: un salto nel vecchio Far West

Un'ambientazione da film tra Abruzzo e Molise

 

Staffoli, che fa parte del comune di Agnone nell’Alto Molise, con un'estensione che supera gli 850 ettari, è immersa in un vastissimo paesaggio naturale, dove ci sono boschi di querce e di conifere estesi per decine di chilometri quadrati, verdi pascoli e limpidi torrenti, archeologia sannita e tracce di civiltà transumante. Una location incantevole a ridosso di un altopiano incastonato tra i monti dell'Alto Molise, ai confini del Parco nazionale d'Abruzzo, ad una altitudine di 1050 metri s.l.m. Spazi aperti e mandrie di bovini e cavalli, si sa, sono la caratteristica di molti stati dell'ovest Americano e sicuramente una dimensione così è difficile da trovare qui in Italia. In questo remoto angolo del Molise si riesce ancora a vivere questa emozione.

All'ingresso della località di Staffoli c'è la zona ricettiva, dove è stato ricostruito in piccolo quello che era il Far West americano, con tanto di saloon, spazi per rodei, allevamenti e alloggi in stile. È inoltre possibile andare a cavallo, fare trekking, partecipare a feste country, raduni, spostamenti di mandrie o a tranquille serate davanti al camino.

La seconda e terza settimana di agosto si svolge una manifestazione di grande importanza per gli amanti dei cavalli di tutto il mondo: il "Corsalonga Western Show", che è il più grande appuntamento equestre di tutto il centro-sud d'Italia e il più entusiasmante raduno western all'aperto, che richiama moltissimi appassionati da tutt'Italia. In questi giorni la zona è invasa dai suoi partecipanti che occupano tutti i posti disponibili, arrivano anche in camper e si accampano con le tende per vivere un'atmosfera western fatta di vita all'aperto, gastronomia tipica, barbecue, gare di velocità e performance con le mandrie, country music alla sera e tanti, tantissimi cavalli che si muovono in libertà in questi enormi spazi.

 

 

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Turismo

Agnone: l’Atene del Sannio

Il paese famoso nel mondo per le sue campane

 

Agnone (Agnèune in dialetto locale), nella parte settentrionale della provincia di Isernia, è celebre in tutto il mondo per le sue campane (le uniche che possano fregiarsi dello stemma pontificio) fabbricate dalla Pontificia fonderia di campane Marinelli, fondata intorno all’anno 1000. È il principale comune dell’Alto Molise a circa 800 metri di altitudine ed è circondato da un paesaggio montuoso ed immerso nel verde dei boschi, che a tratti sono interrotti da piccole praterie. Ha circa 5.000 abitanti e fino al 1811, per circa 600 anni, Agnone e il suo circondario sono sempre stati parte integrante dell’Abruzzo.

La tradizione vuole che Agnone sia sorta sulle rovine della città sannitica di Aquilonia, distrutta dai Romani durante la conquista del Sannio: nella zona sono stati recuperati diversi reperti archeologici, come la stele funeraria di Vibia Bonitas, conservata al Teatro Italo-Argentino, nel centro storico della cittadina, e la Tavola votiva di Agnone, nota anche come Tavola Osca o Tabula Agnonensis o Tavola degli Dei, forse la più importante testimonianza dell’osco sannitico (si tratta di una tavola di bronzo di cm 28 x 16,5, datata 250 a.C. circa e attualmente conservata presso il British Museum di Londra, su cui sono presenti iscrizioni in lingua osca, che citano 17 divinità sannitiche connesse con riti agrari). Importante centro durante la dominazione longobarda, andò poi decadendo nei secoli immediatamente precedenti il 1000, mentre la Valle del Verrino e le alture circostanti divennero luogo di eremi, piccoli monasteri e piccole colonie agricole. In epoca medievale conobbe un nuovo sviluppo, divenendo feudo della potentissima famiglia dei Borrello, Conti di Pietrabbondante e capitani di ventura di Venezia, che portarono sul luogo un notevole numero di soldati e artigiani veneziani. E infatti il paese vero e proprio mostra chiari segni di cultura veneziana osservabili nel quartiere originario, quello della Ripa, altrimenti detto “borgo veneziano”. L’importanza di Agnone andò crescendo nel periodo angioino e anche in quello aragonese, al punto che durante il regno borbonico delle Due Sicilie, la città fu tra le 56 città regie, direttamente dipendenti dal Re, libere da qualunque altra soggezione di tipo feudale, dotate di alto tribunale, con diritto di comminare pene capitali. Fiorente per ampiezza dell’agro e per numero e volume di imprese artigiane, Agnone poté sviluppare, nel corso dell’800, un alto numero di menti colte: medici, filosofi, giuristi, teologi, da cui le venne il nome onorifico di “Atene del Sannio”. Alla fine dell’800 e agli inizi del ‘900 iniziò il fenomeno dell’emigrazione. Durante il regime fascista, Agnone fu sede di confino per numerosi oppositori del regime e vi sorse anche un campo di concentramento per ebrei. L’ultima crescita demografica, Agnone la ebbe negli anni quaranta, per poi subire una continua diminuzione dagli anni cinquanta ad oggi. Parallelamente però la cittadina ha visto la nascita dell’Ospedale Civile e delle scuole superiori, tra cui il liceo scientifico (primo del Molise), l’istituto tecnico e l’istituto professionale. Nel primo dopoguerra fu inoltre costruito il Teatro Italo-Argentino (fondato grazie agli apporti degli agnonesi emigrati in Argentina).

