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Il litorale abruzzese in provincia di Chieti è caratterizzato da calette, promontori, scogliere alte e frastagliate, questo tratto, che si estende da Ortona a San Salvo, comprendendo San Vito Chietino, Rocca San Giovanni, Fossacesia, Casalbordino e Vasto, è noto come “Costa dei Trabocchi” e assume il nome, appunto, dal trabocco, antica e tipica costruzione marinara, che è frequente incontrare sulla costa e ne è diventata il simbolo. I trabocchi sono strane e complesse macchine da pesca, issate su palafitte con una ragnatela di cavi e assi. Non hanno una forma sempre uguale, ma, nelle loro parti essenziali, consistono in piattaforme, composte da tavole e travi non completamente connesse, elevate su primitivi pilastri conficcati sul fondo del mare o su scogli, e congiunte alla vicina riva da esili passerelle di legno. Dalle piattaforme si staccano le antenne, che sostengono le reti (dette “trabocchetti”) per mezzo di un complicato sistema di carrucole e funi.

 

 

I trabocchi hanno un’architettura leggera, ma solida, in grado di sopportare il peso della robusta rete da pesca e le sollecitazioni delle tempeste marine, dopo ogni tempesta hanno bisogno di aggiustamenti e riparazioni. Sul trabocco operano i "traboccanti", che, oltre alla pesca, pensano anche alle riparazioni e sono depositari e custodi di un’antica e affascinante arte, apparentemente primitiva e improvvisata, ma in realtà evoluta quanto le più complesse tecniche ingegneristiche. I materiali adoperati sono i più vari e inizialmente erano legati alle disponibilità locali: l’olmo, l’abete e l’acacia erano i legni più usati, insieme alle corde di canapa. Oggi si adoperano molto anche i fili di ferro e le traversine della ferrovia. Il complesso gioco di fili, corde e pali, che si intrecciano tra loro, li rendono simili a “ragni colossali”, come dice il celebre poeta abruzzese Gabriele D’Annunzio.

Molto del fascino, che i trabocchi emanano e che sta conquistando i turisti e i visitatori provenienti anche dall’estero, deriva soprattutto dai luoghi in cui sono posizionati. Nella maggior parte dei casi, infatti, i trabocchi sorgono lungo le sporgenze della costa, dove questa forma una punta sul mare e dove dalla riva si diparte una fila di scogli che permette di raggiungere un punto avanzato sull’acqua, in modo da poter permettere la pesca su uno specchio profondo, dove possono essere sfruttate le correnti che fiancheggiano la costa.

La tecnica usata dai traboccanti per pescare prevede che le ampie reti (che tecnicamente sono delle reti a bilancia) vengano calate a mare con un argano girevole (spesso elettrico), fissato nel centro della piattaforma. Di tanto in tanto, vengono rialzate un poco sul livello del mare. I pesci intrappolati, per lo più cefali, spigole, aguglie e pesce azzurro in generale, restano sospesi fuori dall’acqua, nel cavo della fittissima rete, il “trabocchetto”, finché non vengono tirati su con un guadino, detto anche “volega”, che è un retino conico, dotato di lungo manico. Il termine “trabocco” deriva proprio da quello della rete, detta trabocchetto, la quale è usata anche nell'uccellagione ed è sinonimo di “trappola”, in quanto il pesce cade in trappola nella rete.

 

 

Le origini dei trabocchi sono in parte ancora oscure. Pare comunque certo che la loro costruzione risalga all’VIII sec. d.C., quando contadini-pastori, non esperti di flutti e di barche, intuirono però che potevano integrare il loro raccolto agricolo, proiettandosi sul mare aperto con veri e propri prolungamenti della terra, ovvero con palafitte piantate sugli scogli sottostanti. I primi traboccanti, dunque, non sarebbero stati pescatori, ma agricoltori.

Oggi, dopo un periodo di scarso utilizzo e di oblio, i trabocchi sono tornati al centro dell’attenzione, molti sono stati recuperati e resi funzionanti, molti sono stati trasformati in ristoranti e sono considerati un importante patrimonio culturale e ambientale, divenendo motivo di attrazione della costa, su cui sorgono.

