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Turismo

Agnone: l’Atene del Sannio

Il paese famoso nel mondo per le sue campane

 

Agnone (Agnèune in dialetto locale), nella parte settentrionale della provincia di Isernia, è celebre in tutto il mondo per le sue campane (le uniche che possano fregiarsi dello stemma pontificio) fabbricate dalla Pontificia fonderia di campane Marinelli, fondata intorno all’anno 1000. È il principale comune dell’Alto Molise a circa 800 metri di altitudine ed è circondato da un paesaggio montuoso ed immerso nel verde dei boschi, che a tratti sono interrotti da piccole praterie. Ha circa 5.000 abitanti e fino al 1811, per circa 600 anni, Agnone e il suo circondario sono sempre stati parte integrante dell’Abruzzo.

La tradizione vuole che Agnone sia sorta sulle rovine della città sannitica di Aquilonia, distrutta dai Romani durante la conquista del Sannio: nella zona sono stati recuperati diversi reperti archeologici, come la stele funeraria di Vibia Bonitas, conservata al Teatro Italo-Argentino, nel centro storico della cittadina, e la Tavola votiva di Agnone, nota anche come Tavola Osca o Tabula Agnonensis o Tavola degli Dei, forse la più importante testimonianza dell’osco sannitico (si tratta di una tavola di bronzo di cm 28 x 16,5, datata 250 a.C. circa e attualmente conservata presso il British Museum di Londra, su cui sono presenti iscrizioni in lingua osca, che citano 17 divinità sannitiche connesse con riti agrari). Importante centro durante la dominazione longobarda, andò poi decadendo nei secoli immediatamente precedenti il 1000, mentre la Valle del Verrino e le alture circostanti divennero luogo di eremi, piccoli monasteri e piccole colonie agricole. In epoca medievale conobbe un nuovo sviluppo, divenendo feudo della potentissima famiglia dei Borrello, Conti di Pietrabbondante e capitani di ventura di Venezia, che portarono sul luogo un notevole numero di soldati e artigiani veneziani. E infatti il paese vero e proprio mostra chiari segni di cultura veneziana osservabili nel quartiere originario, quello della Ripa, altrimenti detto “borgo veneziano”. L’importanza di Agnone andò crescendo nel periodo angioino e anche in quello aragonese, al punto che durante il regno borbonico delle Due Sicilie, la città fu tra le 56 città regie, direttamente dipendenti dal Re, libere da qualunque altra soggezione di tipo feudale, dotate di alto tribunale, con diritto di comminare pene capitali. Fiorente per ampiezza dell’agro e per numero e volume di imprese artigiane, Agnone poté sviluppare, nel corso dell’800, un alto numero di menti colte: medici, filosofi, giuristi, teologi, da cui le venne il nome onorifico di “Atene del Sannio”. Alla fine dell’800 e agli inizi del ‘900 iniziò il fenomeno dell’emigrazione. Durante il regime fascista, Agnone fu sede di confino per numerosi oppositori del regime e vi sorse anche un campo di concentramento per ebrei. L’ultima crescita demografica, Agnone la ebbe negli anni quaranta, per poi subire una continua diminuzione dagli anni cinquanta ad oggi. Parallelamente però la cittadina ha visto la nascita dell’Ospedale Civile e delle scuole superiori, tra cui il liceo scientifico (primo del Molise), l’istituto tecnico e l’istituto professionale. Nel primo dopoguerra fu inoltre costruito il Teatro Italo-Argentino (fondato grazie agli apporti degli agnonesi emigrati in Argentina).

 

 

