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Gastronomia

Arrosticini: specialità abruzzese

Dalla tradizione pastorale alle nostre tavole

 

Gli arrosticini sono spiedini di carne di pecora tipici della cucina abruzzese, preferibilmente bisognerebbe utilizzare carne di pecora giovane, chiamata in dialetto abruzzese “ciavarra”. La carne di ovino va tagliata a cubetti piccoli della grandezza di circa 1 cm, i quali vengono infilati in spiedini di legno della lunghezza che varia dai 25 ai 30 cm (la parte con la carne è lunga circa 10 cm). Gli arrosticini sono legati alla tradizione pastorale dell'Abruzzo e al conseguente consumo di carne ovina. Il loro luogo d'origine è da ricondurre alla fascia orientale del Gran Sasso d'Italia, per la precisione la zona che va dalla Piana del Voltigno (quindi inerente ai comuni di Villa Celiera, Civitella Casanova e Carpineto della Nora) fino a Penne. La leggenda narra che furono inventati negli anni '30 da due pastori del Voltigno, che tagliarono carne di pecora vecchia in piccoli pezzi, poi infilati in bacchette di legno intagliato. Fu staccata una grondaia dal tetto di un'abitazione e lì furono cotti tramite carbone (difatti la griglia utilizzata viene anche chiamata "canala", perché riproduce la forma del canale della grondaia). Secondo un’altra versione gli arrosticini sarebbero nati durante le lunghe transumanze dei pastori, che ricavavano dalle zone vicine alle ossa delle pecore piccoli pezzettini di carne e ne facevano degli spiedini, utilizzando dei bastoncini di legno, per poi cuocerli alla brace all’aperto.

Il primo nome adottato per questa pietanza fu “rrustelle” o “rrustolle” (piccoli arrosti); successivamente, il prodotto arrivò nell'area vestina nel dopoguerra per poi espandersi anche nelle altre zone fino al più popolato versante adriatico; fu in quegli anni che si adottò la dicitura “arrosticini” a fini commerciali. Una delle zone più interessanti per quanto riguarda gli arrosticini è la Val Pescara, dove è possibile gustarli in tanti ottimi ristoranti. Ma oggi gli arrosticini vengono esportati anche al di fuori dell'Abruzzo in Italia e all’estero e in alcune zone d'Italia si stanno affermando nella vendita della grande distribuzione.

La preparazione consiste nel tagliare la carne in tocchetti e infilarli in spiedini (in dialetto detti “li cippe”). Gli arrosticini sono poi cotti alla brace, normalmente utilizzando un braciere dalla caratteristica forma allungata a canalina, che ha una larghezza di poco superiore ai 10 cm in modo che gli spiedini possano essere poggiati sopra e solo la carne rimanga sulla brace. Il braciere viene chiamato in dialetto abruzzese la “furnacell'” o fornacella in una versione italianizzata. A seconda delle zone, viene anche chiamato “rustillire” o “canala” o “lu fucon”. Una volta sistemati gli arrosticini sulla brace, vanno girati di tanto in tanto e verso la fine va aggiunto solo il sale. Per la riuscita dell'arrosticino, molto dipende anche dalla qualità della carne, dal taglio, dalla cottura e dalla griglia utilizzata, dalla temperatura del fuoco, ma soprattutto dall'abilità del cuoco. A seconda delle preferenze, gli arrosticini possono avere diversi gradi di cottura e salatura. Per avere un arrosticino “cotto a puntino”, la carne deve essere sì ben cotta, ma restando morbida e succosa, non deve diventare secca. Sono disponibili anche fornacelle elettriche di piccolo e medio ingombro, tuttavia i risultati in termini di gusto e piacevolezza al palato non sono confrontabili con quelli ottenibili nella cottura alla brace.

 

 

Gli arrosticini vanno serviti in un unico modo: a fascio. Vale a dire vengono portati al centro della tavola in mazzi o fasci da 20/50 pezzi avvolti in carta d'alluminio con l'obiettivo di mantenerli caldi, in Abruzzo qualcuno usa anche delle conche apposite. Gli arrosticini vanno mangiati con le mani, sfilando la carne con i denti e sono solitamente accompagnati da fette di pane casereccio cosparse di olio extravergine di oliva (“pane 'onde”) e, eventualmente, peperoncino piccante, gli si abbina egregiamente un Montepulciano d'Abruzzo o, come in uso ancora nei locali più tradizionali, un mix di vino rosso locale diluito con gassosa (tre quarti di litro di vino ed uno di gassosa). È importante che il pane non venga tostato, né salato, in quanto già gli spiedini sono abbondantemente cosparsi di sale.

Le tipologie di arrosticino sono principalmente due:

  • produzione in serie, caratterizzata da cubetti di carne di circa 1 cm di lato infilati su di uno spiedino di legno per una lunghezza di massima di 20 cm;
  • produzione manuale, in cui la carne è tagliata con il coltello a tocchetti irregolari di varia dimensione, interponendo strati di carne molto magra a tocchettini di grasso, sempre di pecora. La parte grassa è importantissima per l’arrosticino, in quanto aiuta a mantenere la morbidezza della carne in cottura e la aromatizza: le gocce di grasso che colano e sfrigolano nella brace aiutano l’affumicatura donando aromaticità al tutto. Quest'ultimo tipo di arrosticini è il più pregiato, perché necessita di carne di ottima qualità per poter reggere bene una cottura più lunga.