Anche il grande poeta abruzzese Gabriele D’Annunzio amava i trabocchi e, infatti, sulla costa dei trabocchi tra San Vito Chietino e Fossacesia, vi è un eremo dove nell’’800 vi fu costruita una casa da pescatori, che Gabriele d'Annunzio nel 1889 acquistò e ristrutturò per il suo soggiorno personale assieme all'amante Barbara Leoni. La casa e l'eremo tutto è chiamata eremo dannunziano, o promontorio dannunziano, ed oggi è un museo privato.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

Turismo

La bellezza, la storia e la cultura delle Torri nel Chietino

Un antico metodo di difesa

 

L’Abruzzo è caratterizzato dalla presenza di torri isolate disseminate su tutto il territorio. Esse si presentano sotto varie configurazioni: esistono torri a pianta quadrata, circolare o pentagonale e, più di rado, triangolare. Erano posizionate sui luoghi più elevati, per meglio esercitare i fondamentali compiti del controllo, dell’avvistamento e della segnalazione ed erano poste in modo tale da garantire il collegamento ottico tra più presidi. Mediante un sistema di fuochi notturni e fumate diurne, consentivano di predisporre per tempo opportune misure difensive contro improvvisi attacchi. La torre isolata era e rimane il tipo più semplice di architettura fortificata. Nei casi ordinari e consueti, le sue parti murarie risultano fatte in pietra, con conci più o meno squadrati. Con il sopraggiungere di nuove esigenze tattiche, le torri, dapprima isolate, sono poi divenute elementi di più ampie ed articolate fortificazioni. Più rari sono in Abruzzo gli esempi di torri cintate, per la propria estrema difesa. Le caratteristiche torri costiere d’avvistamento, sorte lungo il litorale abruzzese, fanno invece parte di un più tardo ed ampio sistema difensivo extraregionale, in funzione anticorsara, organizzato a partire dal XVI secolo. Particolarmente diffuso è inoltre il castello-recinto, che costituisce probabilmente l’espressione più caratteristica dell’architettura fortificata abruzzese. Posto quasi sempre a monte di un centro abitato aveva la specifica funzione di fornire un sicuro rifugio alla popolazione in caso di pericolo. Di origine prevalentemente medievale, il castello recinto è costituito da una cinta muraria, frequentemente a pianta triangolare, munita generalmente di più torri; quella principale più imponente ed in alcuni casi pentagonale (che in tal caso prende il nome di puntone), posta quasi sempre a monte del recinto, rappresentava il caposaldo della fortificazione.

 

Torri di Casalanguida 

 

 

 

Le torri di Casalanguida risalgono al XV secolo, una si trova in via Marconi (torre rivestita in cemento), e l’altra in via Umberto I (torre rimaneggiata nel tempo). Nelle strutture sono presenti vari frammenti lapidei, tra cui mensole, stipiti, architravi, davanzali, redondoni e doccioni. Sono realizzate in ciottoli di fiume, mentre la torre di Via Umberto I utilizza anche il laterizio.

 

Torre di Celenza sul Trigno

 

 

L’imponente torre cilindrica, alta circa 15 m e posta lungo il fiume Trigno, in prossimità del tratturo Ateleta-Biferno e del confine con il Molise, costituisce un esempio di torre di presidio. È difficile stabilirne l’esatta collocazione cronologica. La struttura è realizzata in muratura di pietra irregolare, con l'uso di elementi lapidei per inquadrare le strette feritoie e le aperture. Lo spessore murario diminuisce progressivamente ad un terzo dell’altezza dove è posizionato un ingresso sopraelevato.

 

Torre Ciarrapico e Torri Medievali di Francavilla al Mare

 

 

Nella “civitella”, la parte alta di Francavilla, è situata la Torre Ciarrapico, costruita alla fine del ‘600, oggi ribattezzata Torre del Gusto, sede di Cittaslow e Slow Food. Si tratta in realtà di una dimora signorile a quattro piani fatta costruire dalla famiglia Ciarrapico, che l’abitò e che le dà tuttora il nome. È dotata di un ascensore panoramico e la loggia aperta sull’ultimo piano regala un suggestivo panorama sul mare e sulle colline poste a ridosso dell’abitato. Durante la Seconda guerra mondiale il centro storico di Francavilla al Mare fu raso al suolo e oggi non rimangono che sei torri medievali, di cui solo la Torre d’Argento è integra. In origine le torri erano dodici ed erano poste a difesa della cinta muraria. Le altre torri sono Torre di Giovanni, oggi un rudere, Torre Masci, vicina a Torre Ciarrapico, un torrione del 1570 di forma cilindrica e le Torri De Monte e Rapinesi poste all’interno di due fabbricati.

 

Torre di Frisa

 

 

La Torre di Frisa, sita in Piazza Principe di Piemonte, attualmente è inglobata nel palazzo Caccianini e risulta abitata (sede del Gruppo volontari comunale di protezione civile di Frisa). Fu costruita nel XIV secolo, mentre fu accorpata nel XVII secolo al palazzo baronale. La base è circolare ed è costruita in pietre miste a mattoni, in cui si aprono varie finestre.