 

 

Agnone è famosa in tutta Italia e nel mondo per la presenza dell’antichissima Fonderia di campane Marinelli, che è in perfetta funzione e in piena attività. Le sue origini risalgono al Medioevo e la fonderia ha fabbricato campane per edifici di alto rilievo, quali la Cattedrale della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei e l’abbazia di Montecassino. Le prime campane ufficiali fuse dalla fonderia Marinelli risalgono al 1339, per opera del direttore Nicodemo Marinelli, detto “Campanarus”. Nei secoli successivi i Marinelli continuarono a fondere campane per le varie chiese e campanili, che venivano edificati in tutta la penisola. Nel 1924 il Papa Pio X conferì alla famiglia Marinelli l’onore di avvalersi dello Stemma Pontificio, perché potessero rappresentarlo nel volto delle campane. Nel 1944 gli occupanti tedeschi chiusero la fonderia e la usarono come quartier generale per le missioni di battaglia e le campane, che in quel periodo erano in fase di fusione, furono rifuse per creare dei cannoni da combattimento. Sconfitti i tedeschi, nel secondo dopoguerra i Marinelli ripresero l’attività di fusione delle campane, ad es. per la Cattedrale di Montecassino, distrutta durante la seconda guerra mondiale, e così continuano a contribuire ancora oggi, fondendo sempre nuove campane, utilizzando prevalentemente le mani e la tecnica medievale in ogni fase di lavorazione, dalla fabbricazione manuale dei “modelli”, alla guida del rivolo di lava dalla fornace a legna fino alle “forme” interrate nella fossa di colata, dando origine così a rarissimi capolavori di artigianato artistico. È possibile assistere a tutto il processo artigianale della lavorazione e visitare il Museo Internazionale della Campana “Giovanni Paolo II” (in onore della visita, che il papa fece alla fonderia nel 1995). Il museo si trova subito a fianco della Fonderia, fu istituito nel 1999 e conserva pezzi di grande interesse nella storia dell’attività a partire dal Medioevo, tra cui la preziosissima “campana dell’anno mille”, e documenti di assoluto valore, come un’edizione olandese del 1664 del trattato “De Tintinnabulis”, uno dei più importanti trattati per la costruzione delle campane.

Le Antiche Fonderie del Rame si trovano a pochi chilometri dal centro abitato nella valle del fiume Verrino: sono delle antiche fonderie a funzionamento idromeccanico, nelle quali si producevano dei semilavorati in rame, che venivano poi inviati alle oltre 180 botteghe di ramai agnonesi, che da tali semilavorati producevano tine, caldai e vari oggetti in rame.

 

 

La chiesa di San Francesco è considerata monumento nazionale. Risalente al XIV secolo, ha un caratteristico portale gotico, sormontato da un affascinante rosone. Da sottolineare la superba cupola a tamburo e l’originale campanile (con la parte finale in ferro battuto). All’interno della chiesa si trovano ricchissimi altari e affreschi del molisano Paolo Gamba. Attiguo alla chiesa di San Francesco, si trova l’ex convento dei Padri conventuali con un chiostro (alle cui pareti si trovano affreschi rappresentanti la vita di San Francesco), sede della Biblioteca comunale e della Mostra permanente del libro antico con volumi rarissimi, tra cui un’antica copia dell’Opera Omnia di Platone, risalenti al XVI secolo.

