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Ambiente

"Abetina di Rosello": la riserva naturale Regionale

Viaggio in una natura da riscoprire

           

La Riserva naturale Regionale "Abetina di Rosello", nata come Oasi WWF nel 1992, è un’area naturale protetta dell'Abruzzo, istituita nel 1997. La Riserva è gestita dalla Società SILVA s.r.l. ed è sita nei pressi del centro abitato di Rosello in provincia di Chieti. La Riserva si estende nel territorio del Medio Sangro al confine tra l'Abruzzo e il Molise, dove scorre il Turcano e ha una superficie di 211 ettari. L'Abetina si trova in un comprensorio montano poco abitato ad alto valore naturalistico e paesaggistico; la sua altitudine varia tra gli 850 metri e i 1.179 metri di Monte Castellano.

Questa Riserva è costituita in gran parte da abete bianco, una pianta presente maggiormente sulle Alpi e più rara sugli Appennini, e proprio qui ha sede il Centro di Studi e Documentazione sugli Abeti Mediterranei. Nella Riserva si trova un abete bianco, che con i suoi 47 m di altezza è l’albero spontaneo più alto d’Italia. L’abetina di Rosello è il nucleo meglio conservato di abeti bianchi in Italia. Nella riserva gli abeti sono alti mediamente circa 40 m invece di 35 m, perché, trovandosi in una valle stretta, tendono a salire per prendere più luce. Oltre all’abete in questa riserva troviamo anche il faggio, il tasso e il raro acero di Lobelius; nel sottobosco si trovano l’agrifoglio e il pungitopo, mentre tra i fiori si annoverano il giglio martagone e numerose specie di orchidee selvatiche. Nella Riserva trovano posto anche le liane, lunghi e resistenti vegetali, che sono oggetto di attenzione da parte degli studiosi e che raggiungono dimensioni considerevoli, anche superiori a 20 cm di diametro e probabilmente sono secolari. Le liane contribuiscono ad assorbire una notevole quantità di anidride carbonica.

 

 

Per quanto riguarda la fauna, vivono in questo bosco il gatto selvatico, la martora, la donnola, lo scoiattolo, il cinghiale, il lupo, l’orso, il cervo e rapaci come l’astore, l’allocco e il gufo comune; tra gli uccelli sono presenti anche il fringuello, la ghiandaia e varie specie di picchi; tra gli anfibi troviamo la rana italica, la rana dalmatica, la salamandra pezzata e la salamandrina dagli occhiali.

Una piccola area faunistica vicino l’ingresso della Riserva ospitava caprioli e rapaci.

La Riserva è attraversata dal torrente Turcano, affluente del fiume Sangro, nelle cui acque limpide vive il gambero di fiume, specie sempre più rara.

Per visitare l’abetina c’è il percorso natura (1 km), che da Fonte Volpona si inoltra nella Riserva e permette di osservare alcuni antichi e maestosi abeti, e il percorso escursionistico (7 km) praticabile a piedi, a cavallo, in mountain bike o con gli sci nella stagione invernale. Il percorso escursionistico attraversa il bosco e permette un’osservazione dall’alto della Riserva. Da Fonte Volpona si risale fino a valicare il Colle Tasso. Si discende al Torrente Turcano che taglia l'Abetina. In questa zona si incontrano gli abeti più imponenti.

Sono presenti un’area picnic all’ingresso della Riserva e un’area di sosta per attività didattiche a Fonte Volpona. Vi è inoltre la possibilità di effettuare visite ed escursioni guidate.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

Monteferrante è un comune italiano di 135 abitanti della provincia di Chieti in Abruzzo ed è ubicato a 837 m di altezza. Fa parte della Comunità montana Valsangro. Sorge su un colle roccioso, panoramico, alla destra del fiume Sangro. Il suo territorio è ricoperto di grandi boschi e pascoli. Il nucleo abitato, sorto attorno al castello medievale, si presenta con le case “aggrappate” alla roccia.

Nel corso dei secoli è stato chiamato Munt’frand (1150), Mons Ferrantus (1279), Castel Ferrando e Castelferrando (1290), Mons Ferrandus (1320), Monte-ferrando (1436), Monte Ferrante (1447), Mons ferrans (1481), Mons Ferdinandus (1600 – 1700) ed infine Monteferrante. La prima parte del nome, “Monte”, deriva naturalmente dal luogo su cui si appoggiano tutt’ora le case più antiche. La tradizione vuole che la seconda parte del nome derivi da re Ferrante I d’Aragona, il quale concesse il possesso del paese ai figli di Marino Caracciolo nel 1468, però il nome esisteva già prima e ci sono anche altre interpretazioni, come quella che vuole che il nome “Ferrante” derivi dall’antico nome francese del mantello grigio-ferro dei cavalli “ferrant” o quella che vuole far derivare la seconda parte del nome del paese dalla "ferrea" fortificazione del paese.

Durante il periodo estivo, in virtù del rientro dei cittadini che vivono all'estero e grazie ai numerosi turisti, la popolazione raggiunge circa i 400 abitanti. È un luogo di soggiorno perfettamente inserito nell'ambiente naturale, ricco di valori paesaggistici; è una terrazza sulla valle del Sangro che offre la possibilità ai visitatori di godere uno stupendo e incantevole panorama, che spazia dal lago di Bomba alla Maiella. Il borgo si caratterizza non solamente per la natura lussureggiante che lo circonda, ma anche per il grande valore storico e culturale del suo abitato. E’ un luogo ideale per effettuare percorsi campestri grazie alla particolare visuale paesaggistica e ai forti valori ambientali.

Nella parte alta del paese di intravedono i pochi ruderi dell’antico castello della famiglia dei Sangro. Le informazioni di questo castello restano quasi esclusivamente nella memoria popolare come luogo in cima al colle. Rimangono invece alcune tracce delle antiche mura, dove sono ancora visibili una piccola porta d’accesso collegata alla chiesa di San Giovanni Battista ed un breve tratto di fortificazione.

 

 

La chiesa di San Giovanni Battista Decollato è di antiche origini e modificata ed ampliata più volte dal XVII sec. Attualmente è visibile la facciata così come restaurata nel 1927. La chiesa ha un discreto portale ed una torre campanaria a base quadrata in pietra, mentre gli interni sono di tipo barocco.

Al centro della piazza principale vi è una fontana monumentale di acqua minerale di libero accesso e che attira molti visitatori, in quanto dalla fontana sgorga acqua oligominerale utilizzata per la calcolosi renale e per le diete povere di sodio.

Nei pressi, in un bosco di cerri, faggi e abeti vi è la chiesa di Santa Maria del Monte.

 

 

Il parco eolico di Monteferrante è un impianto di produzione di energia eolica situato nel territorio comunale di Monteferrante e fa parte del Comprensorio eolico Alto Vastese. L'impianto è stato realizzato inizialmente nel 2001 con l'installazione di 30 aerogeneratori da 600 kW e completato nel 2002 con l'installazione di altre 11 macchine analoghe.