 

Torre di Furci

 

 

La torre di Furci, databile probabilmente tra il XV e il XVI secolo, presenta la base tronco conica ed uno sviluppo superiore cilindrico. Ciò lascia intuire che la torre possa aver subito dei rifacimenti in più fasi costruttive. È costruita con pietre di forma irregolare e conserva ancora sezioni di inserti lignei, probabilmente passanti, che facevano parte della struttura dei solai intermedi.

 

Torre Orsini di Guardiagrele

 

 

A pochi passi dall'antico perimetro difensivo della città, spicca il suggestivo torrione Orsini (così denominato dalla potente casata che dominò a lungo su Guardiagrele). La torre è a pianta quadrata, con grosse mura in pietra di 80 cm di spessore. È priva di copertura ed è attualmente semidiroccata. Chiusa ai lati, presenta un’apertura alla base, utilizzata per l’accesso, ed una finestra sulla parete opposta verso l’alto. La torre, che faceva parte delle antiche fortificazioni della città, porta i segni di costruzione del 900 e del 1000, ossia dell’epoca in cui avvennero le invasioni dei Saraceni e degli Ungari. La torre costituirebbe l’antico presidio militare longobardo, dal quale, secondo la tradizione, ebbe origine il primo nucleo fortificato della città.

 

Torri Montanare di Lanciano

 

 

Nel versante meridionale dell’antico borgo di Civitanova di Lanciano si conserva ancora un buon tratto delle mura di cinta, sul quale spiccano le torri dette Montanare, perché difendevano la città dall’attacco dai monti. Emerge per altezza la torre di avvistamento medievale, chiusa su tre lati, affiancata dalla successiva torre aragonese (XV sec), contornata da un apparato a sporgere con beccatelli.

 

Torre di Orsogna

 

 

Si presume sia stata ricostruita nel fine secolo XIX, dal proprietario Di Bene, un signorotto, sui resti di una torre medioevale, danneggiata dalla guerra. Fu soggiorno del D’Annunzio e del Michetti, la presenza di quest’ultimo è testimoniata dal suo quadro “La Figlia Di Jorio” del 1895, in cui è rappresentata la Maiella vista proprio da quest’angolazione. Di recente è stata restaurata (1994) ed è sede di diverse mostre d’arte.

 

Torri di Ortona

 

 
     
 

 

Torre Baglioni è sita in via G. D’Annunzio, presso la Porta della Marina, ai margini delle mura caldoriane. Fu dei Bernardi, dei Salzano-De Luna, infine dei Baglioni. Questi ultimi dopo l’unità d’Italia si trasferirono a Chieti. Ha una struttura quadrata. Torre Mucchia è sita sul promontorio nei pressi di Lido Riccio, nella Contrada San Marco. È a struttura a piramide troncata a base quadrata in mattoni. Fa parte della lunga serie di torri costiere del Regno di Napoli, che difendevano il litorale dalle invasioni ottomane e turche. Fu fatta costruire nella 2ª parte del XVI secolo dal Viceré di Napoli Don Pedro Afán de Ribera. Nel XVIII secolo venne trasformata come dogana. La Torre del Moro si trova sull’ansa destra della foce del fiume Moro, in località San Donato. Fu costruita nel XVI secolo per rispondere agli attacchi Saraceni, ma essendo fondata in un terreno limaccioso e difficile da gestire, già nel secolo successivo fu dichiarata pericolante. Nel Novecento alcune foto la ritraggono in stato di abbandono, ma con un lato ancora intatto. Dopo i bombardamenti della battaglia di Ortona, rimane solo la parte della base in piedi. La Torre Riccardi è risalente approssimativamente al XV secolo ed è l’unica parte rimasta del palazzo della famiglia Riccardi, cacciata da Ortona all’inizio del XVI secolo.

 

Torre della Porta e Torrione di Paglieta

 

 

 

La Torre della Porta venne costruita nel XVIII secolo con la soprelevazione di una struttura medievale, che comprendeva una delle porte di accesso alla città, con l’aggiunta della torre campanaria e successivamente anche dell’orologio. La torretta terminale di supporto in ferro per le campane venne realizzata agli inizi del Novecento. Il Torrione faceva parte dell’antica cerchia muraria e attualmente viene visitato come punto d’osservazione; l’edificio risale al XIV secolo, periodo di costruzione della cerchia muraria. Nel corso del Settecento risulta interessato da un intervento di sopraelevazione ed inglobamento nelle nuove costruzioni ricavate lungo il circuito delle mura.