Negli ultimi anni, soprattutto nella Val Pescara, si stanno diffondendo anche gli arrosticini di “fecte” (fegato). In questo caso si alterna un pezzo di carne con una foglia d'alloro, oppure, secondo un'altra variante, con una piccola fetta di cipolla.

Gli arrosticini sono inseriti nell'elenco dei Prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T.) del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.

Data la facilità di preparazione ed essendo spiedini, gli arrosticini possono essere consumati ovunque ed infatti può essere considerato un cibo di strada, il cosiddetto “street food”, sfilando uno ad uno i pezzetti di carne, tenendoli stretti tra i denti e tirando verso l'esterno il ceppo. Tradizione praticata è cuocere e consumare gli arrosticini all'aperto, immersi nella natura in scampagnate, arrampicate in montagna, gite al lago o situazioni simili. Molto presenti anche in sagre e feste di paese.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

Gastronomia

Rintrocili, Pallotte cacio e uova

Alcuni piatti della cucina tipica abruzzese

Rintrocili

 


La pasta in Abruzzo racconta una delle tradizioni più antiche e la fama dei pastifici abruzzesi è diffusa ancora oggi in tutto il mondo. Proprio l’utilizzo delle acque purissime delle sorgenti montane, ha legato al territorio la produzione industriale di pasta, portandola a competere addirittura sin dall’ottocento con la nota tradizione napoletana.

L’abruzzese non ha tuttavia rinunciato a interpretare l’abilità degli antichi maestri pastai anche dentro le mura domestiche e, servendosi degli strumenti indispensabili nella produzione casalinga, ha dato una certa notorietà ad alcuni dei più tradizionali formati di paste fatte in casa. Uno degli aspetti più interessanti di questa tradizione è il modo in cui certi formati di pasta abbiano appunto preso nome dagli attrezzi stessi, impiegati per la loro produzione.

Tra questi trova sicuramente posto il “rintrocilo”. Si tratta di una pasta che deriva la sua origine dall’incontro della civiltà contadina con quella pastorale: veniva infatti preparata durante la transumanza ed è per questo che la sua diffusione ancora oggi riguarda quella parte di territorio attraversato dal “Tratturo Magno”, nel tratto tra Lanciano e Cupello. Il rintrocilo deriva il suo nome dal particolare matterello, che si utilizza subito dopo aver steso la sfoglia: in genere è lungo 10 cm e ha scanalature molto profonde la cui funzione è di “tagliapasta”. Certo il risultato finale offre al rintrocilo una certa somiglianza con la chitarra: ma questo inganno vale solo per gli occhi e non per il palato. Il rintrocilo infatti si distingue dall’impasto a base di uova della chitarra, per la sua povertà di elementi: acqua, sale e farina di grano duro.

Proprio il grano duro, in questo caso, impastato con l’acqua origina un glutine resistente e una pasta dalla consistenza elastica, anche senza l’aggiunta di uova. L’essenzialità degli elementi di questo piatto raccontano la povertà della famiglia contadina abruzzese insieme all’ingegnosità di trasformazione di due soli ingredienti in un unico piatto.

Dei modi di servire il rintrocilo, due sono le versioni possibili: con sugo di “pelosi” (granchi comuni in tutto il Mediterraneo su fondali rocciosi o caratterizzati da detriti) la versione di mare, con sugo di carni miste la versione di terra.

 

Pallotte cacio e uova

 

Ricetta tipica della cucina contadina e pastorale d’Abruzzo, le “Pallotte Cacio e Ova" sono da sempre considerate un piatto povero, nato dalla necessità di non gettare niente. Due caratteristiche accomunano i piatti dei contadini e pastori di una volta: si andava molto a occhio (le nostre nonne non avevano la bilancia) e si utilizzavano pochissimi ingredienti. Le “Pallotte Cacio e Ova”, infatti, non sono altro che polpette preparate con pane raffermo, formaggio e uova, fritte e condite con un sugo di pomodoro. Una volta erano una pietanza fatta nelle case dei pastori abruzzesi per utilizzare gli avanzi delle caciotte. Un’altra versione sulla loro origine è quella secondo la quale, come tutti i piatti poveri, nascono dalla tradizione contadina per sopperire alla scarsità di carne, soprattutto durante la guerra. Infatti, con l’invasione tedesca le case contadine venivano saccheggiate ed i contadini stessi erano costretti a nascondere del formaggio, qualche pezzo di pane e delle uova sotto i mattoni. Le donne per poter sfamare i propri figli inventarono questo delizioso pasto. Dopo la guerra continuarono a cucinare questo piatto, ma per altre necessità, come le lunghe giornate in campagna, dove serviva un pasto veloce e sostanzioso. È una delle ricette abruzzesi più famose, che usa al posto della carne le uova, sicuramente molto più economiche. Un ottimo secondo piatto di antica tradizione e basso costo.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