 

 

La chiesa di Sant’Emidio risale al XIV secolo con un portale gotico e conserva al suo interno capolavori d’arte di Giulio Monteverde, Giacomo Colombo e Giovanni e Amalia Dupré. Caratteristiche sono le 13 statue lignee raffiguranti Gesù e i 12 apostoli a grandezza naturale, attribuite a scuola napoletana del 1650. Adiacente alla chiesa troviamo la Biblioteca Emidiana, ricca di testi antichi dell’XI secolo.

 

 

La chiesa di San Marco Evangelista, dedicata al patrono di Venezia, romanica, si trova nella parte alta del centro storico, risale all’XI-XII secolo ed è connessa alla rifondazione del paese avvenuta sotto il dominio dei Borrello, legati alla Repubblica di Venezia. L’edificio originale fu infatti edificato da veneziani chiamati da Landolfo Borrello. Agli inizi del XVII secolo è stata distrutta da un incendio per essere quindi ricostruita. Ha una facciata con un bel portale rinascimentale e torre campanaria a lato; ad una navata, con altari laterali (tra cui eccelle quello in legno intagliato e dorato del S. S. Rosario), ha il soffitto a cassettoni in stile barocco veneziano. Tra le statue, interessanti sono quella lignea della “Madonna del Bambino” del XIII-XIV secolo e la statua di S. Nicola opera dello scultore settecentesco Silverio Giovannitti. Importante, tra i tanti tesori d’arte, l’ostensorio in argento, un autentico capolavoro di arte locale in stile bizantino.

Per caratteristiche architettoniche e opere custodite sono da visitare anche le chiese di San Pietro, San Nicola, Sant’Antonio Abate (con annessa torre campanaria visitabile), San Biase (chiesa più antica di Agnone, dell’XI secolo), Sant’Amico, Santa Croce, la Trinità, L’Annunziata e la chiesa di Maiella del XII secolo. Nel solo centro abitato si trovano tredici chiese a testimonianza della forte influenza, che esercitava nei secoli addietro il Vaticano in questo lembo dell’Alto Molise.

 

 

Non meno interessante è l’architettura civile del paese: il centro storico è di chiaro stampo veneziano, avventurandosi lungo le stradine del borgo antico ci si imbatte di frequente nelle caratteristiche botteghe veneziane e in piccole statue di pietra raffiguranti leoni veneziani. L’Antica Bottega Orafa, sita in Corso Garibaldi, dove si lavora il rame, testimonia un’antica migrazione di artigiani lagunari verso Agnone, avvenuta secoli addietro per opera della famiglia Borrello. In genere, comunque, girando per il centro storico del paese è possibile acquistare oggetti di pregio. La città di Agnone, un tempo, era celebre per la lavorazione dei metalli, anche preziosi; oggi restano attivi pochi artigiani, che producono lavori in rame e in ferro battuto, tra i quali splendide inferriate per balconi e oggetti artistici. Interessante è la piazza principale del centro storico, piazza Plebiscito, anticamente detta piazza del Tomolo, nella quale confluiscono sette strade, che partono da altrettante zone del borgo antico. Ospita una caratteristica fontana marmorea risalente al 1881 (anno della costruzione del primo acquedotto urbano agnonese). Tra le costruzioni civili, meritano menzione Casa Nuonno con la bottega orafa in corso Garibaldi, Casa Apollonio e Palazzo Fioriti, che presentano interessanti elementi decorativi.

 

 

Il 24 dicembre ad Agnone si svolge la “’Ndocciata”, un grande rito di fuoco: è una sfilata di enormi fiaccole (le ’ndocce), costruite artigianalmente. Le ‘ndocce agnonesi sono strutture dalla caratteristica forma a ventaglio, composte da polifiaccole di numero variabile, sempre pari, fino a esemplari costituiti da venti fuochi e oltre. Tali ‘ndocce, che riecheggiano antichi culti mithraici, vengono trasportate da uno o due portatori in costume contadino. I portatori (‘ndocciari) introducono la testa tra le fiaccole, afferrandone saldamente due e tenendo in equilibrio l’intera struttura. Durante la sfilata, gli ‘ndocciari eseguono la ruotata, ossia una piroetta con cui, compiendo una rotazione completa su se stessi, mostrano lo splendore delle fiaccole e fanno sì che il fuoco formi spettacolari strisce di luce. Il materiale usato per la fabbricazione delle ‘ndocce di Agnone è l’abete bianco, un albero rintracciabile nei boschi circostanti. Da qualche anno un Museo Permanente delle ‘Ndocce è stato aperto in un locale di via Caracciolo, in prossimità di piazza Plebiscito. Dal 2000 tale evento si svolge stabilmente anche il giorno dell’Immacolata Concezione.