 

Torre dell’Orologio di Palena

 

 

La Torre di Controllo o dell’Orologio di Palena fu costruita circa nel 1956, quando la giunta comunale decise di abbattere la vecchia torretta di guardia della piazza della chiesa di San Falco, perché giudicata pericolante dopo i bombardamenti nazisti. Della vecchia torre oggi rimane solo un arco e nel piazzale del cortile del castello ducale, che originariamente era solo una torre di controllo e successivamente fu ampliato, la nuova torre fu costruita in aspetti architettonici medievali con l’aggiunta di merlature, di quattro orologi per ciascuna facciata e una cella campanaria sulla sommità per suonare le ore.

 

Torre Del Colle di Rapino

 

 

In località Torre Del Colle, nei pressi di Rapino, sono ancora visibili i resti di un insediamento fortificato medievale. Sulla sommità è collocata una torre a pianta quadrata. La torre è realizzata con poderosa muratura, sulla quale si aprono le feritoie. Ai piani superiori si accedeva mediante botole servite da scalette di legno. Manca oggi la parte superiore della torre che, si ipotizza, fosse dotata di una copertura a terrazzo con merlatura a filo di muro. La sua tipologia strutturale consente di ascriverla tra le torri angioine, che partecipavano al sistema difensivo del regno di Napoli.

 

Torri di Ripa Teatina

 

 

 

Rimangono le torri di difesa dell’antica cinta muraria. Appena fuori dal centro storico, dalla parte Nord-Ovest, vi è poi ancor ben conservata una grossa torre, di forma cilindrica, con merli ghibellini, attualmente in corso di ristrutturazione. Altra torre meritevole di citazione è quella di antica proprietà della nobile famiglia dei De Lollis di Bucchianico in Contrada Arenile, ora trasformata in un lussuoso e suggestivo ristorante.

 

Torre di Rosello

 

 

Si tratta dei ruderi di una torre circolare. Sovrastava il nucleo originario del paese. Viene nominata in un documento del 1541. Restano solo poche tracce di una muratura in struttura semicircolare forse appartenenti ad una torre cilindrica e di un recinto di un forte.

 

Torre Punta Penna di Vasto

 

 

La torre di Punta Penna si affaccia direttamente sul mare Adriatico. Si tratta di un tipico presidio di avvistamento e di difesa del Viceregno di Napoli, sull’intera insenatura che costituisce il porto di Vasto. La sua edificazione risale al periodo del Vicerè Don Pedro Afán de Ribera (1563). Si presenta a pianta quadrata (12x12 m), costruita in mattoni e completamente intonacata. Ha un’apertura per ogni lato e due ingressi nel lato sud, uno al piano terra ed uno al primo piano, cui si accede tramite una scala in muratura a due rampe, costruita in epoca successiva. La torre di Punta Penna ancora oggi mantiene l’attività di monitoraggio organizzata dalla Marina Militare Italiana, non più a vista, ma con moderni sistemi radar.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

Turismo

Ortona: una città di mare e di storia

Il porto più importante dell’Abruzzo

 

Ortona, Urtónë in abruzzese e fino agli anni trenta del Novecento conosciuta anche come Ortona a Mare, è un comune italiano di 23.277 abitanti della provincia di Chieti in Abruzzo e si affaccia sul Mare Adriatico. Il porto di Ortona è uno dei più importanti di tutto l’Adriatico e il principale dell’Abruzzo per bacino, fondale e movimento. La storia antichissima della città risale al popolo dei Frentani, che usava lo scalo commerciale come principale fonte economica del territorio. Città romana dagli inizi del III secolo a.C., fu occupata, dopo la caduta dell’Impero romano di Occidente, prima dai Goti, poi dai Bizantini, dai Longobardi e infine dai Normanni che la incendiarono (XI secolo). Risorta in epoca sveva, tornò a fiorire economicamente. Nel 1258 la città ospitò in maniera permanente nella Cattedrale le reliquie di San Tommaso Apostolo, diventando un punto di riferimento nel campo religioso. Dopo battaglie varie con la città rivale di Lanciano, Ortona passò in mano a Jacopo Caldora che ricostruì la cinta muraria. Fu città cara a Margherita d'Austria, che vi fece costruire Palazzo Farnese (seconda metà del XVI secolo). Durante l’Ottocento fu rappresentata culturalmente dal compositore Francesco Paolo Tosti e dal poeta Gabriele D'Annunzio. Durante la Seconda guerra mondiale Ortona diventò capo marittimo della linea Gustav con estremo opposto a Cassino e fu teatro di una dura battaglia tra tedeschi ed alleati che portò a bombardamenti ininterrotti per 6 mesi e che coinvolse il centro della città, tanto che Winston Churchill la definì “La Stalingrado d'Italia”, in quanto similmente alla città russa Ortona visse una lunga battaglia nel cuore della città con la distruzione di gran parte del suo tesoro artistico. Oggi la città è fortemente sviluppata e ricostruita, scalo marittimo principale della regione abruzzese con il suo porto, nonché per varie volte fregiata di Bandiera Blu.