Tra le tradizioni del paese ricordiamo quella delle “Tavole di San Giuseppe” il 19 marzo in occasione della festa di San Giuseppe, quando le famiglie che intendono assolvere un voto o una devozione imbandiscono una tavola nella propria casa e la mettono a disposizione di parenti e altri ospiti. I cibi vengono consumati in piedi recitando litanie liturgiche cristiane.

Vi è poi il 17 agosto la “Sagra delle Conche”, alla quale abbiamo partecipato l’estate scorsa, quando è stata organizzata una gita a Monteferrante, vicino a Rosello, per assistere proprio alla sagra delle conche. Le conche sono dei recipienti in rame, che le donne anticamente usavano per trasportare l’acqua, portandole sulla testa.

Siamo partiti dalla struttura intorno alle 5 del pomeriggio con due pulmini ed eravamo tutti molto contenti. Il viaggio è stato molto bello, perché abbiamo potuto ammirare il paesaggio della Val di Sangro con la vallata e le montagne, ed è durato circa mezz’ora. Arrivati in paese, abbiamo parcheggiato i pulmini e ci siamo subito recati nella piazza principale, al cui centro abbiamo potuto ammirare la bella fontana, da cui sgorga l’acqua molto rinomata nella zona.

Purtroppo è iniziato a piovere un po’ e abbiamo preso riparo sotto un gazebo nella piazza; in ogni caso questo non ha ostacolato la manifestazione, infatti dopo una breve attesa è iniziata la sfilata delle donne abruzzesi in abiti tipici ed ognuna portava sopra la testa una conca ricolma di fiori.

Finita la sfilata, ha avuto luogo un’asta, in cui si poteva fare un’offerta per dei pacchi a sorpresa. A noi è capitato un pacco con della pasta, dell’aceto balsamico e un pacco di biscotti, questi ultimi naturalmente li abbiamo subito assaporati.

Dato il maltempo, si è deciso, grazie alla gentile disponibilità del sindaco di Monteferrante, di cenare in una saletta del municipio e lì ci siamo diretti e sistemati, ma poi il tempo è migliorato e siamo nuovamente tornati in piazza, dove sono stati allestiti dei tavoli per la cena. E così tutti insieme abbiamo mangiato pennette con pomodoro e pancetta, porchetta, frittata e tanto cocomero.

Finita la cena, è iniziato lo spettacolo, abbiamo ballato tutti insieme in piazza, anche con l’altra gente intervenuta alla festa, abbiamo fatto anche dei balli di gruppo e poi c’è stata l’esibizione di un comico molto divertente.

Alla fine dell’esibizione siamo risaliti sui pulmini, tutti molto soddisfatti della bella serata passata insieme.

Consigliamo a tutti una visita a Monteferrante tra storia e natura.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

Nella Provincia di Chieti nella valle del Sangro ad una trentina di chilometri dalla costa adriatica si trova il Lago di Bomba, un lago artificiale, posto a circa 260 m s.l.m. e nato dallo sbarramento del fiume Sangro, che funge tanto da immissario quanto da emissario del bacino idrico. La diga, che presenta una lunghezza del coronamento di 681 m, è stata realizzata in terra battuta per produrre energia elettrica, che viene convogliata a Roma. Si tratta di una tra le più grandi dighe costruite in Italia con questa tecnica e la prima di questo tipo in Europa. Il lago è lungo circa 7 chilometri con una larghezza media di 1 chilometro e mezzo, una profondità massima di poco superiore ai 57 metri ed ha una capacità di poco meno di 70 milioni di metri cubi di acqua con una superficie totale di circa 10 km². Il lago comprende il territorio di diversi comuni, oltre a quello di Bomba, raramente nelle cartine viene indicato come Lago del Sangro; nelle varie indicazioni stradali presso i rispettivi comuni è indicato anche come: Lago di Villa Santa Maria, Lago di Pietraferrazzana, Lago di Colledimezzo e Lago di Pennadomo. Sul lato occidentale del lago, accanto alla diga, c’è una gola rocciosa, che separa la parte lunga del lago, quella più conosciuta, da un altro tratto di forma circolare, che si trova nel comune di Pennadomo.

La diga venne progettata nel 1950 dietro domanda dell’ACEA (Azienda Comunale Energia e Ambiente, l’azienda romana fornitrice di acqua ed energia e specializzata nel trattamento dei rifiuti), che richiedeva l’utilizzo delle acque del Sangro per alimentare una centrale idroelettrica. I lavori di costruzione iniziarono nel 1956 e terminarono nel 1961. Le paratoie furono chiuse nel 1962 e lentamente il livello dell’acqua cominciò a crescere fino a formare, in sei mesi, il lago attuale. Per consentire la realizzazione dell’opera, gli espropri ammontarono a più di un milione e mezzo di metri quadrati. Per realizzare la diga, costruita in corrispondenza del monte Tutoglio, si utilizzarono materiali alluvionali del fiume stesso. Il bacino di invaso ricade interamente nelle argille scagliose (che sono delle rocce sedimentarie, costituite da una matrice argillosa, che tende a suddividersi in piccole scaglie, tra le quali si trovano immersi frammenti di altre rocce). Solo in corrispondenza del fianco sinistro della diga vi è un massiccio calcareo, in cui furono ubicate le opere di scarico. Dal lago di Bomba attraverso delle condotte forzate l’acqua viene convogliata, insieme a quella del fiume Aventino, raccolta nell’invaso artificiale di Casoli, fino alla centrale idroelettrica Sant’Angelo, situata a 117 m di altezza in località Selva d’Altino. Le opere di scarico furono dimensionate per smaltire una portata di massima piena dell’ordine di 2000 m³/s. In sostituzione del tronco della Ferrovia Sangritana, che correva lungo il fondo valle, fu costruita una nuova sede fuori dell’invaso: tale variante, compresa tra le stazioni di Bomba e di Colledimezzo, ha una lunghezza di circa 7 km.