Anche se non diffusa come in passato, l’arte della tessitura è finalizzata alla produzione di coperte, rinomate per i colori e per i temi geometrici.

Ricordiamo anche l’aspetto gastronomico: ottimi i latticini, quali caciocavalli, scamorze, trecce e ricotte; rinomati anche gli insaccati e i prosciutti. Le ostie sono un prodotto artigianale croccante e aromatico, fatto con farina, sale e olio extra vergine d’oliva e cotto tra piastre di ferro. Tra le ostie, l’impasto ghiotto di noce tritata, miele, cioccolato fondente, cacao, noce moscata, vaniglia, bucce di arancia, di limone e di mandarino. Apprezzati i confetti “ricci” di produzione locale. Tra i primi piatti ci sono quelli tipici molisani, che vanno dalle “sagne a taccune” alle “sagne e fagioli”, dai “maccheroni alla chitarra” alla famosissima “zuppa alla santè”. I secondi piatti tipici sono a base di carni di agnello e capretto. Non si deve perdere il gusto del cosciotto e delle “tacche” d’agnello arrosto o al forno, il capretto “ciff e ciaff”, le salsicce, i nodi di trippa, le “cazzemarre” e le “soppressate”. Tra i dolci vi sono anche la campana di cioccolata, la tina di cioccolata e i mostaccioli reali.

Staffoli, che fa parte del comune di Agnone, racchiude un vastissimo paesaggio naturale con un’estensione, che supera gli 850 ettari, dove ci sono boschi, verdi pascoli e limpidi torrenti. All’ingresso c'è la zona ricettiva, dove è stato ricostruito in piccolo quello che era il Far West americano. È inoltre possibile fare shopping, andare a caccia, fare trekking, partecipare a feste country, raduni e spostamenti di mandrie. Fra gli appuntamenti di rilievo c'è la Corsalonga, che è il più grande appuntamento equestre di tutto il centro-sud d’Italia, il più entusiasmante raduno western all’aperto.

 

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Pescolanciano (Pesculangiànë in molisano) è un comune italiano di 847 abitanti della provincia di Isernia, in Molise. Per la sua posizione geografica è considerato la “Porta dell’Alto Molise”. Il nome di Pescolanciano deriva da “Pesclum Lanzanum”, il primo termine (“Pesclum”) indicava la roccia, su cui sorgeva il centro abitato, il secondo termine (“Lanzanum”) invece ha un significato alquanto misterioso e forse stava ad indicare il suo feudatario normanno (“Lanz”). L’abitato sorge nel mezzo di due vallate solcate dal fiume Trigno ad est e dal torrente Savone ad ovest. Le prime notizie storiche risalgono ad età sannitica (IV secolo a.C.) con i resti di un borgo fortificato, detto Santa Maria dei Vignali. Le reali origini del borgo si situano però in epoca medioevale. Gran parte del territorio di Pescolanciano e buona parte dell’abitato si estendono lungo il tratturo Castel di Sangro-Lucera che, fatta eccezione per il tratto che attraversa il paese, ha conservato intatte le sue caratteristiche di vasto sentiero erboso e che collegava le alte località dell’Appennino centrale abruzzese con quelle costiere del “Tavoliere delle Puglie”. Detto percorso “tratturale” era utilizzato non solo dai numerosi pastori e dai loro animali transumanti in direzione del mare o della montagna a seconda delle stagioni climatiche, ma anche da comuni viandanti e da pellegrini diretti in Terra Santa. Ciò spiega la presenza lungo tali percorsi di torrioni, castelli, monasteri e chiese. Proprio lungo questo tratto di terra si sviluppò il borgo, accessibile attraverso una porta ad arco e costituito da case assiepate sotto il Castello D’Alessandro, il suo più importante edificio. Numerose le famiglie che, durante l’età feudale, controllarono questo territorio. A partire dal XII secolo, quando il borgo apparteneva al feudo del normanno Berardo De Carvello, il controllo passò poi ai D’Evoli, alla Famiglia Carafa Della Spina e ai D’Alessandro, che trasformarono il Castello in una residenza fortificata per il controllo del territorio.