Agnone è famosa in tutta Italia e nel mondo per la presenza dell’antichissima Fonderia di campane Marinelli, che è in perfetta funzione e in piena attività. Le sue origini risalgono al Medioevo e la fonderia ha fabbricato campane per edifici di alto rilievo, quali la Cattedrale della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei e l’abbazia di Montecassino. Le prime campane ufficiali fuse dalla fonderia Marinelli risalgono al 1339, per opera del direttore Nicodemo Marinelli, detto “Campanarus”. Nei secoli successivi i Marinelli continuarono a fondere campane per le varie chiese e campanili, che venivano edificati in tutta la penisola. Nel 1924 il Papa Pio X conferì alla famiglia Marinelli l’onore di avvalersi dello Stemma Pontificio, perché potessero rappresentarlo nel volto delle campane. Nel 1944 gli occupanti tedeschi chiusero la fonderia e la usarono come quartier generale per le missioni di battaglia e le campane, che in quel periodo erano in fase di fusione, furono rifuse per creare dei cannoni da combattimento. Sconfitti i tedeschi, nel secondo dopoguerra i Marinelli ripresero l’attività di fusione delle campane, ad es. per la Cattedrale di Montecassino, distrutta durante la seconda guerra mondiale, e così continuano a contribuire ancora oggi, fondendo sempre nuove campane, utilizzando prevalentemente le mani e la tecnica medievale in ogni fase di lavorazione, dalla fabbricazione manuale dei “modelli”, alla guida del rivolo di lava dalla fornace a legna fino alle “forme” interrate nella fossa di colata, dando origine così a rarissimi capolavori di artigianato artistico. È possibile assistere a tutto il processo artigianale della lavorazione e visitare il Museo Internazionale della Campana “Giovanni Paolo II” (in onore della visita, che il papa fece alla fonderia nel 1995). Il museo si trova subito a fianco della Fonderia, fu istituito nel 1999 e conserva pezzi di grande interesse nella storia dell’attività a partire dal Medioevo, tra cui la preziosissima “campana dell’anno mille”, e documenti di assoluto valore, come un’edizione olandese del 1664 del trattato “De Tintinnabulis”, uno dei più importanti trattati per la costruzione delle campane.

Le Antiche Fonderie del Rame si trovano a pochi chilometri dal centro abitato nella valle del fiume Verrino: sono delle antiche fonderie a funzionamento idromeccanico, nelle quali si producevano dei semilavorati in rame, che venivano poi inviati alle oltre 180 botteghe di ramai agnonesi, che da tali semilavorati producevano tine, caldai e vari oggetti in rame.

 

 

La chiesa di San Francesco è considerata monumento nazionale. Risalente al XIV secolo, ha un caratteristico portale gotico, sormontato da un affascinante rosone. Da sottolineare la superba cupola a tamburo e l’originale campanile (con la parte finale in ferro battuto). All’interno della chiesa si trovano ricchissimi altari e affreschi del molisano Paolo Gamba. Attiguo alla chiesa di San Francesco, si trova l’ex convento dei Padri conventuali con un chiostro (alle cui pareti si trovano affreschi rappresentanti la vita di San Francesco), sede della Biblioteca comunale e della Mostra permanente del libro antico con volumi rarissimi, tra cui un’antica copia dell’Opera Omnia di Platone, risalenti al XVI secolo.

 

 

La chiesa di Sant’Emidio risale al XIV secolo con un portale gotico e conserva al suo interno capolavori d’arte di Giulio Monteverde, Giacomo Colombo e Giovanni e Amalia Dupré. Caratteristiche sono le 13 statue lignee raffiguranti Gesù e i 12 apostoli a grandezza naturale, attribuite a scuola napoletana del 1650. Adiacente alla chiesa troviamo la Biblioteca Emidiana, ricca di testi antichi dell’XI secolo.

 

 

La chiesa di San Marco Evangelista, dedicata al patrono di Venezia, romanica, si trova nella parte alta del centro storico, risale all’XI-XII secolo ed è connessa alla rifondazione del paese avvenuta sotto il dominio dei Borrello, legati alla Repubblica di Venezia. L’edificio originale fu infatti edificato da veneziani chiamati da Landolfo Borrello. Agli inizi del XVII secolo è stata distrutta da un incendio per essere quindi ricostruita. Ha una facciata con un bel portale rinascimentale e torre campanaria a lato; ad una navata, con altari laterali (tra cui eccelle quello in legno intagliato e dorato del S. S. Rosario), ha il soffitto a cassettoni in stile barocco veneziano. Tra le statue, interessanti sono quella lignea della “Madonna del Bambino” del XIII-XIV secolo e la statua di S. Nicola opera dello scultore settecentesco Silverio Giovannitti. Importante, tra i tanti tesori d’arte, l’ostensorio in argento, un autentico capolavoro di arte locale in stile bizantino.

Per caratteristiche architettoniche e opere custodite sono da visitare anche le chiese di San Pietro, San Nicola, Sant’Antonio Abate (con annessa torre campanaria visitabile), San Biase (chiesa più antica di Agnone, dell’XI secolo), Sant’Amico, Santa Croce, la Trinità, L’Annunziata e la chiesa di Maiella del XII secolo. Nel solo centro abitato si trovano tredici chiese a testimonianza della forte influenza, che esercitava nei secoli addietro il Vaticano in questo lembo dell’Alto Molise.