La transumanza è la migrazione stagionale delle greggi, delle mandrie e dei pastori che si spostano da pascoli situati in zone collinari o montane (nella stagione estiva) verso quelli delle pianure (nella stagione invernale). Per transumanza si intende quindi lo spostamento periodico del bestiame, soprattutto ma non esclusivamente ovino, fra due pascoli che vengono sfruttati stagionalmente, situati rispettivamente in pianura, dove d’inverno il clima è più mite e c’è abbondanza di nutrimento, ed in montagna, dove il bestiame trova un buon pascolo in primavera, ma soprattutto in estate. L’ambiente e il clima sono quindi la ragione della transumanza. La parola transumanza deriva dal verbo transumare, ossia: attraversare, transitare sul suolo. Il verbo è costituito con l'accostamento del prefisso latino “trans” che vuol dire: al di là, attraverso, e della parola latina “humus”, che vuol dire suolo, terreno.

La transumanza avveniva lungo le strade pubbliche al bordo delle quali gli armenti potevano pascolare, ma specialmente lungo i tratturi, grandi vie erbose, pietrose o in terra battuta, sulle quali viaggiavano anche per qualche centinaio di chilometri greggi, pastori e cani. I tratturi principali erano larghi da 55 m fino a 111 m: da essi si dipartivano poi i tratturelli, larghi fino a 37 metri, che servivano da smistamento ed erano collegati tra loro da bracci larghi circa 18 metri e mezzo. I tratturi principali erano quattro: il tratturo L’Aquila-Foggia (il cosiddetto “Tratturo Magno”, lungo 243 km), il tratturo Pescasseroli-Candela (lungo 211 km), il tratturo Celano-Foggia (lungo 207 km) e il tratturo Castel di Sangro-Lucera (lungo 127 km).

Per descrivere le fasi, in cui si compiono gli spostamenti che danno luogo alla transumanza si usano i termini di: "monticazione" e "demonticazione".

Con monticazione si indica la fase iniziale della transumanza, che si compie nel periodo primaverile, quando avviene il trasferimento degli armenti e dei pastori dalle zone di pianura ai pascoli di alta quota ed ha inizio l'alpeggio (l’alpeggio comprende tutte le attività che si svolgono con gli animali da allevamento in montagna nei mesi estivi).

Con demonticazione si definisce il successivo trasferimento che, nel periodo autunnale, riporta gli animali e i pastori dai pascoli in quota a quelli di pianura nella fase di discesa successiva al periodo estivo dell'alpeggio.

In Italia questa usanza, di cui si hanno testimonianze già ai tempi dell’antica Roma, prese le mosse principalmente tra l'Abruzzo e il Tavoliere, con diramazioni sia verso il Gargano che verso le Murge, passando per il Molise. Consisteva nel trasportare gli animali dai monti abruzzesi e molisani, ai ricchi pascoli del Tavoliere e del Gargano. L'importanza economica di questa attività era tale da essere gestita da due specifiche istituzioni del Regno di Napoli: la Regia Dogana della Mena delle Pecore di Foggia e la Doganella d'Abruzzo.

Dopo il 1447 divenne la principale fonte economica per molti paesi abruzzesi e tale rimase fino alla fine del 1800. A riprova della rilevanza di tale pratica nell'economia e nella società, è stato calcolato che nella metà del XV secolo, non meno di tre milioni di ovini e trentamila pastori percorressero annualmente i tratturi, e che l'impatto che la pastorizia esercitava era tale da fornire sussistenza a metà della popolazione abruzzese, direttamente o indirettamente. Nel XVII secolo i capi coinvolti erano circa cinque milioni e mezzo. Il viaggio durava giorni e si effettuavano soste, anche di tre giorni, in luoghi prestabiliti, dove c’era abbondanza di erba e di acqua. I pastori percorrevano a piedi la strada, ognuno col suo gregge, e la sera si stava insieme, riuniti, esposti al freddo e alla fatica, mangiando pan cotto, poco formaggio e tanto vino, che scaldava la strada e il cuore lontano da casa. La transumanza, quindi, non era solo uno spostamento di greggi dai pascoli estivi a quelli invernali, ma anche l'incontro tra antiche tradizioni e usanze diverse. I pastori erano soggetti a continui pericoli come furti di bestiame, assalti di lupi, morsi di serpenti, perciò nella tradizione orale i pastori vengono rappresentati mentre dormono “con un occhio solo”. Le mogli dei pastori restavano sole nel periodo in cui la campagna ha ancora tanto da essere lavorata e c’era anche la casa da portare avanti, e tutto andava fatto bene e in fretta e da sole.

 

 

Con l'unità d'Italia i contadini poterono riscattare i terreni dedicati ai pascoli e dedicarli alla coltivazione. Questo portò alla diminuzione dell'economia legata alla transumanza, per i pastori fu un duro colpo e molti di loro furono costretti a emigrare in altre parti del mondo.

L’usanza della transumanza nei secoli scorsi era dovuta al fatto che il pastore non poteva contare sulla presenza delle strutture tipiche dell'allevamento moderno, quali la stalla e gli impianti di foraggiatura, mungitura e refrigerazione del latte. Ad oggi con l'avvento della moderna zootecnia e l'allevamento intensivo direttamente negli allevamenti l'attività di transumanza si è fortemente ridotta e il trasferimento degli animali avviene spesso attraverso l'autotrasporto utilizzando appositi camion.