 

 

Recarsi al lago di Bomba può essere senza dubbio un’esperienza unica ed affascinante per riscoprire il contatto con la vera natura, optando per la pace e la tranquillità. Si tratta di un contesto ideale per trascorrere qualche piacevole giornata in estate, godendo del sole e della splendida vista delle montagne circostanti, tra cui il massiccio della Majella visibile dalla sponda est, che è anche la sponda più accessibile per via della strada, che costeggia il lato del lago, mentre il lato ovest ha meno zone libere. L’ambiente è ricco di vegetazione e tutto intorno è un susseguirsi di basse e verdeggianti collinette con zone di nuda roccia, che interrompono gli spazi boschivi. Le acque del lago di Bomba sono limpide e di buona qualità, i fondali sono di argille, fanghi e rocce, le sponde scendono gradatamente e sono facilmente percorribili, spesso spoglie, rocciose e sassose, talvolta con erbai bassi e radi; ed anche se in alcuni tratti non mancano zone di arbusti intricati, che si spingono fin sulle rive, l’accessibilità non è mai un grosso problema. Dalle rive del lago di Bomba è possibile seguire alcuni percorsi suggestivi, immersi nella natura, percorribili anche in bicicletta. Le stradine sono generalmente sterrate e talvolta presentano dei tratti asfaltati. Il percorso prevede un giro completo del bacino lacustre. Il lago di Bomba è anche campo di gara ufficiale di canottaggio e nel 2009 si sono svolte le gare di questo sport nell’ambito dei Giochi del Mediterraneo di Pescara. Nel settembre 2010 è stato sede dei campionati italiani assoluti di canoa e kayak. Inoltre vi si svolgono gare di pesca e attività di windsurf e sci acquatico, ma anche, nelle colline intorno al lago, di trekking e free-climbing, vi si organizzano gite in battello e in pedalò, soprattutto durante la stagione estiva. Inoltre le acque del lago sono ricche di fauna ittica: cavedani, carpe, persici reali, tinche, pesci gatto, anguille, trote, carassi, scardole e alborelle. La stagione più favorevole all’attività di pesca va da aprile a fine ottobre, periodici ripopolamenti consentono agli appassionati di avere sempre a disposizione una buona quantità di pesce. Purtroppo negli ultimi anni sta diventando infestante, come in tutte le acque, in cui si svolgono gare di pesca e vengono quindi effettuati ripopolamenti a tal fine, la presenza del Carassio, che va togliendo spazio alle specie indigene. Comunque, anche se non paragonabile a quella di qualche anno fa, la pescosità resta piuttosto buona. Nelle vicinanze del lago sorgono diversi piccoli borghi, pittoreschi e interessanti da visitare, da alcuni dei quali si può godere della splendida vista sul paesaggio circostante e sul lago stesso. Tra tali borghi ricordiamo Bomba, Colledimezzo, Pietraferrazzana, Villa Santa Maria e Pennadomo, che sono in grado di accogliere i turisti nelle loro strutture ricettive.

 

Foto: Visita al Lago di Bomba - Agosto 2017

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

Il Lago di Serranella si trova nei Comuni di Casoli, Altino e Sant'Eusanio del Sangro in provincia di Chieti alla confluenza fra i fiumi Sangro ed Aventino in una posizione prossima alla costa adriatica. Proprio grazie a questa sua posizione, è una delle aree più importanti per la sosta degli uccelli migratori. Nasce come Oasi WWF nel 1987 per diventare nel 1990 Riserva Regionale.

L'area si estende per circa 302 ettari (+ 200 di fascia di rispetto) nella bassa vallata del Sangro. Il Lago di Serranella è un invaso artificiale creato nel 1981 per scopi irrigui ed industriali ed è diventato in breve tempo una palude ricca di vita e importante per la sosta degli uccelli migratori.

La Riserva ha una grande ricchezza di vegetazione, legata agli ambienti acquatici. La vegetazione più rappresentata è ovviamente quella palustre con un esteso canneto a cannuccia di palude. Vi è poi la tifa di Laxmann insieme alla tifa minore, piante alquanto rare nella regione. Vicino alle sponde del lago si incontrano il salice da ceste, il salice rosso e il ripaiolo che lasciano poi spazio al salice bianco e al pioppo bianco, soprattutto sul torrente Gogna. In aree vicine alle sponde domina l’ontano nero. Vicino al torrente Gogna si è conservato un lembo di bosco con olmo campestre e farnia, una quercia un tempo molto diffusa negli estesi boschi di pianura. Fra le specie più rare va ricordata l’Epipactis palustris, un’orchidea rara, la brasca a foglie opposte e la zannichellia, mentre nel sottobosco vive la clematide viticella, una rara liana, il cencio molle e la carice falso-cipero, di cui Serranella è la terza località nota in Abruzzo.

L’aspetto naturalistico più importante della Riserva di Serranella è la notevole ricchezza avifaunistica. Sono state censite oltre 200 specie di uccelli, di cui alcune molto rare, come falco pescatore, cicogna nera, mignattaio, gru, fenicottero, marangone, spatola, airone bianco maggiore e cormorano. Nel periodo di migrazione e svernamento il lago è frequentato da un numero elevato di uccelli, in particolare anatre, folaghe e trampolieri. Le specie nidificanti sono oltre 70 tra le quali germano reale, nitticora, cannareccione, tarabusino e, irregolarmente, codone, scelto anche quale simbolo dell’area protetta. Nei campi coltivati e nelle aree cespugliate si riproducono la cappellaccia, l’upupa, l’occhiocotto e l’averla capirossa. Le aree boscate sono frequentate da picchio verde, picchio rosso maggiore, poiana e nibbio reale. Tra i mammiferi, la volpe, il tasso, la faina e il moscardino risultano comuni, meno frequenti la puzzola e il topo quercino. Negli ultimi anni si sono osservati anche il capriolo e la nutria. Di recente è stata rilevata la presenza di qualche esemplare di lupo. La fauna ittica è rappresentata da diverse specie, soprattutto legate ai fondali melmosi, come tinca, carpa, anguilla, barbo, cadevano e cobite.

 

 

Nei pressi del Centro visite sono situate le aree faunistiche delle testuggini terrestri e palustri e l’area faunistica delle anatre con funzioni educative e di conservazione.

La Riserva è aperta tutto l’anno. È possibile effettuare vari percorsi guidati ed educativi nei giorni feriali e festivi su prenotazione, nella mattinata e nel pomeriggio.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

Atessa (L’Atésse in dialetto atessano) è un comune di 10.575 abitanti della provincia di Chieti in Abruzzo e si snoda su un rilievo a forma di mezzaluna. Fa parte della Comunità montana Valsangro ed è il più grande comune della provincia per estensione. Si trova nella bassa valle del fiume Sangro e i suoi territori degradano dolcemente fino a raggiungere la vasta piana alluvionale del Sangro. La quota minima è di 55 m s.l.m., a cui si giunge sulle rive del fiume, mentre quella massima è di 876 m s.l.m. nei pressi della località Fonte Campana con un dislivello di oltre 800 metri: un passaggio, che varia dai caratteri di pianura a quelli di bassa, media e alta collina. L’altitudine del municipio è di 435 m s.l.m.