Vediamo ora le bellezze da visitare.

 

 

Il Castello Aragonese originariamente fu costruito nel XIII secolo dagli Angioini. Nel XV secolo Jacopo Caldora cacciò via gli Angioini e rifondò il castello, circondando inoltre la città di mura possenti. Dopo il decadimento della famiglia, gli Aragonesi conquistarono le coste abruzzesi e anche Ortona, costruendo il nuovo castello con mura più possenti, a forma di trapezio. Il castello, gestito da Alfonso d'Aragona, passò dal XVII secolo in poi a varie famiglie locali, quali i Baglioni. Nel Novecento risultava in semi-abbandono ed usato come polveriera dentro le mura. Alcune foto antiche mostrano che il castello all’interno delle mura, possedeva un palazzo del Settecento. Durante la battaglia di Ortona nel 1943 il castello saltò in aria e tutta la parte superiore, incluso il palazzo, andò persa. Nel 1946 una frana dello sperone di tufo sopra cui poggia il castello, danneggiò ancora di più il maniero, inghiottendo ampie porzioni di mura e due torri circolari. Il castello restò abbandonato fino ai primi anni novanta, quando venne restaurato completamente. Si conserva il fossato verso il borgo di Terravecchia, le due torri possenti a cilindro e le mura perimetrali. L'interno è stato adibito a giardino belvedere verso il mare.

 

 

La Cattedrale di san Tommaso Apostolo fu costruita nel IX secolo, ma danneggiata dai Normanni nell’XI secolo. Ricostruita completamente nel XII secolo, nel 1258 ospitò le reliquie autentiche di San Tommaso, riportate dall’isola di Chio da Leone Acciaiuoli. La cattedrale fu devastata da un terremoto del XV secolo e ricostruita sotto forma barocca, meno il portale del Trecento. La cattedrale fu gravemente danneggiata nel 1943 durante la battaglia di Ortona e ricostruita in aspetto neoclassico per quanto riguarda la facciata, rimontando il portale del Trecento e ricostruendo l’interno nella matrice barocca. Al suo interno, oltre alla cripta delle reliquie, vi è il Museo Diocesano.

Altre chiese importanti di Ortona sono la Chiesa della Santissima Trinità, la Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli e la Chiesa di Santa Caterina di Alessandria.

 

 

Palazzo Farnese è il palazzo storico più famoso della città, posto presso la Passeggiata Orientale. Fu costruito nel XVI secolo per volere di Margherita d’Austria su progetto di Giacomo Della Porta. Fino alla metà del ‘700, Palazzo Farnese fu sede dell’amministrazione dei beni farnesiani dell’Abruzzo e vi alloggiarono i vari governatori di Ortona. Quando il Regno di Napoli incamerò i possedimenti dei Farnese, il Palazzo nel 1795 venne venduto alla famiglia Berardi. La proprietà comunale è del secolo scorso. Attualmente ospita il Museo d’Arte Contemporanea e la Pinacoteca Cascella.

Il Quartiere Medievale di Terravecchia è rintracciabile tra il Parco Ciavocco e il corso Matteotti, assieme al Vico Bonelli e alla Torre Baglioni del XIII secolo, lungo il viale Gabriele D’Annunzio. Il quartiere è dominato dalla Cattedrale di San Tommaso Apostolo ed è caratterizzato dalle ruette, le vie di comunicazione più strette e ardue da percorrere, costruite apposta affinché se la città fosse stata assediata, i militari si ritrovassero intrappolati. Il Corso Matteotti risale al XV secolo nell'aspetto attuale, assieme alla via di Ripa Grande (1882), poi Passeggiata Orientale, che è una splendida passeggiata con una vista spettacolare sul porto e soprattutto sul mare. Uno snodo verso il mare è la via Leone Acciaiuoli, che comprende il settecentesco Palazzo De Benedictis, dove nacque Luisa De Benedictis nel 1839, madre di Gabriele D’Annunzio, e soprattutto il Palazzo Corvo del XVII secolo, dove nacque il compositore Francesco Paolo Tosti. Vi sono anche i palazzi dei Mené (XVIII secolo), dei Colangelo (XVII secolo), dei Pugliesi (metà XVII secolo), Gervasoni (XVII secolo) e il palazzo Rosica-De Sanctis (XVII-XVIII secolo), antistante la Cattedrale. A fianco vi è il Palazzo Mancini, del XVI secolo, dove nel 1586 vi morì Margherita d'Austria, trasferitasi ad Ortona per l’edificazione del Palazzo Farnese, compiuto successivamente alla sua morte.