Ci sono diversi progetti per realizzare una rete europea, in cui gli oltre 3000 km di piste erbose che collegano cinque regioni italiane (Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata) e decine di comuni, borghi e comunità rurali si colleghino a loro volta alle reti tratturali europee, dalla Spagna e dal Portogallo, alla Francia fino alla Slovenia e all'Ungheria, passando per la Germania meridionale.

Un ricordo particolare della transumanza è stato dato da Gabriele D'Annunzio nella poesia “I pastori”, contenuta nella raccolta di liriche “Alcyone”, pubblicata nel 1903, in cui si legge:

“Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori

lascian gli stazzi e vanno verso il mare:

scendono all'Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti.

 

Han bevuto profondamente ai fonti

alpestri, che sapor d'acqua natia

rimanga né cuori esuli a conforto,

che lungo illuda la lor sete in via.

Rinnovato hanno verga d'avellano.

 

E vanno pel tratturo antico al piano,

quasi per un erbal fiume silente,

su le vestigia degli antichi padri.

O voce di colui che primamente

conosce il tremolar della marina!

 

Ora lungh'esso il litoral cammina

La greggia. Senza mutamento è l'aria.

Il sole imbionda sì la viva lana

che quasi dalla sabbia non divaria.

Isciacquio, calpestio, dolci romori.

 

Ah perché non son io cò miei pastori?”

 

I ragazzi del Quadrifoglio

 

Castel di Sangro (Caštiéllë in dialetto castellano) è un comune italiano di circa 6500 abitanti della Provincia dell’Aquila in Abruzzo. È un centro montano di interesse storico, a 800 m s.l.m., con resti notevoli di testimonianze sannite, romane e medioevali. Costituisce il principale centro dell’Alto Sangro ed è sede della Comunità Montana Alto Sangro - Altopiano delle Cinquemiglia. La città sorge sul limitare di una valle molto ampia alla confluenza dei fiumi Sangro e Zittola. È un attivo centro turistico, data la vicinanza agli impianti sciistici di Roccaraso, Pescocostanzo e Rivisondoli.

Castel di Sangro vanta origini antichissime. In seguito alla scoperta, ad opera di Antonio De Nino alla fine del XIX secolo, della vasta necropoli di Campo Consolino, presso la vicina Alfedena, è possibile affermare che le prime testimonianze certe di popolazioni stanziali nell’area di Castel di Sangro risalgono al VII secolo a.C. La posizione della necropoli non è casuale, poiché nelle sue vicinanze sorgeva l’antica Aufidena, uno dei principali insediamenti sanniti di quell’area. Probabilmente, questo insediamento preromano si trovava sul monte dove successivamente è stata edificata la parte più alta e antica di Castel di Sangro. Nel 298 a.C. Aufidena venne conquistata dai romani. Così, l’Alta Valle del Sangro subì la romanizzazione, con tutti i mutamenti sociali, politici ed economici che questo processo comportava. Il lungo periodo di pace interna assicurato dalla conquista romana si interruppe tra gli ultimi decenni del VI secolo e la metà del VII secolo con le invasioni barbariche, che distrussero il centro abitato. Il territorio corrispondente all’attuale Abruzzo fu diviso fra i due ducati longobardi di Spoleto e di Benevento. Per tutto l’alto Medioevo, nonostante il territorio di Castel di Sangro facesse parte del ducato di Benevento, fu l’ordine benedettino, rappresentato dal monastero di San Vincenzo al Volturno, a costituire l’unico vero centro di potere nella zona. Verso la metà dell’XI secolo, l’abitato di Castel di Sangro si trovava nell’attuale sito e per indicarlo comparirono le prime attestazioni del nome Castrum Sari. In questo periodo storico, su Colle San Giovanni, fu eretto un castello sui resti di fortificazioni preesistenti. Con il periodo normanno, l’Alta Valle del Sangro venne unificata al resto del Mezzogiorno. Castel di Sangro, nel XII secolo, dopo essere stato un possedimento della famiglia dei Borrello passò sotto il controllo dei Di Sangro. Nel 1228 le truppe del cardinale Colonna incendiarono e distrussero il borgo e il castello di Castrum Sari per punire l’appoggio dato da Rinaldo II di Sangro all’imperatore Federico II di Svevia. Alla dinastia normanna seguì quella sveva, che regnò fino al 1266, quando subentrarono gli angioini, che divisero l’Abruzzo in due nuove province: l’Abruzzo Ulteriore (cioè, che è al di là rispetto a un determinato punto di riferimento, nel nostro caso il fiume Pescara) e l’Abruzzo Citeriore (cioè, che è al di qua rispetto a un determinato punto di riferimento, nel nostro caso sempre il fiume Pescara). L’Alto Sangro, trovandosi a sud del fiume Pescara, venne inserito nell’Abruzzo Citeriore con capitale Chieti. Intanto, la dinastia dei Di Sangro si estingueva nella linea maschile e tra il XIII secolo e il XVI secolo furono le famiglie dei D’Aquino, dei D’Avalos, dei D’Afflitto e dei Caracciolo a contendersi il dominio di Castel di Sangro e degli altri feudi alto sangrini. Nella seconda metà del XV secolo l’industria armentizia rappresentava la principale fonte di reddito per le popolazioni dell’Abruzzo montano. Castel di Sangro, difatti, trovandosi lungo i percorsi di due importanti tratturi utilizzati per la transumanza, quali il Pescasseroli-Candela e L’Aquila-Foggia, costituiva uno dei principali centri attraversati dalla “Via degli Abruzzi”, l’asse commerciale che attraverso gli altipiani e le valli fluviali dell’Abruzzo interno collegava Napoli alle fiorenti città dell’Italia centrale come Perugia e Firenze. Per tale importanza era stata istituita in Castel di Sangro presso il Convento della Maddalena una pubblica Dogana per il controllo degli animali, interessati alla transumanza, e per il controllo delle merci. Nel 1744 Carlo III di Borbone insignì Castel di Sangro del titolo di Città. Nell’800 il capoluogo comunale fu un centro viario importante anche perché costituiva un passaggio obbligato per quanti, compresi molti stranieri (inglesi, francesi e tedeschi), dovevano attraversare i territori d’Abruzzo e Molise, dall’Adriatico al Tirreno, tanto da essere conosciuto come “Porta d’Abruzzo”. Alla fine del XIX secolo si ebbe il declino della pastorizia transumante. Per quanto riguarda il XX secolo le dirette conseguenze della Seconda Guerra Mondiale furono sofferte dai castellani a partire dal 1943, quando nei pressi delle loro case si assestò il fronte della linea Gustav, a cui seguì, il 7 novembre dello stesso anno, la distruzione del centro abitato compiuta dalle truppe tedesche per rallentare l’avanzata delle forze alleate. Dall’originale sito di Castrum Sari, sorto intorno all’anno 1000 sul declivio, che sovrasta la zona moderna, Castel di Sangro si è espansa ai piedi della rupe a partire dal XIV secolo e soprattutto durante il dopoguerra. I frequenti fenomeni sismici assieme alle guerre hanno fortemente influenzato nei secoli l’esistenza di questo centro cittadino, che, nonostante questo, vanta un centro storico e dei monumenti ben conservati.