 

 

Non meno interessante è l’architettura civile del paese: il centro storico è di chiaro stampo veneziano, avventurandosi lungo le stradine del borgo antico ci si imbatte di frequente nelle caratteristiche botteghe veneziane e in piccole statue di pietra raffiguranti leoni veneziani. L’Antica Bottega Orafa, sita in Corso Garibaldi, dove si lavora il rame, testimonia un’antica migrazione di artigiani lagunari verso Agnone, avvenuta secoli addietro per opera della famiglia Borrello. In genere, comunque, girando per il centro storico del paese è possibile acquistare oggetti di pregio. La città di Agnone, un tempo, era celebre per la lavorazione dei metalli, anche preziosi; oggi restano attivi pochi artigiani, che producono lavori in rame e in ferro battuto, tra i quali splendide inferriate per balconi e oggetti artistici. Interessante è la piazza principale del centro storico, piazza Plebiscito, anticamente detta piazza del Tomolo, nella quale confluiscono sette strade, che partono da altrettante zone del borgo antico. Ospita una caratteristica fontana marmorea risalente al 1881 (anno della costruzione del primo acquedotto urbano agnonese). Tra le costruzioni civili, meritano menzione Casa Nuonno con la bottega orafa in corso Garibaldi, Casa Apollonio e Palazzo Fioriti, che presentano interessanti elementi decorativi.

 

 

Il 24 dicembre ad Agnone si svolge la “’Ndocciata”, un grande rito di fuoco: è una sfilata di enormi fiaccole (le ’ndocce), costruite artigianalmente. Le ‘ndocce agnonesi sono strutture dalla caratteristica forma a ventaglio, composte da polifiaccole di numero variabile, sempre pari, fino a esemplari costituiti da venti fuochi e oltre. Tali ‘ndocce, che riecheggiano antichi culti mithraici, vengono trasportate da uno o due portatori in costume contadino. I portatori (‘ndocciari) introducono la testa tra le fiaccole, afferrandone saldamente due e tenendo in equilibrio l’intera struttura. Durante la sfilata, gli ‘ndocciari eseguono la ruotata, ossia una piroetta con cui, compiendo una rotazione completa su se stessi, mostrano lo splendore delle fiaccole e fanno sì che il fuoco formi spettacolari strisce di luce. Il materiale usato per la fabbricazione delle ‘ndocce di Agnone è l’abete bianco, un albero rintracciabile nei boschi circostanti. Da qualche anno un Museo Permanente delle ‘Ndocce è stato aperto in un locale di via Caracciolo, in prossimità di piazza Plebiscito. Dal 2000 tale evento si svolge stabilmente anche il giorno dell’Immacolata Concezione.

Anche se non diffusa come in passato, l’arte della tessitura è finalizzata alla produzione di coperte, rinomate per i colori e per i temi geometrici.

Ricordiamo anche l’aspetto gastronomico: ottimi i latticini, quali caciocavalli, scamorze, trecce e ricotte; rinomati anche gli insaccati e i prosciutti. Le ostie sono un prodotto artigianale croccante e aromatico, fatto con farina, sale e olio extra vergine d’oliva e cotto tra piastre di ferro. Tra le ostie, l’impasto ghiotto di noce tritata, miele, cioccolato fondente, cacao, noce moscata, vaniglia, bucce di arancia, di limone e di mandarino. Apprezzati i confetti “ricci” di produzione locale. Tra i primi piatti ci sono quelli tipici molisani, che vanno dalle “sagne a taccune” alle “sagne e fagioli”, dai “maccheroni alla chitarra” alla famosissima “zuppa alla santè”. I secondi piatti tipici sono a base di carni di agnello e capretto. Non si deve perdere il gusto del cosciotto e delle “tacche” d’agnello arrosto o al forno, il capretto “ciff e ciaff”, le salsicce, i nodi di trippa, le “cazzemarre” e le “soppressate”. Tra i dolci vi sono anche la campana di cioccolata, la tina di cioccolata e i mostaccioli reali.