Le Mura Caldoriane circondavano tutto il vecchio borgo di Terravecchia e della Terranova (zona del Palazzo Farnese e del corso Vittorio Emanuele). Nel XIX secolo tuttavia, per ampliare la città, le mura furono quasi del tutto demolite. Restano ancora alcune tracce in via Gabriele D’Annunzio, legate alle case fortificate del borgo di Terravecchia, nonché la Torre Baglioni.

Il Castello Caldora risale al XV secolo, costruito da Jacopo Caldora. Fa parte delle mura difensive medievali ed infatti più che un castello è un bastione fortificato con una robusta torre merlata. Fortunatamente scampato ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, il castello è ben conservato ed ospita la Cantina Farnese. Possiede anche frantoi sotterranei.

Il Teatro Vittoria “Francesco Paolo Tosti” fu costruito nel primo Novecento in stile teatro dell’opera per volere di Francesco Paolo Tosti. Il teatro passò in mano a varie famiglie, fino a diventare negli anni novanta dell’amministrazione comunale. Il teatro di opera lirica ha una facciata monumentale scandita da due contrafforti laterali. Decorato da vetrate multicolore e da architravi alla maniera dei templi greci, con al centro, in alto, la statua della dea Vittoria e della Musica.

Il Cimitero Militare Canadese si trova in contrada San Donato. Nel cimitero sono raccolte le spoglie dei soldati del Commonwealth britannico, in massima parte canadesi, morti nel dicembre del 1943 durante i combattimenti contro i tedeschi per l’attraversamento del fiume Moro e successivamente nella Battaglia di Ortona.

Dalla località di San Donato parte la famosa Costa dei Trabocchi, conosciuta per le caratteristiche macchine da pesca. L'area di mare è famosa anche per insenature nel tufo e spiagge naturali rimaste allo stato brado, come Punta Acquabella (in contrada San Donato), Ripari di Giobbe e Punta Ferruccio. Le spiagge più famose sono Lido Riccio a Nord di Ortona e Lido dei Saraceni a Sud del porto.

La cucina tipica di Ortona si basa principalmente su piatti a base di pesce e ingredienti mediterranei. Come antipasto goloso la città offre le alici all’ortonese, che consistono in alici passate in una pastella e poi fritte. Altro piatto povero della tradizione è il baccalà alla griglia, solitamente cucinato con ortaggi come i peperoni e poi condito con prezzemolo e aglio. Tra i primi piatti da provare la pasta con il sugo di granchio, una prelibatezza della città di Ortona. Un altro piatto molto comune sono le pallotte con cacio e uova, delle semplici polpette di pane con formaggio e uova. Ottime anche le salsicce grigliate di fegato e i secondi piatti che coniugano mari e monti, come per esempio le seppie con i piselli e il baccalà con le patate. I dolci della tradizione ortonese sono davvero speciali; una prelibatezza che si trova solo in questa città sono le cosiddette nevole, delle semplici cialde fatte con farina, mosto cotto e olio e altri aromi, talvolta presentate semplici e talvolta arrotolate come un cono gelato e condite con varie golosità come le mele cotte. Altri dolci tipici sono le pizzelle o ferratelle, la cicerchiata a Carnevale, le zeppole a San Giuseppe, il fiadone, una specie di torta a base di formaggio e uova, a Pasqua; le crispelle, ossia semplici frittelle, e i cavicioni, fagottini a forma di grossi ravioli ripieni di marmellata di uva e mandorle “scrucchijate” (o noci), preparati a Natale. Ortona è anche famosa per la produzione di vino e olio. Se andate a Ortona vi consigliamo di passare in Piazza San Tommaso alla gelateria Giogoloso, meglio conosciuta come il Mago Gelataio. Il gelato è rigorosamente artigianale e frutta e latte sono ingredienti rigorosamente locali. Ottima la Cremolata di frutta, fatta con frutta di stagione e che ricorda la storica granita siciliana. Per i più piccoli sono previsti anche degli show a base di palloncini, giochi di magia e altro.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