 

 

La Basilica di Santa Maria Assunta è il principale edificio religioso di Castel di Sangro. La basilica è collocata nella parte alta della cittadina, la Civita, e nel 1902 è stata dichiarata monumento nazionale. Di origini medievali, fu riedificata in forme barocche tra il 1695 e il 1725 su progetto dell’architetto lombardo Francesco Ferradini. In seguito al terremoto del 1706, fu l’architetto Giovan Battista Gianni a lavorare al consolidamento della struttura. L’impianto è costituito da un vano centrale a ottagono coperto da una cupola rialzata con quattro ambienti di forma rettangolare. Ha una facciata abbellita da logge di santi, da due campanili gemelli laterali, da un maestoso orologio e da un grande portale. L’edificio gode di un antico loggiato quattrocentesco e di un altorilievo trecentesco raffigurante la Pietà all’interno del porticato. Nella parte interna tra le varie opere d’arte si possono ammirare il gruppo bronzeo del Battesimo del Cristo, attribuito alla scuola del Cellini e posto sulla sommità del Battistero, il coro ligneo e l’antico leggio e un bassorilievo in legno, nascondente il corpo di santa Concordia in una nicchia, posti alle spalle dell’altare maggiore, il pulpito in legno e il paliotto quattrocentesco in legno dell’altare dell’Addolorata, raffigurante la vita di Gesù (il paliotto è il rivestimento, che copre la parte anteriore dell’altare). Sempre all’interno sono presenti tele di Francesco De Mura, Domenico Vaccaro, Paolo De Matteis e del Cirillo. Il pregiato organo della basilica fu realizzato nel 1794 da Pasquale D’Onofrio da Caccavone (oggi Poggio Sannita).

 

 

La Chiesa dell’Annunziata o di San Giovanni Battista fu costruita nel 1430 per volere della famiglia Marchesini. Nel XVII secolo subì rimaneggiamenti barocchi, che andarono in parte perduti con il bombardamento del 1943. Sul finire degli anni ’40 la chiesa fu ricostruita in forme settecentesche. La facciata monumentale in pietra è animata da due ordini di lesene. L'interno è a tre navate. Vi sono custodite le reliquie di San Felice. Annesso alla chiesa troviamo l’oratorio del Santissimo Rosario, il quale è fortunosamente scampato dalla rovina delle bombe. Le prime notizie documentarie relative all’oratorio risalgono alla seconda metà del XVII secolo; alla fine del Settecento fu riedificato in forme barocche. Ancora oggi l’oratorio conserva i preziosi intagli degli stalli del coro e la ricca ornamentazione a stucco, che incornicia i dipinti e l’altare dedicato alla Madonna del Rosario. Al Settecento risalgono anche la serie di tele raffiguranti i Misteri del Rosario e gli episodi della vita di San Domenico.