Staffoli, che fa parte del comune di Agnone, racchiude un vastissimo paesaggio naturale con un’estensione, che supera gli 850 ettari, dove ci sono boschi, verdi pascoli e limpidi torrenti. All’ingresso c'è la zona ricettiva, dove è stato ricostruito in piccolo quello che era il Far West americano. È inoltre possibile fare shopping, andare a caccia, fare trekking, partecipare a feste country, raduni e spostamenti di mandrie. Fra gli appuntamenti di rilievo c'è la Corsalonga, che è il più grande appuntamento equestre di tutto il centro-sud d’Italia, il più entusiasmante raduno western all’aperto.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

Castel di Sangro (Caštiéllë in dialetto castellano) è un comune italiano di circa 6500 abitanti della Provincia dell’Aquila in Abruzzo. È un centro montano di interesse storico, a 800 m s.l.m., con resti notevoli di testimonianze sannite, romane e medioevali. Costituisce il principale centro dell’Alto Sangro ed è sede della Comunità Montana Alto Sangro - Altopiano delle Cinquemiglia. La città sorge sul limitare di una valle molto ampia alla confluenza dei fiumi Sangro e Zittola. È un attivo centro turistico, data la vicinanza agli impianti sciistici di Roccaraso, Pescocostanzo e Rivisondoli.

Castel di Sangro vanta origini antichissime. In seguito alla scoperta, ad opera di Antonio De Nino alla fine del XIX secolo, della vasta necropoli di Campo Consolino, presso la vicina Alfedena, è possibile affermare che le prime testimonianze certe di popolazioni stanziali nell’area di Castel di Sangro risalgono al VII secolo a.C. La posizione della necropoli non è casuale, poiché nelle sue vicinanze sorgeva l’antica Aufidena, uno dei principali insediamenti sanniti di quell’area. Probabilmente, questo insediamento preromano si trovava sul monte dove successivamente è stata edificata la parte più alta e antica di Castel di Sangro. Nel 298 a.C. Aufidena venne conquistata dai romani. Così, l’Alta Valle del Sangro subì la romanizzazione, con tutti i mutamenti sociali, politici ed economici che questo processo comportava. Il lungo periodo di pace interna assicurato dalla conquista romana si interruppe tra gli ultimi decenni del VI secolo e la metà del VII secolo con le invasioni barbariche, che distrussero il centro abitato. Il territorio corrispondente all’attuale Abruzzo fu diviso fra i due ducati longobardi di Spoleto e di Benevento. Per tutto l’alto Medioevo, nonostante il territorio di Castel di Sangro facesse parte del ducato di Benevento, fu l’ordine benedettino, rappresentato dal monastero di San Vincenzo al Volturno, a costituire l’unico vero centro di potere nella zona. Verso la metà dell’XI secolo, l’abitato di Castel di Sangro si trovava nell’attuale sito e per indicarlo comparirono le prime attestazioni del nome Castrum Sari. In questo periodo storico, su Colle San Giovanni, fu eretto un castello sui resti di fortificazioni preesistenti. Con il periodo normanno, l’Alta Valle del Sangro venne unificata al resto del Mezzogiorno. Castel di Sangro, nel XII secolo, dopo essere stato un possedimento della famiglia dei Borrello passò sotto il controllo dei Di Sangro. Nel 1228 le truppe del cardinale Colonna incendiarono e distrussero il borgo e il castello di Castrum Sari per punire l’appoggio dato da Rinaldo II di Sangro all’imperatore Federico II di Svevia. Alla dinastia normanna seguì quella sveva, che regnò fino al 1266, quando subentrarono gli angioini, che divisero l’Abruzzo in due nuove province: l’Abruzzo Ulteriore (cioè, che è al di là rispetto a un determinato punto di riferimento, nel nostro caso il fiume Pescara) e l’Abruzzo Citeriore (cioè, che è al di qua rispetto a un determinato punto di riferimento, nel nostro caso sempre il fiume Pescara). L’Alto Sangro, trovandosi a sud del fiume Pescara, venne inserito nell’Abruzzo Citeriore con capitale Chieti. Intanto, la dinastia dei Di Sangro si estingueva nella linea maschile e tra il XIII secolo e il XVI secolo furono le famiglie dei D’Aquino, dei D’Avalos, dei D’Afflitto e dei Caracciolo a contendersi il dominio di Castel di Sangro e degli altri feudi alto sangrini. Nella seconda metà del XV secolo l’industria armentizia rappresentava la principale fonte di reddito per le popolazioni dell’Abruzzo montano. Castel di Sangro, difatti, trovandosi lungo i percorsi di due importanti tratturi utilizzati per la transumanza, quali il Pescasseroli-Candela e L’Aquila-Foggia, costituiva uno dei principali centri attraversati dalla “Via degli Abruzzi”, l’asse commerciale che attraverso gli altipiani e le valli fluviali dell’Abruzzo interno collegava Napoli alle fiorenti città dell’Italia centrale come Perugia e Firenze. Per tale importanza era stata istituita in Castel di Sangro presso il Convento della Maddalena una pubblica Dogana per il controllo degli animali, interessati alla transumanza, e per il controllo delle merci. Nel 1744 Carlo III di Borbone insignì Castel di Sangro del titolo di Città. Nell’800 il capoluogo comunale fu un centro viario importante anche perché costituiva un passaggio obbligato per quanti, compresi molti stranieri (inglesi, francesi e tedeschi), dovevano attraversare i territori d’Abruzzo e Molise, dall’Adriatico al Tirreno, tanto da essere conosciuto come “Porta d’Abruzzo”. Alla fine del XIX secolo si ebbe il declino della pastorizia transumante. Per quanto riguarda il XX secolo le dirette conseguenze della Seconda Guerra Mondiale furono sofferte dai castellani a partire dal 1943, quando nei pressi delle loro case si assestò il fronte della linea Gustav, a cui seguì, il 7 novembre dello stesso anno, la distruzione del centro abitato compiuta dalle truppe tedesche per rallentare l’avanzata delle forze alleate. Dall’originale sito di Castrum Sari, sorto intorno all’anno 1000 sul declivio, che sovrasta la zona moderna, Castel di Sangro si è espansa ai piedi della rupe a partire dal XIV secolo e soprattutto durante il dopoguerra. I frequenti fenomeni sismici assieme alle guerre hanno fortemente influenzato nei secoli l’esistenza di questo centro cittadino, che, nonostante questo, vanta un centro storico e dei monumenti ben conservati.