L'Abruzzo enologico è ormai una grande realtà. Lo dimostrano la crescita qualitativa, l’interesse della critica e del mercato e i successi riportati ogni anno nei concorsi nazionali e internazionali. Merito soprattutto di una forte valorizzazione del territorio e dei suoi vitigni autoctoni più importanti e di una nuova generazione di enologi e di imprenditori vitivinicoli. L’Abruzzo è una regione del centro Italia con una certa rilevanza nella produzione di vini rossi e che ha conosciuto negli ultimi anni una sostanziale crescita qualitativa dei vini. I vigneti del territorio abruzzese ricoprono poco più di 37 mila ettari con una produzione annua di 3,8 milioni di ettolitri di vino e la vitivinicoltura oggi è senza dubbio il comparto più importante nell’ambito della produzione agricola regionale. I tre quarti della produzione complessiva di vino provengono da 40 cantine cooperative (32 attive in provincia di Chieti), che unitamente a quelle private compongono un quadro di 160 aziende di trasformazione, 120 delle quali imbottigliano con propria etichetta. Oltre a quello nazionale, i principali mercati di riferimento per i vini abruzzesi sono: Germania (23%), Stati Uniti (20%) e Canada (10%). In forte crescita risultano il mercato inglese e quello dei Paesi del Nord Europa come Svezia, Danimarca, Norvegia, in virtù del buon rapporto qualità/prezzo del prodotto. La forma di allevamento maggiormente diffusa in Abruzzo è la pergola abruzzese, che rappresenta oltre l’80% del vigneto regionale, mentre nei nuovi impianti e reimpianti prevale nella maggior parte dei casi la forma a filare (cordone speronato, cordone libero, gdc).

 

 

La viticoltura in Abruzzo ha origini molto antiche, ma le prime testimonianze risalgono agli Etruschi, nel VII secolo a.C., i quali diffusero la coltivazione della vite. Con l’epoca romana la viticoltura continuò a svilupparsi fino alle invasioni barbariche, che portarono una grande distruzione del panorama viticolo. Alla fine di questo periodo, la viticoltura tornò a fiorire fino all’avvento della fillossera all’inizio del ‘900, che causò delle perdite immani di molti vigneti. Ma è negli ultimi 40-50 anni che la viticoltura abruzzese si è specializzata e in modo molto razionale ha via via abbandonato le aree più difficili per ridistribuirsi in quelle più vocate della collina litoranea.

Collocato com’è tra il mare Adriatico e i massicci del Gran Sasso d’Italia e della Majella, il territorio abruzzese beneficia di forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, che, associate a una buona ventilazione, garantiscono alla vite un microclima ideale per vegetare e produrre uve di straordinaria qualità. L’Abruzzo può essere suddiviso in due zone: quella interna montuosa, che si distingue per un clima continentale e costituisce oltre il 65% dell’intero territorio regionale, e quella litoranea con l’ampia fascia collinare e clima mite. Da ovest a est le montagne appenniniche degradano dolcemente verso il mare, raggiungendo l’Adriatico ed è proprio lungo le aree collinari del centro a ridosso del litorale che si concentrano i vigneti abruzzesi (circa il 90% della produzione).

La regione Abruzzo è divenuta a tutti gli effetti una regione del vino, in cui la qualità della produzione enologica è ampiamente raggiunta non solo dai grandi produttori, ma anche dalle piccole realtà locali. Già famoso a livello gastronomico per l’importante tradizione culinaria, l’Abruzzo si distingue fra le regioni del Centro Italia per i tanti vitigni autoctoni a bacca rossa, come il Montepulciano, e bianca, come il Trebbiano, presenti anche sul territorio molisano, regione molto legata all’Abruzzo dal punto di vista dei vitigni coltivati.