Le origini di Atessa si fanno risalire alla leggenda di San Leucio e di un gigantesco drago. Quest’ultimo sarebbe vissuto nel vallone di Rio Falco, che separava i due colli, su cui sorgevano i nuclei abitativi di Ate e Tixa. Secondo la leggenda il drago seminava il terrore nella zona, tanto che neppure i lupi osavano frequentare i luoghi della sua dimora, ed esigeva dagli abitanti dei due paesi un tributo di carne umana per il suo pasto giornaliero, pena la devastazione degli abitati e il massacro della popolazione. Solo l’arrivo di Leucio, vescovo di Brindisi, pose fine al sacrificio di tante vite innocenti. Sorretto dalla forza della fede, il vescovo riuscì a uccidere la bestia e a portarla fuori dalla grotta, in cui si rintanava. Le due città di Ate e Tixa furono così riunite in Atessa. Al popolo venne donato il sangue nero del drago per esorcizzare i mali e per curare le malattie. Del corpo della bestia, San Leucio lasciò solo un’enorme costola, che volle fosse conservata in eterno dentro una chiesa da edificare e intitolare a suo nome. In effetti, la cattedrale della città è intitolata proprio a San Leucio e vi si conserva una reliquia, che la devozione popolare ritiene essere la costola del drago. I dati in nostro possesso non ci permettono di fissare coordinate storiche ben precise sulla figura di San Leucio, che probabilmente è vissuto tra la fine del IV secolo e l’inizio del V secolo.

Le vere origini di Atessa secondo alcune fonti risalgono al V secolo d.C. dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. In seguito fu feudo di vari signori tra cui: dei Courtenay o Cortinaccio, di Filippo di Fiandra, dei Maramonte, del Conte di Monteodorisio, del re Ferrante e dei Colonna. Dopo la fine del feudalesimo il territorio versò in miseria. Successivamente si ebbe una breve ripresa sotto il casato dei Borbone, ma una successiva epidemia di colera, che colpì il paese tra il 1816 e il 1817 portò di nuovo il paese in miseria. Nel 1860 la cittadinanza partecipò con grande entusiasmo all’unità d’Italia ma, in seguito, dovette fare i conti col brigantaggio. Nella prima metà del XX secolo il paese partecipò alle due guerre mondiali, perdendo 135 paesani nella prima e 79 militari e 21 civili nella seconda guerra mondiale. In seguito, negli anni settanta e ottanta del XX secolo, la zona subì una radicale trasformazione economico-sociale per via dello sviluppo industriale della Val di Sangro.

Oltre allo sviluppo economico con l’apertura del complesso industriale Honda-Sevel, la città vanta un grande patrimonio storico e artistico, essendo una città molto fiorente durante il Medioevo, prediletta inoltre dalla regina Giovanna II di Napoli nel XV secolo. La città conserva perfettamente il centro storico di stampo rinascimentale-seicentesco, con sparuti resti delle antiche mura medievali nelle porte urbiche di San Michele, di San Giuseppe, di San Nicola e Santa Margherita. La città si divide in due tronconi: il primo è quello più antico, rappresentato dalla mole della Cattedrale di San Leucio, e al suo estremo, verso la piana del Sangro, dalla chiesa fortificata di Santa Croce; mentre il secondo troncone è attraversato dal corso Vittorio Emanuele e passa, attraverso l’Arco ’Ndriano (ex Porta San Nicola), da Piazza Garibaldi al colle di San Cristoforo con la colonna votiva innalzata sulla cima, dove si trova anche la villa comunale.

 

 

Il Duomo di San Leucio del XIII secolo è la chiesa patronale di Atessa ed è intitolato a Leucio d’Alessandria, primo vescovo di Brindisi. La prima chiesa intitolata a San Leucio risale all’874. Si ha notizia di un restauro avvenuto nel 1312, in occasione del quale sarebbero stati realizzati il rosone dalla scuola lancianese di Francesco Petrini e le rappresentazioni simboliche dei quattro evangelisti sulla facciata. Una nuova ristrutturazione nel 1750 portò all’ampliamento a cinque navate, alla costruzione del campanile e al rifacimento della facciata. Con un’invasiva opera di restauro nel 1935 fu ripristinata su commissione della Soprintendenza abruzzese l’originale facciata medioevale con un timpano triangolare. Due rampe di accesso congiungono la superficie stradale con i tre portali. Di questi ultimi, tutti a sesto acuto, quello centrale presenta una decorazione più ricca. In asse con il portale, proseguendo verso l’alto, si trova una nicchia contenente una statua di San Leucio, che a sua volta è affiancata da altre due per lato, nelle quali sono rappresentati i simboli degli evangelisti. Il rosone a raggi è sormontato da una piccola edicola contenente la scultura dell’agnello sacrificale.

 

 

L’ambiente interno, alquanto ampio in larghezza, ma piuttosto ridotto in lunghezza, è interamente rivestito di decori tardo-barocchi dalla tonalità rosso-bruno, oro, beige e grigio, imitando le vene naturali del marmo. Alle pareti laterali è addossata una serie di tredici altari in marmo, sopra i quali sono apposti quadri ad olio con figure di santi, molti dei quali ex voto. Nella navata centrale campeggia un pulpito riccamente intagliato in noce, un altrettanto decorato coro ligneo, una cattedra prepositurale (cioè, un trono, su cui siede il prevosto, parroco dotato di preminenza su altri parroci) e la cassa dell’organo, opere dei fratelli Mascio di Atessa e risalenti al XVIII secolo. Lo scranno centrale è sovrastato da una tela di Ludovico Teodoro, raffigurante San Leucio, datata 1779. Gli affreschi, che decorano la volta, sono opera di Teodoro Trentino e dell’atessano Ferri, riconducibili al XVIII e XIX secolo. Presso la sacrestia si trova una costola fossile del mitico “dragone”, in realtà appartenente ad un mammifero di grossa taglia, probabilmente donato alla chiesa come ex voto in epoca medioevale. Il cosiddetto “tesoro” della chiesa di San Leucio è costituito da opere di oreficeria, materiale archivistico, un ricco corredo di paramenti, statue, arredi, candelabri e tessuti ricamati, messi insieme dalla devozione dei fedeli locali e dal clero. Spiccano, in particolare, l’ostensorio in argento dorato di Nicola da Guardiagrele del 1418, lavorato a cesello e bulino e con smalti e lavorazioni in filigrana, su cui sono rappresentate varie figure, che culminano con San Michele, che brandisce la spada. Sono poi da ricordare la croce processionale, anch’essa attribuita a Nicola da Guardiagrele, il busto di San Leucio in argento dorato, fuso a Roma nel 1731, ma terminato solo nel 1857, e i messali miniati del XV e XVI secolo, a cui si aggiungono libri corali, pergamene, cartegloria, calici, croci, reliquiari e gioielli, donati da privati come ex voto per la grazia ricevuta.