Il suggestivo Castello D’Alessandro è arroccato su uno sperone di roccia ai piedi del monte Totila e sotto di esso si sviluppò il borgo medioevale con le sue mura perimetrali e con accessi all’abitato tuttora visibili. Sembra sia sorto su un originario sito fortificato sannitico, seppur documenti certi d’archivio evidenziano una presenza fortilizia solo dall’epoca di Alboino, intorno al 573 d.C. Alcuni storici ritengono la sua costruzione essere posteriore e risalente all’epoca di Carlo Magno, circa l’810, o di Corrado il Salico, il 1024. La fortezza di Pescolanciano è appartenuta alla signoria dei Carafa per diverso tempo, dal 1270 fino alla metà del 1500. La struttura del Castello, a pianta esagonale, presenta ancora la torre maestra, costruita su di un colle molto ripido, che veniva protetta da un recinto contenente il magazzino, una cisterna ed i locali per il corpo di guardia. Il Castello presenta tutte le caratteristiche di un presidio di difesa perché in posizione elevata e con un ampio raggio di visuale sulla valle sottostante, quella del Trigno, e sul tratturo Castel di Sangro-Lucera, nonché circondato da rocce a strapiombo che lo rendono inaccessibile dai diversi lati. La fecero costruire i piani seminterrati da adibire a cantina e magazzini, il primo piano da destinare ai signori ed il terzo invece per la servitù. Lungo questo piano, inoltre, furono aggiunti i camminamenti per le ronde. Nel XVII e XVIII secolo i duchi D’Alessandro, una delle più potenti famiglie del regno napoletano, procedettero all’ampliamento dei diversi edifici, realizzando finestre a bocca di fuoco, il ponte di ingresso fisso, la pietraia a difesa dell’entrata principale, i magazzini e il cortile principale. Inoltre, la merlatura lasciò il posto ad un loggiato aperto sul paese e le torri scomparvero, tutte inglobate nelle mura tranne una, che ancor oggi è un belvedere. Nuovi lavori si resero necessari dopo il terribile terremoto del 1805. Il castello divenne col tempo praticamente una dimora di lusso. Dalla metà del ‘600 fu avviata dai D’Alessandro un’importante attività di allevamento di cavalli proseguita fino al XIX secolo. Il secondo piano è ancora di proprietà della famiglia D’Alessandro ed è costituito da diversi ambienti, che conservano ricordi della famiglia. Ha una cappella gentilizia risalente al 1628, dove sono conservate le reliquie di Sant’Alessandro di Bergamo, patrono della famiglia D’Alessandro. Prima che un incendio la distruggesse nel 1798, all’interno del castello vi era anche una fabbrica di ceramiche, fondata nel 1790, che rese Pescolanciano importante su scala nazionale e internazionale. Attualmente il Castello può essere visitato su prenotazione.

La Chiesa parrocchiale del Salvatore, datata XVI secolo, presenta numerosi importanti elementi architettonici, come il portale laterale baroccheggiante, architravi e bassorilievi decorati e un’acquasantiera a conchiglia risalente al 1699.

A Pescolanciano è presente anche la Chiesa Valdese, legata alla storia della presenza valdese in Molise e all’opera in particolare di emigranti di ritorno dagli Stati Uniti d’America. Il 21 maggio 1916 si costruisce un tempio con annessa casa pastorale e ampio giardino.

Gli abitanti di Pescolanciano, che si definiscono pescolancianesi, festeggiano la Santa Patrona Sant’Anna il 26 luglio con il rito della “sfilata dei covoni”, che nasce come ringraziamento verso la Santa da parte dei sopravvissuti al grande terremoto del 26 luglio 1805. Il 25 luglio di ogni anno, al tramonto, i pescolancianesi portano in sfilata “r' manuocchiæ”, covoni di grano provenienti dalla recente mietitura.

Tra i piatti tipici abbiamo la polenta di granturco al filo, la “Mbaniccia” (pizza di verdure), le “Sagne scarciate” (pasta fresca a losanghe), la minestra di cicoria e i “Trcinelli”.

Nelle vicinanze la riserva MAB di Collemeluccio e quella di Montedimezzo rientrano, fin dal 1971, in un programma dell’UNESCO “Man And Biosphere” (MAB), che si propone di tutelare le diversità biologiche e promuovere uno sviluppo sostenibile. Si tratta di un’area rappresentativa del paesaggio forestale montano tipico dell’Appennino centro-meridionale, caratterizzato dalla presenza dell’abete bianco, del cerro e del faggio. Altrettanto ricca è la fauna con caprioli, lepri, tassi, martore, donnole, faine, volpi, scoiattoli, gatti selvatici, cinghiali e lupi. L’avifauna comprende il falco pellegrino, il falco pecchiaiolo, il nibbio reale, la balia dal collare, il biancone, la tottavilla, l’averla piccola e la poiana. La presenza di sentieri segnalati, percorribili a piedi e anche in bicicletta, rendono il bosco di Collemeluccio un’area facilmente accessibile.