 

 

La Chiesa di San Nicola ha origini antiche, risalenti al XII secolo. Riedificata nel 1736, assunse una veste barocca. Durante la seconda guerra mondiale fu danneggiata tanto da dover essere ricostruita secondo un modello diverso dal precedente. All’interno conserva un dipinto del 1740 di Gaetano Sacchetti de Rubeis ed altre tele riconducibili alla scuola napoletana. Nel 1235 qui si fermò il futuro Papa Celestino V prima di scegliere di vivere da eremita sul monte Morrone.

 

 

La Chiesa dei Santi Cosma e Damiano si trova nei pressi dei ruderi dell’antico Castello e fu edificata con pietre prelevate sul luogo di costruzione. Le sue origini probabilmente risalgono al XII-XIII secolo; fu abbandonata nell’Ottocento, duramente danneggiata durante il secondo conflitto mondiale ed infine ricostruita. Nel 1850 per volere popolare la chiesa fu intitolata ai Santi Cosma e Damiano. Ha una pianta rettangolare con abside posteriore e campanile turrito. L’interno, in stile romanico, è molto sobrio.

 

 

La Chiesa di Orazione e Morte venne edificata nel 1736 per volontà della Confraternita di Morte e Orazione che, già costituita con bolla papale il 14 novembre 1683 nella antica chiesa di Sant’Antonio Abate, si trasferì nella nuova chiesa al tempo della sua edificazione. Di grande pregio ed elevato valore storico-artistico è l’organo, realizzato nel 1714 da Felice Cimino.

 

 

La Chiesa dei Santi Crispino e Crispiniano originariamente era dedicata a San Leonardo e le sue prime notizie risalgono al XVI secolo. Nell’Ottocento viene abbandonata e sconsacrata: il locale divenne magazzino ed in seguito pubblico macello. Nel 1880 la Confraternita dei Santi Crispino e Crispiniano, due calzolai martirizzati sotto l’imperatore Massimiano, acquistò la chiesetta, ne curò il restauro e ne ripristinò il culto, modificandone anche l’intitolazione. È caratterizzata da un portale in stile romanico.  L’interno è costituito da una sola navata con un altare del 1500, appartenente all’antica chiesa della Maddalena.

Meritevoli di una visita sono anche la Chiesa del Rosario, la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, la Chiesa della Madonna degli Eremiti e la Chiesa di Santa Lucia.

 

 

 

Il Convento della Maddalena, come indica l’iscrizione posta sull’architrave della porta d’accesso al chiostro, risale al 1487. Questa data segna l’erezione del Convento e della Chiesa dedicati a Santa Maria Maddalena. Durante gli avvenimenti bellici dei primi anni ’40, la Chiesa venne spogliata di tutti i suoi tesori: altari, stemmi e di un soffitto ligneo del XVI secolo, impreziosito da rosoni e riquadri d’oro zecchino. Il Convento è strutturato su due livelli e si sviluppa intorno al chiostro quattrocentesco, fortunatamente risparmiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e caratterizzato al primo piano da archi a tutto sesto e da affreschi raffiguranti la vita dei francescani, che abitavano il convento. Nel corso degli anni il convento è stato utilizzato per le più dissimili attività, scuola elementare, ricovero per sfollati, carcere, stalla, finché non si è provveduto al restauro architettonico e strutturale, ed oggi ospita il Museo Civico Aufidenate. Il Museo, istituito nel 1898, conteneva i reperti archeologici, rinvenuti a Castel di Sangro e nelle zone limitrofe, in particolare riferibili all’antica Aufidena. Il materiale, perduto durante l’occupazione nazista e parzialmente recuperato nel corso degli anni, è stato nuovamente raccolto all’interno del Museo nel 1999. Il Convento ospita anche il War museum - Ten.Gen. Rolando Giampaolo, museo specialistico della linea Gustav, dedicato al Ten.Gen. Giampaolo (medaglia d’argento al valor militare), e il Museo internazionale della pesca a mosca Stanislao Kuckiewicz.

 

 

 

La Civita è il quartiere più alto e antico della città, dove si trova la Basilica di Santa Maria Assunta. È costituita da case fortificate risalenti al XVI secolo. Si distingue il Palazzo De Petra, che prende il nome dall’antica famiglia nobiliare De Petra, che possedeva beni feudali in Campania, Abruzzo e Molise fin dal tempo della dominazione normanna dell’Italia meridionale. È noto anche come palazzo del leone per via della scultura in pietra, ancora oggi conservata nel cortile di accesso, che riproduce appunto un leone, simbolo della famiglia nobiliare De Petra e detto il Marzocco, che con la zampa destra artiglia un capo mozzato. Il palazzo risale al XIII secolo. Le sue strutture hanno subito modifiche e rifacimenti nel corso dei secoli per via di incendi, terremoti e anche della guerra, ma conserva ancora intatte delle belle bifore in pietra, bassorilievi, che riproducono tra l’altro l’emblema del leone, e una torretta merlata. I locali del palazzo oggi ospitano la Pinacoteca Patiniana, che conserva numerose opere del noto pittore, esponente del realismo italiano, Teofilo Patini, nato a Castel di Sangro nel 1840 e morto a Napoli nel 1906 e che è stato forse il pittore, che meglio ha interpretato la dura vita dei contadini e dei pastori abruzzesi.