 

 

La Chiesa di Santa Croce del XIV secolo è una chiesa medievale fondata su una cappella del Mille. È una delle più antiche chiese della città di Atessa ed è situata sull’estremità del colle Tixa, uno dei primi nuclei abitativi della città. Dopo restauri settecenteschi, la chiesa oggi presenta una facciata con un caratteristico paramento murario a pietre a vista. Sotto il rosone gotico si trovano due finestre barocche, una monofora romanica e il portale a sesto acuto. A lato della facciata vi è il robusto campanile settecentesco in cotto con una grande cella campanaria sulla sommità. L’interno stuccato in stile barocco ha una pianta basilicale con tre navate senza cappelle laterali e sulla controfacciata è dislocata la cantoria lignea, decorata con pitture monocrome, che accoglie un organo ottocentesco. L’abside quadrangolare, coperto da una cupola senza lanterna, è delimitato da una balaustra semicircolare in marmi bicromatici. Sotto l’arco absidale vi è il moderno altare maggiore in legno, fiancheggiato da un ambone (la tribuna sopraelevata, dalla quale vengono proclamate le letture) della stessa fattura. Tra le altre opere di pregio si possono annoverare la piccola statua lignea di Maria Santissima delle Grazie, le statue di San Francesco d’Assisi (1885) e dell’Immacolata Concezione (1889) dell’artista atessano Gabriele Falcucci e due statuine raffiguranti i Santi Andrea e Lorenzo, poste vicino al fonte battesimale.

 

 

Il Convento di San Pasquale con annessa Chiesa di Santa Maria degli Angeli, edificato tra il 1408 e il 1431 e ubicato in località Vallaspra, è un monastero, frequentato dai pellegrini del tratturo di Fara San Martino, usato anche nel XVII secolo come lanificio. La chiesa ha facciata ampia con frontone. Un grande arco introduce il portico medievale, mentre all’interno vi è un chiostro rinascimentale. La chiesa ha un interno barocco con il soffitto a cassettoni lignei decorati.

 

 

La Chiesa della Madonna Addolorata è una chiesa del XVII secolo, ristrutturata dopo la guerra. Ha un impianto rettangolare a navata unica. Sulla facciata vi sono due nicchie con statue raffiguranti San Martino di Atessa e San Gabriele dell’Addolorata.

Tra le altre architetture religiose ricordiamo: la Chiesa della Madonna della Cintura (XIV secolo), la Chiesa di San Pietro (1467), la Chiesa di San Vincenzo Ferrer (1847), ubicata in contrada Montemarcone, la Chiesa di San Rocco (XVII secolo), la Chiesa di Sant’Antonio (XVII secolo), la Chiesa di San Michele (XVIII secolo) e la Chiesa di San Domenico (1566).

Passiamo ora alle architetture civili.

 

 

Casa De Marco, risalente almeno al XV secolo, si suppone fosse il castello medievale, successivamente ampliato e poi trasformato in residenza nobile nel XVIII secolo. Ha l’esterno fortificato, caratterizzato da un’antica finestra ad arco acuto, che in alto è contornata da una ricca ed aggettante cornice, che è decorata con motivi vegetali e che presenta agli estremi dei capitelli pseudo-corinzi, mentre in basso ai lati ha due leoni su mensole. La finestra è attribuita da alcuni storici locali alla scuola lancianese del Petrini. Oggi ospita il Museo Etnografico.

 

 

Palazzo Marcolongo, situato in Largo Castello e costruito nel 1724, è l’unico esempio ad Atessa di barocco napoletano ed è arricchito da un bel portale.

Tra gli altri palazzi di interesse architettonico abbiamo Palazzo Coccia-Ferri, che si trova nel quartiere San Michele, risale al 1569 ed è una struttura signorile, modificata nel corso del tempo, perdendo parte dell’arte tipica rinascimentale originale, e Palazzo Spaventa, che si trova in piazza Garibaldi, realizzato in laterizio e bugne, risalente al XIX secolo, fatto costruire dai parenti del famoso Silvio Spaventa, politico e patriota italiano, e danneggiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.

 

 

L’Arco 'Ndriano o Porta San Nicola è la più grande porta della città di Atessa e la sua origine risale all’anno mille. Nella seconda metà del settecento, in conseguenza ad un totale stato di abbandono, la porta fu abbattuta e la nuova porta neoclassica fu terminata il 21 settembre 1780. Si trova lungo Corso Vittorio Emanuele e faceva parte della cinta muraria di Atessa. Essa avviava alla strada per la piazza della chiesa di San Rocco, è realizzata in laterizio con alcuni inserimenti in pietra, ha uno spessore molto ampio ed ha un rialzo superiore, inizialmente utilizzato come appartamento delle guardie e successivamente come abitazione privata.

 

 

La Porta di Santa Margherita si trova nel quartiere di Santa Croce. Il fornice alla base è collegato, tramite una ripida scalinata, ad un sentiero dove sono ancora visibili alcuni resti del circuito murario e tramite il quale si accede alla vicina Porta di San Giuseppe. La datazione è incerta, da alcuni viene fatta risalire al VI secolo, mentre da altri all’XI. Al contrario si può confermare la sua esistenza nel XIV secolo, quando immediatamente fuori le mura ed adiacente alla porta, venne eretta la chiesa di Santa Margherita, dalla quale prende il nome la porta stessa. La chiesa verrà poi adibita a ricovero per viandanti e bisognosi, fino a scomparire del tutto. Agli inizi del XV la porta ed il relativo sito vengono adibiti a presidio militare per il controllo dei numerosi banditi. Questo comportò alcune modifiche nella struttura architettonica della porta, quali l’inserimento di elementi come la balaustra e le feritoie. Nel XX sec. la porta fu oggetto di restauro conservativo e consolidamento strutturale. La porta era importante per il collegamento ed il commercio con le città di Lanciano, Chieti e la costa.

Tra le altre porte ricordiamo anche Porta San Michele o Porticella e Porta San Giuseppe o delle Fonti, che fanno parte delle 8 porte, da cui era accessibile la cinta muraria di Atessa.

 

 

La Colonna di San Cristoforo si trova sulla cima dell’omonimo colle a ridosso di piazza Garibaldi, il centro cittadino. Venne costruita in onore di San Cristoforo per invocare protezione dalla peste nel 1657. Venne restaurata nel 1955 a causa dei gravi danni subiti durante la seconda guerra mondiale. È realizzata in laterizio ed è composta da due piani a quattro facce, ognuno dei quali presenta degli archi a tutto sesto e in cima ai quali poggia la statua del Santo.

La Fontana Grande risale al 1460 e non è in buono stato di conservazione. La fontana è realizzata in conci di pietra calcarea ed è alta circa tre metri con 20 aperture, in cui si poteva porre il secchio o la conca per prelevare l’acqua.

 

 

Un’altra fontana di interesse è posta nella centralissima Piazza Oberdan, dove dal 2005 è stata installata la fontana ideata dal grande maestro Giò Pomodoro. La piazza è nota da sempre come Piazza della Fontana, in quanto anticamente vi era un’altra fontana. La nuova fontana è realizzata in candida pietra sfrangiata Gravina di Puglia e presenta una forma poligonale, in cui è racchiuso un parallelepipedo, che sorregge una spirale in bronzo, da cui fuoriesce il getto d’acqua, orientato verso la valle e verso il mare. Tutta la piazza, sede di mercato settimanale, è uno splendido belvedere verso la Maiella e la valle del Sangro fino alla linea blu cobalto del mare Adriatico.