 

 

La Basilica di Santa Maria Assunta è il principale edificio religioso di Castel di Sangro. La basilica è collocata nella parte alta della cittadina, la Civita, e nel 1902 è stata dichiarata monumento nazionale. Di origini medievali, fu riedificata in forme barocche tra il 1695 e il 1725 su progetto dell’architetto lombardo Francesco Ferradini. In seguito al terremoto del 1706, fu l’architetto Giovan Battista Gianni a lavorare al consolidamento della struttura. L’impianto è costituito da un vano centrale a ottagono coperto da una cupola rialzata con quattro ambienti di forma rettangolare. Ha una facciata abbellita da logge di santi, da due campanili gemelli laterali, da un maestoso orologio e da un grande portale. L’edificio gode di un antico loggiato quattrocentesco e di un altorilievo trecentesco raffigurante la Pietà all’interno del porticato. Nella parte interna tra le varie opere d’arte si possono ammirare il gruppo bronzeo del Battesimo del Cristo, attribuito alla scuola del Cellini e posto sulla sommità del Battistero, il coro ligneo e l’antico leggio e un bassorilievo in legno, nascondente il corpo di santa Concordia in una nicchia, posti alle spalle dell’altare maggiore, il pulpito in legno e il paliotto quattrocentesco in legno dell’altare dell’Addolorata, raffigurante la vita di Gesù (il paliotto è il rivestimento, che copre la parte anteriore dell’altare). Sempre all’interno sono presenti tele di Francesco De Mura, Domenico Vaccaro, Paolo De Matteis e del Cirillo. Il pregiato organo della basilica fu realizzato nel 1794 da Pasquale D’Onofrio da Caccavone (oggi Poggio Sannita).

 

 

La Chiesa dell’Annunziata o di San Giovanni Battista fu costruita nel 1430 per volere della famiglia Marchesini. Nel XVII secolo subì rimaneggiamenti barocchi, che andarono in parte perduti con il bombardamento del 1943. Sul finire degli anni ’40 la chiesa fu ricostruita in forme settecentesche. La facciata monumentale in pietra è animata da due ordini di lesene. L'interno è a tre navate. Vi sono custodite le reliquie di San Felice. Annesso alla chiesa troviamo l’oratorio del Santissimo Rosario, il quale è fortunosamente scampato dalla rovina delle bombe. Le prime notizie documentarie relative all’oratorio risalgono alla seconda metà del XVII secolo; alla fine del Settecento fu riedificato in forme barocche. Ancora oggi l’oratorio conserva i preziosi intagli degli stalli del coro e la ricca ornamentazione a stucco, che incornicia i dipinti e l’altare dedicato alla Madonna del Rosario. Al Settecento risalgono anche la serie di tele raffiguranti i Misteri del Rosario e gli episodi della vita di San Domenico.