 

 

I vigneti abruzzesi sono catalogati sotto 1 DOCG e 7 DOC, oltre ad altre 8 IGT:

  • Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG
  • Montepulciano d’Abruzzo DOC
  • Cerasuolo d’Abruzzo DOC
  • Trebbiano d’Abruzzo DOC
  • Abruzzo DOC
  • Ortona DOC
  • Tullum DOC
  • Villamagna DOC

VINI BIANCHI ABRUZZESI

Molto diffuso è il Trebbiano d’Abruzzo DOC, da omonime uve Trebbiano coltivate su circa 14 mila ettari, conosciuto in tutta Italia per la sua capacità d’invecchiamento e la sua profondità espressiva, distinguendolo dai Trebbiano prodotti in altre regioni. Esprime aromi fruttati e floreali di mela e camomilla, accompagnate da note spesso piuttosto minerali. Il Pecorino è un altro grande vino bianco abruzzese, molto apprezzato in purezza, regalando profumi floreali intensi, dalla ginestra al gelsomino. Molto interessante anche la varietà autoctona chiamata Cococciola, che sta iniziando a riscuotere interessanti risultati nelle aree coltivate in provincia di Chieti, spesso usata come uva da taglio, pian piano vinificata in purezza come ferma e spumante.

VINI ROSATI ABRUZZESI

Degni decisamente di nota sono i vini rosati Cerasuolo d’Abruzzo, riconosciuto DOC nel 2010, prodotto da uve Montepulciano d’Abruzzo. Si annovera senza dubbio fra i migliori rosati italiani per la grande piacevolezza di gusto e l’ottimo compromesso fra struttura e freschezza, perfetto a tutto pasto, ottimo con il pesce. Grazie alle uve Montepulciano, è il vino rosato fra i più longevi del panorama dei rosati in Italia.

 

 

VINI ROSSI ABRUZZESI

Il vino rosso per eccellenza dell’Abruzzo è il Montepulciano d’Abruzzo DOC, la cui miglior espressione si ritrova a nord al confine con le Marche, nei dintorni di Teramo, tanto che nel 2003 quest’area ha ottenuto la DOCG Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane, unica DOCG della regione. Robusto, pieno, equilibrato, molto adatto all’invecchiamento. Il Montepulciano rappresenta più della metà dei vitigni regionali ed è il vitigno di riferimento della DOC Montepulciano d’Abruzzo, che conta anche la tipologia Cerasuolo. Coltivato su circa 17 mila ettari, con un trend in continua crescita (negli ultimi anni oltre il 70% dei nuovi impianti sono stati realizzati con questo vitigno), si hanno notizie certe sulla sua presenza in Abruzzo sin dalla metà del ‘700.

Inoltre si annoverano una serie di vitigni tra autoctoni, nazionali e internazionali, quali Passerina, Sangiovese, Chardonnay, Cabernet Sauvignon e Merlot.

Esistono delle zone di produzione di vini a Indicazione Geografica Tipica (IGT): Alto Tirino, Valle Peligna, Colline Pescaresi, Colli Aprutini, Del Vastese o Histonium, Colli del Sangro, Colline Frentane, Colline Teatine e Terre di Chieti.

Non sono molte, a livello europeo, le regioni dove è possibile bere così bene spendendo così poco come in Abruzzo. Il rapporto qualità/prezzo della maggior parte dei vini non toglie comunque spazio ai progetti più ambiziosi.

 

 

Il Consorzio di Tutela dei Vini d’Abruzzo è un’associazione senza scopo di lucro, che si propone di tutelare, valorizzare e curare gli interessi relativi alle denominazioni di origine controllata del territorio regionale. Attività che il Consorzio porta avanti, giorno dopo giorno, con la massima determinazione. La stessa che i suoi associati - viticoltori, vinificatori e imbottigliatori, da sempre attenti alla qualità - mettono nel proprio lavoro: dalla cura del vigneto alla scrupolosità nella trasformazione dell’uva, dalla diligenza nell’invecchiamento all’attenzione per le esigenze del cliente. Non c’è regione in Europa come l’Abruzzo, dove più del 30% del territorio è tutelato da quattro parchi (tre nazionali e uno regionale) e da una decina di riserve naturali e aree protette. Non è un caso quindi che il Consorzio, che da anni tutela una delle risorse più autentiche del territorio, abbia scelto come simbolo l’aquila: un animale dal forte istinto protettivo, tenace come gli abruzzesi.

In un’epoca storica ed economica come quella che sta vivendo l’Italia, l’Abruzzo del vino sta rispondendo con una vitalità e una forza inaspettata, merito in parte del ricambio generazionale, che ha interessato tante aziende, e in parte delle nuove leve dell’enologia regionale, che hanno deciso di puntare con decisione sul proprio territorio con un approccio diverso rispetto ai loro genitori, anche in relazione al mercato. Vi è poi una crescente attenzione a una maggiore sostenibilità agricola. Sono in crescita, infatti, le cantine che hanno intrapreso la conversione al biologico, considerando tale metodo di conduzione agronomica il modo migliore per gestire le vigne.

 

I ragazzi del Quadrifoglio