 

 

Il Castello è stato costruito nell’XI secolo su Colle San Giovanni, sui resti di fortificazioni preesistenti. Il Castello di Castel di Sangro serviva da presidio militare, ma fu abbandonato nel XV secolo. Del Castello rimane la pianta quadrata irregolare, delimitata dalle basi di tre torrioni circolari. In mezzo alle torri, si trova la chiesa dei Santi Cosma e Damiano.

 

 

Esiste nella Civita una Neviera ben conservata, con struttura integra, che serviva per raccogliere la neve, da utilizzare in estate per conservare i cibi, per le malattie negli ospedali e farne gelati (sorbetti). Questa Neviera è l’unica esistente in Abruzzo, mentre negli altri paesi è rimasta soltanto la denominazione del luogo.

La piazza più centrale della cittadina è Piazza Plebiscito, distrutta dall’ultima guerra e ricostruita nel 1949 con un impianto completamente nuovo. Oltre alla Chiesa di San Giovanni Battista, vi si trova una fontana, risalente al 1898 (riposizionata però nel 1974).

 

 

Il borgo medievale di Roccacinquemiglia, frazione di Castel di Sangro, è adagiato sopra uno sperone roccioso e si trova lungo la strada statale, che collega Castel di Sangro a Roccaraso. Qui furono fondati dai monaci benedettini di San Vincenzo al Volturno nell’anno 703 la Chiesa e il Monastero di Santa Maria di Cinquemiglia, di cui oggi restano solo alcuni ruderi. Nei pressi del monastero si raccolse intorno all’anno Mille il nucleo abitato di Roccacinquemiglia. Il borgo nel corso dei secoli ha mantenuto la struttura circolare formatasi attorno al Castello, dove più tardi venne costruita nella parte più alta la Chiesa di San Giovanni Battista. La Chiesa fu riedificata nel Cinquecento. Nel 1943 il paese venne distrutto dalle truppe tedesche in ritirata. A testimonianza di tali fatti d’armi resta la diruta chiesa di San Giovanni Battista, di cui si conserva il solo campanile. In contrada Serra del Monaco sono presenti resti di mura ciclopiche riferibili ad una fortificazione di una città sannita.

Il patrono di Castel di Sangro è San Rufo e si festeggia il 27 agosto.

Tra le attività tipiche di Castel di Sangro è possibile annoverare quella della tessitura, vengono prodotti tappeti e arazzi di pregio, arricchiti con figure geometriche.

 

 

Tra le specialità culinarie segnaliamo i “cazzarielli e fagioli”, simile per certi versi alla pasta e fagioli napoletana, ma più brodosa, e la “pigna”, una ciambella molto particolare, fatta da uova, burro, zucchero, farina, limone grattugiato, anice o sambuca e lievito di birra, che viene fatta lievitare e infine cosparsa di tuorlo d’uovo sulla superficie.

La casa editrice “Gambero Rosso” nella sua guida “Ristoranti d’Italia 2018” ha assegnato il primo posto proprio ad un ristorante di Castel di Sangro: il “Reale” dello chef Niko Romito, che, secondo la guida, rappresenta il meglio della ristorazione italiana, è un grande cuoco, un grande imprenditore e un grande maestro.

 

I ragazzi del Quadrifoglio

Pescolanciano (Pesculangiànë in molisano) è un comune italiano di 847 abitanti della provincia di Isernia, in Molise. Per la sua posizione geografica è considerato la “Porta dell’Alto Molise”. Il nome di Pescolanciano deriva da “Pesclum Lanzanum”, il primo termine (“Pesclum”) indicava la roccia, su cui sorgeva il centro abitato, il secondo termine (“Lanzanum”) invece ha un significato alquanto misterioso e forse stava ad indicare il suo feudatario normanno (“Lanz”). L’abitato sorge nel mezzo di due vallate solcate dal fiume Trigno ad est e dal torrente Savone ad ovest. Le prime notizie storiche risalgono ad età sannitica (IV secolo a.C.) con i resti di un borgo fortificato, detto Santa Maria dei Vignali. Le reali origini del borgo si situano però in epoca medioevale. Gran parte del territorio di Pescolanciano e buona parte dell’abitato si estendono lungo il tratturo Castel di Sangro-Lucera che, fatta eccezione per il tratto che attraversa il paese, ha conservato intatte le sue caratteristiche di vasto sentiero erboso e che collegava le alte località dell’Appennino centrale abruzzese con quelle costiere del “Tavoliere delle Puglie”. Detto percorso “tratturale” era utilizzato non solo dai numerosi pastori e dai loro animali transumanti in direzione del mare o della montagna a seconda delle stagioni climatiche, ma anche da comuni viandanti e da pellegrini diretti in Terra Santa. Ciò spiega la presenza lungo tali percorsi di torrioni, castelli, monasteri e chiese. Proprio lungo questo tratto di terra si sviluppò il borgo, accessibile attraverso una porta ad arco e costituito da case assiepate sotto il Castello D’Alessandro, il suo più importante edificio. Numerose le famiglie che, durante l’età feudale, controllarono questo territorio. A partire dal XII secolo, quando il borgo apparteneva al feudo del normanno Berardo De Carvello, il controllo passò poi ai D’Evoli, alla Famiglia Carafa Della Spina e ai D’Alessandro, che trasformarono il Castello in una residenza fortificata per il controllo del territorio.