Palazzo Ferri di Atessa in Corso Vittorio Emanuele dall’agosto 2010 è sede del prestigioso Museo Aligi Sassu, in cui sono esposte 210 opere su carta, eseguite tra il 1927 e il 1990 dal grande maestro pittore e scultore italiano.

La manifestazione più antica di Atessa si svolge dal 15 al 18 agosto e consiste nella celebrazione dei Santi Maria Assunta, Rocco, San Leucio ed Emidio, protettori della città, mediante una serie di spettacoli folcloristici e musicali. La prima e ultima domenica di maggio ha luogo la ’Ntorcia, in cui un cero viene portato fino a Fara San Martino con una marcia, che può durare anche 17 ore. Tale tradizione è legata a San Martino abruzzese, altro protettore di Atessa e nativo proprio di questa città. Secondo la leggenda Martino si fece frate e decise di andare a predicare in un piccolo convento a Fara San Martino. Tuttavia, in nome dell’amore che lo legava alla città di origine, il santo promise agli atessani bel tempo o piogge, secondo le necessità, se questi avessero invocato il suo nome con fede e avessero visitato ogni anno il suo romitorio, portandovi in oblazione una grande torcia di cera.

Le principali risorse economiche della Val di Sangro si concentrano nella zona industriale di Atessa, nella frazione di Saletti. Con l’industrializzazione degli anni settanta e ottanta, la struttura economica e sociale cittadina passò dal tipo agricolo-artigianale a una dinamica società di tipo industriale. Fornisce lavoro a buona parte della popolazione dei paesi circostanti, fermando il drastico spopolamento e l’emigrazione verso altre nazioni dai paesi dell’entroterra. I principali insediamenti industriali sono rappresentati dallo Stabilimento Sevel Val di Sangro, il più grande impianto di produzione di veicoli commerciali leggeri d’Europa, la Honda, che produce motoveicoli, la Honeywell, che realizza componenti per auto, la Pail serramenti, storica industria atessana, gli stabilimenti del Gruppo Cornaglia, operante nei settori automobile, camion e fuoristrada, e la Valagro, che offre soluzioni per la cura e il nutrimento delle piante.

Per quanto riguarda i prodotti tipici dell’agricoltura, sono molto rinomati i fichi reali di Atessa, che fanno parte dei Presidi di Slow Food, una fondazione che sostiene le piccole produzioni tradizionali, che rischiano di scomparire, valorizzano territori, recuperano antichi mestieri e tecniche di lavorazione, salvano dall’estinzione razze autoctone e varietà di ortaggi e frutta. La città di Atessa ha un legame millenario con la coltivazione del fico. In particolare, la varietà reale a polpa bianca e a polpa rossa, apprezzata da almeno due secoli, è perfetta per l’essiccazione. Raccolti uno a uno alla fine del periodo estivo, i fichi vengono esposti al sole per alcuni giorni, a questo punto sono tagliati, farciti con le noci e infornati per una decina di minuti; una volta raffreddati sono riposti con foglie di alloro in un luogo buio ed asciutto. Ogni anno il fico secco viene messo in commercio dopo il 4 ottobre. In cucina sono ingredienti di diverse ricette: biscotti, dolci, confetture, ma anche pani e piatti a base di carne e pesce.

Rinomati sono anche i liquori, in particolare il “Vallaspra”, digestivo a base di erbe, fiori e radici, e i torroni della ditta Piretti, che vanta una storia di oltre 200 anni e che gestisce anche l’antica Caffetteria Piretti in Piazza P. Benedetti, 1. Altra rinomata azienda atessana specializzata dal 1976 nella produzione di liquori e torroni è la “San Pasquale”, tra i suoi prodotti ricordiamo il digestivo alle erbe “San Pasquale”, ottenuto per infusione di 14 erbe aromatiche.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

Castel di Sangro (Caštiéllë in dialetto castellano) è un comune italiano di circa 6500 abitanti della Provincia dell’Aquila in Abruzzo. È un centro montano di interesse storico, a 800 m s.l.m., con resti notevoli di testimonianze sannite, romane e medioevali. Costituisce il principale centro dell’Alto Sangro ed è sede della Comunità Montana Alto Sangro - Altopiano delle Cinquemiglia. La città sorge sul limitare di una valle molto ampia alla confluenza dei fiumi Sangro e Zittola. È un attivo centro turistico, data la vicinanza agli impianti sciistici di Roccaraso, Pescocostanzo e Rivisondoli.

Castel di Sangro vanta origini antichissime. In seguito alla scoperta, ad opera di Antonio De Nino alla fine del XIX secolo, della vasta necropoli di Campo Consolino, presso la vicina Alfedena, è possibile affermare che le prime testimonianze certe di popolazioni stanziali nell’area di Castel di Sangro risalgono al VII secolo a.C. La posizione della necropoli non è casuale, poiché nelle sue vicinanze sorgeva l’antica Aufidena, uno dei principali insediamenti sanniti di quell’area. Probabilmente, questo insediamento preromano si trovava sul monte dove successivamente è stata edificata la parte più alta e antica di Castel di Sangro. Nel 298 a.C. Aufidena venne conquistata dai romani. Così, l’Alta Valle del Sangro subì la romanizzazione, con tutti i mutamenti sociali, politici ed economici che questo processo comportava. Il lungo periodo di pace interna assicurato dalla conquista romana si interruppe tra gli ultimi decenni del VI secolo e la metà del VII secolo con le invasioni barbariche, che distrussero il centro abitato. Il territorio corrispondente all’attuale Abruzzo fu diviso fra i due ducati longobardi di Spoleto e di Benevento. Per tutto l’alto Medioevo, nonostante il territorio di Castel di Sangro facesse parte del ducato di Benevento, fu l’ordine benedettino, rappresentato dal monastero di San Vincenzo al Volturno, a costituire l’unico vero centro di potere nella zona. Verso la metà dell’XI secolo, l’abitato di Castel di Sangro si trovava nell’attuale sito e per indicarlo comparirono le prime attestazioni del nome Castrum Sari. In questo periodo storico, su Colle San Giovanni, fu eretto un castello sui resti di fortificazioni preesistenti. Con il periodo normanno, l’Alta Valle del Sangro venne unificata al resto del Mezzogiorno. Castel di Sangro, nel XII secolo, dopo essere stato un possedimento della famiglia dei Borrello passò sotto il controllo dei Di Sangro. Nel 1228 le truppe del cardinale Colonna incendiarono e distrussero il borgo e il castello di Castrum Sari per punire l’appoggio dato da Rinaldo II di Sangro all’imperatore Federico II di Svevia. Alla dinastia normanna seguì quella sveva, che regnò fino al 1266, quando subentrarono gli angioini, che divisero l’Abruzzo in due nuove province: l’Abruzzo Ulteriore (cioè, che è al di là rispetto a un determinato punto di riferimento, nel nostro caso il fiume Pescara) e l’Abruzzo Citeriore (cioè, che è al di qua rispetto a un determinato punto di riferimento, nel nostro caso sempre il fiume Pescara). L’Alto Sangro, trovandosi a sud del fiume Pescara, venne inserito nell’Abruzzo Citeriore con capitale Chieti. Intanto, la dinastia dei Di Sangro si estingueva nella linea maschile e tra il XIII secolo e il XVI secolo furono le famiglie dei D’Aquino, dei D’Avalos, dei D’Afflitto e dei Caracciolo a contendersi il dominio di Castel di Sangro e degli altri feudi alto sangrini. Nella seconda metà del XV secolo l’industria armentizia rappresentava la principale fonte di reddito per le popolazioni dell’Abruzzo montano. Castel di Sangro, difatti, trovandosi lungo i percorsi di due importanti tratturi utilizzati per la transumanza, quali il Pescasseroli-Candela e L’Aquila-Foggia, costituiva uno dei principali centri attraversati dalla “Via degli Abruzzi”, l’asse commerciale che attraverso gli altipiani e le valli fluviali dell’Abruzzo interno collegava Napoli alle fiorenti città dell’Italia centrale come Perugia e Firenze. Per tale importanza era stata istituita in Castel di Sangro presso il Convento della Maddalena una pubblica Dogana per il controllo degli animali, interessati alla transumanza, e per il controllo delle merci. Nel 1744 Carlo III di Borbone insignì Castel di Sangro del titolo di Città. Nell’800 il capoluogo comunale fu un centro viario importante anche perché costituiva un passaggio obbligato per quanti, compresi molti stranieri (inglesi, francesi e tedeschi), dovevano attraversare i territori d’Abruzzo e Molise, dall’Adriatico al Tirreno, tanto da essere conosciuto come “Porta d’Abruzzo”. Alla fine del XIX secolo si ebbe il declino della pastorizia transumante. Per quanto riguarda il XX secolo le dirette conseguenze della Seconda Guerra Mondiale furono sofferte dai castellani a partire dal 1943, quando nei pressi delle loro case si assestò il fronte della linea Gustav, a cui seguì, il 7 novembre dello stesso anno, la distruzione del centro abitato compiuta dalle truppe tedesche per rallentare l’avanzata delle forze alleate. Dall’originale sito di Castrum Sari, sorto intorno all’anno 1000 sul declivio, che sovrasta la zona moderna, Castel di Sangro si è espansa ai piedi della rupe a partire dal XIV secolo e soprattutto durante il dopoguerra. I frequenti fenomeni sismici assieme alle guerre hanno fortemente influenzato nei secoli l’esistenza di questo centro cittadino, che, nonostante questo, vanta un centro storico e dei monumenti ben conservati.