 

 

La Chiesa di San Nicola ha origini antiche, risalenti al XII secolo. Riedificata nel 1736, assunse una veste barocca. Durante la seconda guerra mondiale fu danneggiata tanto da dover essere ricostruita secondo un modello diverso dal precedente. All’interno conserva un dipinto del 1740 di Gaetano Sacchetti de Rubeis ed altre tele riconducibili alla scuola napoletana. Nel 1235 qui si fermò il futuro Papa Celestino V prima di scegliere di vivere da eremita sul monte Morrone.

 

 

La Chiesa dei Santi Cosma e Damiano si trova nei pressi dei ruderi dell’antico Castello e fu edificata con pietre prelevate sul luogo di costruzione. Le sue origini probabilmente risalgono al XII-XIII secolo; fu abbandonata nell’Ottocento, duramente danneggiata durante il secondo conflitto mondiale ed infine ricostruita. Nel 1850 per volere popolare la chiesa fu intitolata ai Santi Cosma e Damiano. Ha una pianta rettangolare con abside posteriore e campanile turrito. L’interno, in stile romanico, è molto sobrio.

 

 

La Chiesa di Orazione e Morte venne edificata nel 1736 per volontà della Confraternita di Morte e Orazione che, già costituita con bolla papale il 14 novembre 1683 nella antica chiesa di Sant’Antonio Abate, si trasferì nella nuova chiesa al tempo della sua edificazione. Di grande pregio ed elevato valore storico-artistico è l’organo, realizzato nel 1714 da Felice Cimino.

 

 

La Chiesa dei Santi Crispino e Crispiniano originariamente era dedicata a San Leonardo e le sue prime notizie risalgono al XVI secolo. Nell’Ottocento viene abbandonata e sconsacrata: il locale divenne magazzino ed in seguito pubblico macello. Nel 1880 la Confraternita dei Santi Crispino e Crispiniano, due calzolai martirizzati sotto l’imperatore Massimiano, acquistò la chiesetta, ne curò il restauro e ne ripristinò il culto, modificandone anche l’intitolazione. È caratterizzata da un portale in stile romanico.  L’interno è costituito da una sola navata con un altare del 1500, appartenente all’antica chiesa della Maddalena.

Meritevoli di una visita sono anche la Chiesa del Rosario, la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, la Chiesa della Madonna degli Eremiti e la Chiesa di Santa Lucia.

 

 

 

Il Convento della Maddalena, come indica l’iscrizione posta sull’architrave della porta d’accesso al chiostro, risale al 1487. Questa data segna l’erezione del Convento e della Chiesa dedicati a Santa Maria Maddalena. Durante gli avvenimenti bellici dei primi anni ’40, la Chiesa venne spogliata di tutti i suoi tesori: altari, stemmi e di un soffitto ligneo del XVI secolo, impreziosito da rosoni e riquadri d’oro zecchino. Il Convento è strutturato su due livelli e si sviluppa intorno al chiostro quattrocentesco, fortunatamente risparmiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e caratterizzato al primo piano da archi a tutto sesto e da affreschi raffiguranti la vita dei francescani, che abitavano il convento. Nel corso degli anni il convento è stato utilizzato per le più dissimili attività, scuola elementare, ricovero per sfollati, carcere, stalla, finché non si è provveduto al restauro architettonico e strutturale, ed oggi ospita il Museo Civico Aufidenate. Il Museo, istituito nel 1898, conteneva i reperti archeologici, rinvenuti a Castel di Sangro e nelle zone limitrofe, in particolare riferibili all’antica Aufidena. Il materiale, perduto durante l’occupazione nazista e parzialmente recuperato nel corso degli anni, è stato nuovamente raccolto all’interno del Museo nel 1999. Il Convento ospita anche il War museum - Ten.Gen. Rolando Giampaolo, museo specialistico della linea Gustav, dedicato al Ten.Gen. Giampaolo (medaglia d’argento al valor militare), e il Museo internazionale della pesca a mosca Stanislao Kuckiewicz.