Il suggestivo Castello D’Alessandro è arroccato su uno sperone di roccia ai piedi del monte Totila e sotto di esso si sviluppò il borgo medioevale con le sue mura perimetrali e con accessi all’abitato tuttora visibili. Sembra sia sorto su un originario sito fortificato sannitico, seppur documenti certi d’archivio evidenziano una presenza fortilizia solo dall’epoca di Alboino, intorno al 573 d.C. Alcuni storici ritengono la sua costruzione essere posteriore e risalente all’epoca di Carlo Magno, circa l’810, o di Corrado il Salico, il 1024. La fortezza di Pescolanciano è appartenuta alla signoria dei Carafa per diverso tempo, dal 1270 fino alla metà del 1500. La struttura del Castello, a pianta esagonale, presenta ancora la torre maestra, costruita su di un colle molto ripido, che veniva protetta da un recinto contenente il magazzino, una cisterna ed i locali per il corpo di guardia. Il Castello presenta tutte le caratteristiche di un presidio di difesa perché in posizione elevata e con un ampio raggio di visuale sulla valle sottostante, quella del Trigno, e sul tratturo Castel di Sangro-Lucera, nonché circondato da rocce a strapiombo che lo rendono inaccessibile dai diversi lati. La fecero costruire i piani seminterrati da adibire a cantina e magazzini, il primo piano da destinare ai signori ed il terzo invece per la servitù. Lungo questo piano, inoltre, furono aggiunti i camminamenti per le ronde. Nel XVII e XVIII secolo i duchi D’Alessandro, una delle più potenti famiglie del regno napoletano, procedettero all’ampliamento dei diversi edifici, realizzando finestre a bocca di fuoco, il ponte di ingresso fisso, la pietraia a difesa dell’entrata principale, i magazzini e il cortile principale. Inoltre, la merlatura lasciò il posto ad un loggiato aperto sul paese e le torri scomparvero, tutte inglobate nelle mura tranne una, che ancor oggi è un belvedere. Nuovi lavori si resero necessari dopo il terribile terremoto del 1805. Il castello divenne col tempo praticamente una dimora di lusso. Dalla metà del ‘600 fu avviata dai D’Alessandro un’importante attività di allevamento di cavalli proseguita fino al XIX secolo. Il secondo piano è ancora di proprietà della famiglia D’Alessandro ed è costituito da diversi ambienti, che conservano ricordi della famiglia. Ha una cappella gentilizia risalente al 1628, dove sono conservate le reliquie di Sant’Alessandro di Bergamo, patrono della famiglia D’Alessandro. Prima che un incendio la distruggesse nel 1798, all’interno del castello vi era anche una fabbrica di ceramiche, fondata nel 1790, che rese Pescolanciano importante su scala nazionale e internazionale. Attualmente il Castello può essere visitato su prenotazione.

La Chiesa parrocchiale del Salvatore, datata XVI secolo, presenta numerosi importanti elementi architettonici, come il portale laterale baroccheggiante, architravi e bassorilievi decorati e un’acquasantiera a conchiglia risalente al 1699.

A Pescolanciano è presente anche la Chiesa Valdese, legata alla storia della presenza valdese in Molise e all’opera in particolare di emigranti di ritorno dagli Stati Uniti d’America. Il 21 maggio 1916 si costruisce un tempio con annessa casa pastorale e ampio giardino.

Gli abitanti di Pescolanciano, che si definiscono pescolancianesi, festeggiano la Santa Patrona Sant’Anna il 26 luglio con il rito della “sfilata dei covoni”, che nasce come ringraziamento verso la Santa da parte dei sopravvissuti al grande terremoto del 26 luglio 1805. Il 25 luglio di ogni anno, al tramonto, i pescolancianesi portano in sfilata “r' manuocchiæ”, covoni di grano provenienti dalla recente mietitura.

Tra i piatti tipici abbiamo la polenta di granturco al filo, la “Mbaniccia” (pizza di verdure), le “Sagne scarciate” (pasta fresca a losanghe), la minestra di cicoria e i “Trcinelli”.

Nelle vicinanze la riserva MAB di Collemeluccio e quella di Montedimezzo rientrano, fin dal 1971, in un programma dell’UNESCO “Man And Biosphere” (MAB), che si propone di tutelare le diversità biologiche e promuovere uno sviluppo sostenibile. Si tratta di un’area rappresentativa del paesaggio forestale montano tipico dell’Appennino centro-meridionale, caratterizzato dalla presenza dell’abete bianco, del cerro e del faggio. Altrettanto ricca è la fauna con caprioli, lepri, tassi, martore, donnole, faine, volpi, scoiattoli, gatti selvatici, cinghiali e lupi. L’avifauna comprende il falco pellegrino, il falco pecchiaiolo, il nibbio reale, la balia dal collare, il biancone, la tottavilla, l’averla piccola e la poiana. La presenza di sentieri segnalati, percorribili a piedi e anche in bicicletta, rendono il bosco di Collemeluccio un’area facilmente accessibile.