 

 

La Basilica di Santa Maria Assunta è il principale edificio religioso di Castel di Sangro. La basilica è collocata nella parte alta della cittadina, la Civita, e nel 1902 è stata dichiarata monumento nazionale. Di origini medievali, fu riedificata in forme barocche tra il 1695 e il 1725 su progetto dell’architetto lombardo Francesco Ferradini. In seguito al terremoto del 1706, fu l’architetto Giovan Battista Gianni a lavorare al consolidamento della struttura. L’impianto è costituito da un vano centrale a ottagono coperto da una cupola rialzata con quattro ambienti di forma rettangolare. Ha una facciata abbellita da logge di santi, da due campanili gemelli laterali, da un maestoso orologio e da un grande portale. L’edificio gode di un antico loggiato quattrocentesco e di un altorilievo trecentesco raffigurante la Pietà all’interno del porticato. Nella parte interna tra le varie opere d’arte si possono ammirare il gruppo bronzeo del Battesimo del Cristo, attribuito alla scuola del Cellini e posto sulla sommità del Battistero, il coro ligneo e l’antico leggio e un bassorilievo in legno, nascondente il corpo di santa Concordia in una nicchia, posti alle spalle dell’altare maggiore, il pulpito in legno e il paliotto quattrocentesco in legno dell’altare dell’Addolorata, raffigurante la vita di Gesù (il paliotto è il rivestimento, che copre la parte anteriore dell’altare). Sempre all’interno sono presenti tele di Francesco De Mura, Domenico Vaccaro, Paolo De Matteis e del Cirillo. Il pregiato organo della basilica fu realizzato nel 1794 da Pasquale D’Onofrio da Caccavone (oggi Poggio Sannita).

 

 

La Chiesa dell’Annunziata o di San Giovanni Battista fu costruita nel 1430 per volere della famiglia Marchesini. Nel XVII secolo subì rimaneggiamenti barocchi, che andarono in parte perduti con il bombardamento del 1943. Sul finire degli anni ’40 la chiesa fu ricostruita in forme settecentesche. La facciata monumentale in pietra è animata da due ordini di lesene. L'interno è a tre navate. Vi sono custodite le reliquie di San Felice. Annesso alla chiesa troviamo l’oratorio del Santissimo Rosario, il quale è fortunosamente scampato dalla rovina delle bombe. Le prime notizie documentarie relative all’oratorio risalgono alla seconda metà del XVII secolo; alla fine del Settecento fu riedificato in forme barocche. Ancora oggi l’oratorio conserva i preziosi intagli degli stalli del coro e la ricca ornamentazione a stucco, che incornicia i dipinti e l’altare dedicato alla Madonna del Rosario. Al Settecento risalgono anche la serie di tele raffiguranti i Misteri del Rosario e gli episodi della vita di San Domenico.

 

 

La Chiesa di San Nicola ha origini antiche, risalenti al XII secolo. Riedificata nel 1736, assunse una veste barocca. Durante la seconda guerra mondiale fu danneggiata tanto da dover essere ricostruita secondo un modello diverso dal precedente. All’interno conserva un dipinto del 1740 di Gaetano Sacchetti de Rubeis ed altre tele riconducibili alla scuola napoletana. Nel 1235 qui si fermò il futuro Papa Celestino V prima di scegliere di vivere da eremita sul monte Morrone.

 

 

La Chiesa dei Santi Cosma e Damiano si trova nei pressi dei ruderi dell’antico Castello e fu edificata con pietre prelevate sul luogo di costruzione. Le sue origini probabilmente risalgono al XII-XIII secolo; fu abbandonata nell’Ottocento, duramente danneggiata durante il secondo conflitto mondiale ed infine ricostruita. Nel 1850 per volere popolare la chiesa fu intitolata ai Santi Cosma e Damiano. Ha una pianta rettangolare con abside posteriore e campanile turrito. L’interno, in stile romanico, è molto sobrio.

 

 

La Chiesa di Orazione e Morte venne edificata nel 1736 per volontà della Confraternita di Morte e Orazione che, già costituita con bolla papale il 14 novembre 1683 nella antica chiesa di Sant’Antonio Abate, si trasferì nella nuova chiesa al tempo della sua edificazione. Di grande pregio ed elevato valore storico-artistico è l’organo, realizzato nel 1714 da Felice Cimino.