 

 

 

La Civita è il quartiere più alto e antico della città, dove si trova la Basilica di Santa Maria Assunta. È costituita da case fortificate risalenti al XVI secolo. Si distingue il Palazzo De Petra, che prende il nome dall’antica famiglia nobiliare De Petra, che possedeva beni feudali in Campania, Abruzzo e Molise fin dal tempo della dominazione normanna dell’Italia meridionale. È noto anche come palazzo del leone per via della scultura in pietra, ancora oggi conservata nel cortile di accesso, che riproduce appunto un leone, simbolo della famiglia nobiliare De Petra e detto il Marzocco, che con la zampa destra artiglia un capo mozzato. Il palazzo risale al XIII secolo. Le sue strutture hanno subito modifiche e rifacimenti nel corso dei secoli per via di incendi, terremoti e anche della guerra, ma conserva ancora intatte delle belle bifore in pietra, bassorilievi, che riproducono tra l’altro l’emblema del leone, e una torretta merlata. I locali del palazzo oggi ospitano la Pinacoteca Patiniana, che conserva numerose opere del noto pittore, esponente del realismo italiano, Teofilo Patini, nato a Castel di Sangro nel 1840 e morto a Napoli nel 1906 e che è stato forse il pittore, che meglio ha interpretato la dura vita dei contadini e dei pastori abruzzesi.

 

 

Il Castello è stato costruito nell’XI secolo su Colle San Giovanni, sui resti di fortificazioni preesistenti. Il Castello di Castel di Sangro serviva da presidio militare, ma fu abbandonato nel XV secolo. Del Castello rimane la pianta quadrata irregolare, delimitata dalle basi di tre torrioni circolari. In mezzo alle torri, si trova la chiesa dei Santi Cosma e Damiano.

 

 

Esiste nella Civita una Neviera ben conservata, con struttura integra, che serviva per raccogliere la neve, da utilizzare in estate per conservare i cibi, per le malattie negli ospedali e farne gelati (sorbetti). Questa Neviera è l’unica esistente in Abruzzo, mentre negli altri paesi è rimasta soltanto la denominazione del luogo.

La piazza più centrale della cittadina è Piazza Plebiscito, distrutta dall’ultima guerra e ricostruita nel 1949 con un impianto completamente nuovo. Oltre alla Chiesa di San Giovanni Battista, vi si trova una fontana, risalente al 1898 (riposizionata però nel 1974).

 

 

Il borgo medievale di Roccacinquemiglia, frazione di Castel di Sangro, è adagiato sopra uno sperone roccioso e si trova lungo la strada statale, che collega Castel di Sangro a Roccaraso. Qui furono fondati dai monaci benedettini di San Vincenzo al Volturno nell’anno 703 la Chiesa e il Monastero di Santa Maria di Cinquemiglia, di cui oggi restano solo alcuni ruderi. Nei pressi del monastero si raccolse intorno all’anno Mille il nucleo abitato di Roccacinquemiglia. Il borgo nel corso dei secoli ha mantenuto la struttura circolare formatasi attorno al Castello, dove più tardi venne costruita nella parte più alta la Chiesa di San Giovanni Battista. La Chiesa fu riedificata nel Cinquecento. Nel 1943 il paese venne distrutto dalle truppe tedesche in ritirata. A testimonianza di tali fatti d’armi resta la diruta chiesa di San Giovanni Battista, di cui si conserva il solo campanile. In contrada Serra del Monaco sono presenti resti di mura ciclopiche riferibili ad una fortificazione di una città sannita.

Il patrono di Castel di Sangro è San Rufo e si festeggia il 27 agosto.

Tra le attività tipiche di Castel di Sangro è possibile annoverare quella della tessitura, vengono prodotti tappeti e arazzi di pregio, arricchiti con figure geometriche.

 

 

Tra le specialità culinarie segnaliamo i “cazzarielli e fagioli”, simile per certi versi alla pasta e fagioli napoletana, ma più brodosa, e la “pigna”, una ciambella molto particolare, fatta da uova, burro, zucchero, farina, limone grattugiato, anice o sambuca e lievito di birra, che viene fatta lievitare e infine cosparsa di tuorlo d’uovo sulla superficie.

La casa editrice “Gambero Rosso” nella sua guida “Ristoranti d’Italia 2018” ha assegnato il primo posto proprio ad un ristorante di Castel di Sangro: il “Reale” dello chef Niko Romito, che, secondo la guida, rappresenta il meglio della ristorazione italiana, è un grande cuoco, un grande imprenditore e un grande maestro.

 

I ragazzi del Quadrifoglio