 

 

La Chiesa dei Santi Crispino e Crispiniano originariamente era dedicata a San Leonardo e le sue prime notizie risalgono al XVI secolo. Nell’Ottocento viene abbandonata e sconsacrata: il locale divenne magazzino ed in seguito pubblico macello. Nel 1880 la Confraternita dei Santi Crispino e Crispiniano, due calzolai martirizzati sotto l’imperatore Massimiano, acquistò la chiesetta, ne curò il restauro e ne ripristinò il culto, modificandone anche l’intitolazione. È caratterizzata da un portale in stile romanico.  L’interno è costituito da una sola navata con un altare del 1500, appartenente all’antica chiesa della Maddalena.

Meritevoli di una visita sono anche la Chiesa del Rosario, la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, la Chiesa della Madonna degli Eremiti e la Chiesa di Santa Lucia.

 

 

 

Il Convento della Maddalena, come indica l’iscrizione posta sull’architrave della porta d’accesso al chiostro, risale al 1487. Questa data segna l’erezione del Convento e della Chiesa dedicati a Santa Maria Maddalena. Durante gli avvenimenti bellici dei primi anni ’40, la Chiesa venne spogliata di tutti i suoi tesori: altari, stemmi e di un soffitto ligneo del XVI secolo, impreziosito da rosoni e riquadri d’oro zecchino. Il Convento è strutturato su due livelli e si sviluppa intorno al chiostro quattrocentesco, fortunatamente risparmiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e caratterizzato al primo piano da archi a tutto sesto e da affreschi raffiguranti la vita dei francescani, che abitavano il convento. Nel corso degli anni il convento è stato utilizzato per le più dissimili attività, scuola elementare, ricovero per sfollati, carcere, stalla, finché non si è provveduto al restauro architettonico e strutturale, ed oggi ospita il Museo Civico Aufidenate. Il Museo, istituito nel 1898, conteneva i reperti archeologici, rinvenuti a Castel di Sangro e nelle zone limitrofe, in particolare riferibili all’antica Aufidena. Il materiale, perduto durante l’occupazione nazista e parzialmente recuperato nel corso degli anni, è stato nuovamente raccolto all’interno del Museo nel 1999. Il Convento ospita anche il War museum - Ten.Gen. Rolando Giampaolo, museo specialistico della linea Gustav, dedicato al Ten.Gen. Giampaolo (medaglia d’argento al valor militare), e il Museo internazionale della pesca a mosca Stanislao Kuckiewicz.

 

 

 

La Civita è il quartiere più alto e antico della città, dove si trova la Basilica di Santa Maria Assunta. È costituita da case fortificate risalenti al XVI secolo. Si distingue il Palazzo De Petra, che prende il nome dall’antica famiglia nobiliare De Petra, che possedeva beni feudali in Campania, Abruzzo e Molise fin dal tempo della dominazione normanna dell’Italia meridionale. È noto anche come palazzo del leone per via della scultura in pietra, ancora oggi conservata nel cortile di accesso, che riproduce appunto un leone, simbolo della famiglia nobiliare De Petra e detto il Marzocco, che con la zampa destra artiglia un capo mozzato. Il palazzo risale al XIII secolo. Le sue strutture hanno subito modifiche e rifacimenti nel corso dei secoli per via di incendi, terremoti e anche della guerra, ma conserva ancora intatte delle belle bifore in pietra, bassorilievi, che riproducono tra l’altro l’emblema del leone, e una torretta merlata. I locali del palazzo oggi ospitano la Pinacoteca Patiniana, che conserva numerose opere del noto pittore, esponente del realismo italiano, Teofilo Patini, nato a Castel di Sangro nel 1840 e morto a Napoli nel 1906 e che è stato forse il pittore, che meglio ha interpretato la dura vita dei contadini e dei pastori abruzzesi.

 

 

Il Castello è stato costruito nell’XI secolo su Colle San Giovanni, sui resti di fortificazioni preesistenti. Il Castello di Castel di Sangro serviva da presidio militare, ma fu abbandonato nel XV secolo. Del Castello rimane la pianta quadrata irregolare, delimitata dalle basi di tre torrioni circolari. In mezzo alle torri, si trova la chiesa dei Santi Cosma e Damiano.

 

 

Esiste nella Civita una Neviera ben conservata, con struttura integra, che serviva per raccogliere la neve, da utilizzare in estate per conservare i cibi, per le malattie negli ospedali e farne gelati (sorbetti). Questa Neviera è l’unica esistente in Abruzzo, mentre negli altri paesi è rimasta soltanto la denominazione del luogo.

La piazza più centrale della cittadina è Piazza Plebiscito, distrutta dall’ultima guerra e ricostruita nel 1949 con un impianto completamente nuovo. Oltre alla Chiesa di San Giovanni Battista, vi si trova una fontana, risalente al 1898 (riposizionata però nel 1974).

 

 

Il borgo medievale di Roccacinquemiglia, frazione di Castel di Sangro, è adagiato sopra uno sperone roccioso e si trova lungo la strada statale, che collega Castel di Sangro a Roccaraso. Qui furono fondati dai monaci benedettini di San Vincenzo al Volturno nell’anno 703 la Chiesa e il Monastero di Santa Maria di Cinquemiglia, di cui oggi restano solo alcuni ruderi. Nei pressi del monastero si raccolse intorno all’anno Mille il nucleo abitato di Roccacinquemiglia. Il borgo nel corso dei secoli ha mantenuto la struttura circolare formatasi attorno al Castello, dove più tardi venne costruita nella parte più alta la Chiesa di San Giovanni Battista. La Chiesa fu riedificata nel Cinquecento. Nel 1943 il paese venne distrutto dalle truppe tedesche in ritirata. A testimonianza di tali fatti d’armi resta la diruta chiesa di San Giovanni Battista, di cui si conserva il solo campanile. In contrada Serra del Monaco sono presenti resti di mura ciclopiche riferibili ad una fortificazione di una città sannita.

Il patrono di Castel di Sangro è San Rufo e si festeggia il 27 agosto.

Tra le attività tipiche di Castel di Sangro è possibile annoverare quella della tessitura, vengono prodotti tappeti e arazzi di pregio, arricchiti con figure geometriche.

 

 

Tra le specialità culinarie segnaliamo i “cazzarielli e fagioli”, simile per certi versi alla pasta e fagioli napoletana, ma più brodosa, e la “pigna”, una ciambella molto particolare, fatta da uova, burro, zucchero, farina, limone grattugiato, anice o sambuca e lievito di birra, che viene fatta lievitare e infine cosparsa di tuorlo d’uovo sulla superficie.

La casa editrice “Gambero Rosso” nella sua guida “Ristoranti d’Italia 2018” ha assegnato il primo posto proprio ad un ristorante di Castel di Sangro: il “Reale” dello chef Niko Romito, che, secondo la guida, rappresenta il meglio della ristorazione italiana, è un grande cuoco, un grande imprenditore e un grande maestro.

 

I ragazzi del Quadrifoglio